Welcome to Paradise! Ozora Festival 2013 – Viaggio in Ungheria – C.Piccinni

Ozora Festival 2013“La faccio facile”, mi dico.
Avendo base a Milano e dovendo raggiungere Budapest, prendo il primo aereo da Brindisi.

Mi sveglio a forza alle 4 di mattina, dopo una settimana di delirio culinar-­etilico in Salento, e affronto il primo volo, Brindisi­-Milano; poi, dopo otto interminabili ore passate accartocciata sul pavimento del gate, il secondo: Milano-­Budapest.

Il branco mi aspetta già sul posto, in una cittadina sperduta a due ore dalla capitale ungherese e ad una dal lago Balaton. Tra colline di canapa e campi di granturco a perdita d’occhio, quest’anno, come ormai da quindici anni, una riserva naturale accoglierà l’edizione 2013 dell’Ozora Festival, entrato ormai a pieno titolo nella top­-list delle feste psy­trance mondiali.

Arrivo all’aeroporto di Budapest.
Tra lo scalo e il viaggio individuo in poco tempo molti soggetti che sicuramente hanno in comune con me la destinazione e quindi attacco bottone con tutti, nessuno escluso. Alcuni li ho poi frequentati per tutta la durata del festival, con altri ci siamo congedati con un saluto che non c’è mai stato. Di fronte all’aeroporto si apre il parcheggio e una piccola fila di neo/vecchi hippies si incammina verso un enorme bus arancione, l’Ozora Shuttle.
Il viaggio prosegue con l’immagine del sole che va a spegnersi, e dopo ormai dodici ore di tratta complessiva, di menate feroci, di controlli, di sbirri, di cani e maiali, alla fine arrivo all’imbocco dello sterrato che porta alla riserva.
C’è una grande scritta all’ingresso, sorretta da delle enormi mani in legno.

Welcome to Paradise“, dice.
“Mi fido”, penso.

L’arrivo in nottata mi getta in quel mare nel suo momento più violento, il momento delle luci cangianti, dei fuochi e della fauna variopinta di soggetti. Filo mi prende per mano e, dopo aver salutato tutti nel campeggio, spariamo tra le tende per dirigerci verso quel dancefloor che avevo visto solo in foto. Passiamo per un enorme corridoio naturale con le pareti di grano e il soffitto di cielo, una discesa molto ripida tra i campi; poi, una leggera svolta a destra. Quella era la prima del milione di volte in cui avremmo percorso quella strada.
Mi sono ritrovata in una sorta di spettacolo circense; tutto quello che potevo desiderare si stava spiegando sotto i miei occhi alla rapidità del mio stesso sguardo.
Il dancefloor, o trancefloor che dir si voglia, mi si staglia contro, nel largo dell’enorme spiazzo su cui è adagiato. Degli stupa in legno rialzati offrono riparo il giorno e proiezioni psichedeliche la
notte; tutta l’area davanti al palco è sovrastata da un dedalo di enormi vele dalle forme organiche, che sembran respirare ad ogni carezza di vento.
Quei profondi bassi tondi, tribali, sono già parte inesorabile del mio sistema uditivo, nuovo di pacca, pronto da testare.

Quando mi sveglio da un sonno durato volutamente troppo poco, scopro quello stesso mondo con la luce, riuscendo a vederne la parte più dolce. Il mercato che attraversa la valle è gremito di persone, luci sorridenti che passeggiano; sembra che siano loro, ad illuminare l’affollato vialetto sterrato. Sorrisi che si sprecano a ogni piè sospinto. Ma quanto cazzo mi piace questo posto.

Cominciamo a entrare pienamente nell’ottica del festival a metà del secondo giorno; camminando lungo tutta la tenuta scorgo vari punti d’interesse: il DragonNest e i suoi laboratori di musica, e poi la Piramide, con i corsi di yoga, danza e meditazione. Sento e vedo, poco più giù, una signora avanti con gli anni che rivela i segreti delle preghiere tibetane attorno a un enorme spirale di sassi, rappresentanti le preghiere stesse, con una platea di ragazzi ed adulti ad ascoltare assorti. Poi ancora l’area del labirinto, tutte le opere d’arte costruite e in costruzione, il piccolo villaggio del thè e degli hobbit, il Main stage e il Chillout stage con il suo enorme carapace ligneo. Poco più a sinistra il Pumpui, con accanto i Chai Shop, la galleria d’arte psichedelica e la Collina dei Cristalli ­ – lassù, sopra a tutto – come a ricordare di dover essere felici, alti, quasi per forza.

Sondato il terreno di gioco, facciamo iniziare la vera partita.
Artisti su artisti, alcuni sconosciuti e altri consigliati, si susseguono in un rincorrersi di suoni incessanti al Main stage; lì si ascolta la musica trance, quella vera.
Quella musica ti entra così tanto dentro da farti capire la fascia oraria a seconda delle tracce che senti. La mattina presto si sentono ancora i ritmi battenti della notte, in quella fase in cui chi ha dormito cerca la carica per risvegliarsi ballando e, chi non ha mai smesso di ballare, abbraccia gelosamente quegli stessi ritmi battenti per non crollare sotto il peso di musiche più calme. Andando verso l’ora di pranzo si fanno strada ritmi più gentili, caldi e rimbalzanti; dopo progressive; poi, la notte ricomincia, ed è dark. Una cosa così scura non l’avevo mai sentita. Quelle facce mostruose da anfratto sub-­autostradale che si vedono in città sono aperte alla luce della luna, ornate da piume e simboli tribali. Sorridenti di giorno e sorridenti di notte.

A tratti ti rendi conto dell’uso abbondante di supporti chimico-­lisergici.
Non è che non ci fai caso. E’ che va bene così. Ed è che forse ancora non te ne sei reso conto, ma quella mano sta per sfiorare anche te.
Come quando il tuo amante ti scorre la mano lungo la colonna vertebrale, mentre tu sei nuda. Ed è come se quella mano, una volta arrivata alla base del cervelletto, con lo stesso calore e la stessa delicatezza di quell’amante, entrasse ancora più dentro ­ sottopelle ­ per andare a cogliere quella stella pineale come un frutto maturo. La Ghiandola, quella che da lì, parte tutto.
Fuoco dentro, battiti accelerati, pensieri in tempesta. E’ proprio qua che ti volevo, in questo limbo di pazzi e geni. E’ qua che hai fatto grandezze ed è qua che hai distrutto menti. Su questo campo di battaglia voglio affrontare questo invadentissimo tutto. Le ore si perdono, i ritmi umani anche. Il Chai diventa il sapore e il sostegno della vacanza, porta energia e manda avanti il corpo.
Questa è una vera terra di tutti. Qua, quelli che c’hanno sempre creduto si incontrano con quelli che sono appena arrivati; a cosa, poi, non lo so.
Questo è l’harem umano che sognava Huxley, probabilmente; questo festival è un’esposizione di casi umani, pazzi, scoppiati, hippies, artisti e forme. Tutto quello che potevo cercare in un festival è qui.

All’alba della seconda ripresa, un anno dopo, stringo di nuovo in mano il mio bastone e torno in quella notte, dove in mille o più di mille siamo andati in battaglia contro la musica; e abbiam perso, ridendo.

 

Chiara Piccinni

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