5 superpoteri da viaggio, un articolo di G. Bindi || THREEvial Pursuit

5 superpoteri da viaggio, un articolo di G. Bindi || THREEvial Pursuit


5 superpoteri da viaggio

di Gianluca Bindi

Iran 2019, photo by Daniele Lombardi

Viaggiare, oltre a soddisfare un’innata curiosità per il diverso e il lontano, ha sempre avuto un’importanza decisiva per la mia salute psicofisica. Soprattutto negli ultimi dieci anni, quando le mie scelte di vita andavano sempre più a sedentarizzarmi davanti a libri e a file word su computer portatili. È da lì che la voglia si è trasformata in bisogno: di sfogo nevrastenico, di fare scorte di ispirazione e avventure, di passare dal tempo-senza-spazio al mirabile spazio-senza-tempo dei CSI. Il viaggio trasforma, fa rendere consapevoli dei limiti e delle potenzialità della tua persona. A volte mi ha fatto acquisire veri e propri superpoteri che, purtroppo, non ho potuto utilizzare in questo 2020 di chiusure e zone colorate. Di seguito, in ordine cronologico, vi racconterò di come, quando e dove sono venuto a contatto con la mia parte marvelliana.

Spagna 2010, photo by Gianluca Bindi

Invisibilità

Nel 2010 intrapresi con testardaggine e molta disorganizzazione il mio primo viaggio in solitaria: il Cammino di Santiago. Ero così disorganizzato che mi ero accorto soltanto dopo una settimana che non avevo comprato la guida giusta, non capacitandomi di come mai i percorsi scritti mi portassero spesso e volentieri in sentieri impossibili per la bicicletta, alternando fasi di ingiustificato odio per l’autore con fasi di incaponimento, trascinando a mano il mio mezzo di trasporto con zaino su salite fatte di ghiaia e al 20% di pendenza media. Dopo una crisi sui Pirenei e un masso preso in pieno in discesa da un’altura che mi ha quasi scaraventato nel letto di un fiume, ho iniziato a stare attento e non seguire la guida alla lettera: ovviamente in un primo momento ipercompensando, e finendo sull’autostrada che porta a Pamplona. Dopo due settimane di relativa tranquillità in cui mi stavo godendo il viaggio senza tanti intoppi, arrivai in Galizia, l’ultima regione prima del traguardo. Scendendo con eleganza dal monte O’Cebreiro, ormai pregustando la vista dell’oceano dopo quasi mille chilometri di fatiche, svoltai a destra prematuramente in una viottola in superdiscesa. Dopo cinque minuti buoni di curvoni a ottanta all’ora, con il tarlo del dubbio e la preoccupazione di rifarla eventualmente tutta all’incontrario, il cuore mi saltò in gola e strozzai i freni fino a fermarmi. Una mandria di tori lasciati così alla cazzo di cane sulla strada procedeva verso di me. Mi ero portato soltanto tre maglie per il viaggio ma sì, oltre che a sbagliare strada dovevo indossare la rossa proprio quel giorno, ovviamente. Mi paralizzai, certo della mia fine. Poi sentii il pastore chiamarmi. Mi fece cenno di raggiungerlo. Riluttante cedetti e attraversai la mandria, lentamente; le cose erano due: o io ero diventato invisibile o i tori erano daltonici. Raggiunsi il vecchietto, chiedendo subito indicazioni per Triacastela nel mio neonato ma degno spagnolo. Lui però mi rispose in galiziano, che praticamente è portoghese, e tanto per cambiare non capii niente, tranne una cosa: dovevo rifare tutta la strada a ritroso, stavolta in supersalita.

Pirobazia

Australia 2013, photo by Gianluca Bindi

Ebbi l’occasione di sperimentare l’antico superpotere di camminare su qualcosa di simile ai carboni ardenti nel 2013 in Australia, più precisamente nel Far (o Forgotten) Northern Queensland. Dopo una selezione che neanche Masterchef, X-Factor e gli Avengers messi insieme, vinsi il primo colloquio della mia vita per diventare compagno di viaggio, insieme ad altre due persone, di un ragazzo tedesco dotato di macchinone 4×4, sbaragliando la concorrenza di altre trenta persone (sì, lui aveva fatto la interview a tutti). L’annuncio prevedeva dalle sei alle otto settimane di strade sterrate e accampamenti lungo le migliaia di chilometri nello sperduto Nordest australiano, raggiungendo Cape York (punto più settentrionale del continente) per poi entrare nei Northern Territories e virare a sud verso Uluru/Ayers Rock. Il tutto senza ricezione telefonica, con piccoli centri abitati a volte distanti quattro giorni di guida e con una natura alquanto ostile: questa regione è denominata Croc Country, fate voi i calcoli. Durante la risalita della York Peninsula ci fermammo in un posto meraviglioso chiamato Cape Melville; e dico letteralmente visto che avevamo impantanato il gippone nelle sabbie mobili. Un tizio che viveva là (primo essere umano incontrato dopo due giorni) ci tirò fuori. Ci disse anche di non avvicinarci tanto alla riva perché era pieno di coccodrilli e che un mese prima aveva sparato a uno che aveva azzannato il braccio di una ragazza. La mattina dopo, consci di queste raccomandazioni, ci incamminammo sulla morbida spiaggia verso il relitto di un aereo alleato della Seconda Guerra Mondiale. Verso le 11 iniziammo a fare ritorno alla base per rimetterci in viaggio ma c’era un problema grosso: la sabbia vicino all’Equatore scottava, incredibile! Cercammo di ripararci all’ombra dei pochissimi alberi, ma il percorso era ancora lungo. A un certo punto Chris, Robin e Marco cedettero alla tentazione di andarsi a sciacquare un attimo i piedi a riva. Lo vidi subito, un missile sottomarino che dalla lontananza puntò subito sui miei compagni di viaggio. Tirai un urlo che squarciò l’aria, loro si misero subito a correre. Il coccodrillo rimase sott’acqua, tradito. In seguito decidemmo di prendere la via più alta, con più alberi. Dalla nostra postazione riuscimmo a vederne altri due, esattamente dove eravamo passati all’andata, cosa che ci fece venire sinistramente in mente le parole di un aborigeno che avevamo incontrato qualche giorno prima: «Ricordate, quando vedete un coccodrillo vuol dire che lui vi ha già visto tre volte. Occhi aperti». La sabbia era incandescente, ma ce la facemmo a tornare. Tutti coi piedi semiustionati, io invece stavo bene. Superpotere? No, infradito.

Cinomanzia

Georgia 2015, photo by Gianluca Bindi

Il 2015 fu l’anno di un altro superpotere, ossia quello della divinazione incentrata sul comportamento, i movimenti e i latrati dei cani (esiste veramente). Questa volta ero appena arrivato in Georgia, assieme al mio amico Davide. Avevamo prenotato l’ostello soltanto per le prime due notti a Tbilisi, consci del fatto che, in un mese di permanenza, ci saremmo organizzati giorno per giorno a seconda di dove ci avrebbe portato il viaggio. L’aereo, però, fece un ritardo mostruoso. Alle 5 di mattina riuscimmo a uscire dall’aeroporto e a prendere un taxi. Scritte strane si avvicendavano sui cartelli. Dopo una ventina di minuti l’autista si fermò lasciandoci a თავისუფლების მოედანი, che secondo la cartina scrutata dai nostri occhi assonnati doveva corrispondere a una sorta di Piazza della Libertà. Era buio, c’era silenzio. Ubriachi sporadici rientravano da un venerdì sera impegnativo. Ci avviammo per una stradina non illuminata del quartiere di Sololaki, in cerca dell’ostello. L’indirizzo ci portò di fronte a un piccolo androne senza porta, male illuminato, con fili elettrici esposti e una scala dai gradini grigi e sbriciolati. Nessuna insegna o cartello che indicasse qualcosa di simile a un ostello. Guardai Davide interrogativamente proponendo un «Che si fa?», subito ricompensato da un sincero «Io non entro». Provai ad avventurarmi per un piano – che, col senno di poi, vista la situazione non valeva proprio la pena per gli appena 3 euro di acconto che avevamo versato – ma niente. Decidemmo di aspettare su una panchina della piazza, giocando a carte: «Se è veramente un ostello prima o poi aprirà». La luce dell’alba fece apparire il contesto meno spaventoso, ma dell’ostello nessuna traccia. Verso le 7 di mattina un cane randagio ci approcciò alla panchina. Era sporco e aveva qualcosa di simile a una gomma da masticare appiccicata al pelo. Era affettuoso e ci rimase subito simpatico, tanto che gli demmo il nome Laki, visto il posto dove eravamo. Alla fine fece per andarsene, ma dopo qualche metro ci abbaiò. Noi lo seguimmo per dieci minuti buoni, non sapendo bene il perché. Entrò in un altro androne di un’abitazione e noi dietro, senza remore, forse per il sonno bestia. Era un ostello. Niente, non avevano posto. Quindi lui ripartì e noi sempre dietro come degli automi. Entrammo in un altro sottoscala, questa volta di legno, con una miriade di panni stesi. Lui montò le scale, noi pure. Al secondo piano abbaiò, noi suonammo, la receptionist di un altro ostello ci aprì. Avevamo un posto dove dormire. Ci disse che non potevamo portare il cane, noi ci guardammo intorno ma lui era già sparito. Provammo a raccontare a tutti l’accaduto, dubitando della nostra versione e facendoci dubitare del fatto che fosse soltanto un’allucinazione dovuta alla privazione del sonno. Ma alla fine del viaggio, qualche giorno prima di rientrare in Italia, di nuovo a Tbilisi seduti a un bar del centro, Laki si ripresentò per salutarci. E noi avemmo l’occasione finalmente per ringraziarlo.

Xenoglossia

Turchia 2018, Photo by Gianluca Bindi

Questa parola strana indica la capacità paranormale di parlare fluentemente una lingua mai imparata. Mi rendo conto che qui si entra in contesto religioso, visto che in molti abbiamo in mente persone possedute da Satana che iniziano a sciorinare un B2 di aramaico o il passo del Nuovo Testamento dove lo Spirito Santo fa magicamente capire fra di loro “Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia che sono di fronte a Cirene e noi residenti di passaggio da Roma, Giudei e proseliti, Cretesi ed Arabi”, e chi più ne ha più ne metta. Ma vi anticipo subito che nel mio caso non è proprio andata così, anche se ci sono andato vicino. Era il 2018, ed ero in Turchia, famosa fra le altre cose per la sua lingua molto ostica e la difficoltà di trovare qualcuno che sappia uno straccio di inglese. Durante il mio soggiorno a Istanbul ero ospite di un ragazzo molto gentile anche se il problema linguistico era una barriera quasi invalicabile. Negli anni la tecnologia aveva fatto passi da gigante, quindi era già buono riuscire a comunicare tramite gli audio di Google traduttore. Nondimeno dopo un paio di giorni decise chiamare una sua amica dell’università che aveva studiato l’italiano a Perugia per qualche tempo, in modo da farle fare da traduttrice simultanea fra noi due. Facemmo subito amicizia e, nei giorni seguenti, Ceyhan mi portò prima a visitare la città e poi direttamente a dormire dai suoi nonni in periferia, per poter raggiungere con più facilità un’isola dell’Egeo l’indomani. Fui letteralmente travolto dall’ospitalità della nonna, una signora rotonda e molto materna. Ci preparò sia la cena che il pranzo al sacco per il viaggio. Poi io e lei ci spostammo sulla terrazza. Iniziammo a parlare. Io in italiano, lei in curdo. Non mi ricordo nemmeno di cosa, ma ricordo che ci capivamo, e che lei aveva una risata stupenda. Dopo un po’ ci raggiunse Ceyhan e, alquanto destabilizzata, constatò che effettivamente quel dialogo aveva un senso logico. Magari non so con lo Spirito Santo, ma con il cuore aperto si può comunicare con chiunque.

Kairotecnia

Iran 2019, photo by Daniele Lombardi

Dio dell’opportunità, nonché ultimo figlio di Zeus, Kairos è stato declinato in molte discipline dello scibile umano. Nella Retorica, Aristotele lo definiva come tempo e luogo giusto per trattare certe questioni, mentre per Freud era il momento adatto, durante la psicoterapia, in cui dire al paziente quello che prima non era pronto a sentirsi dire (pena la ‘fuga’ dal processo di guarigione). Ho coniato questo penoso neologismo perché durante le mie ricerche non ho trovato quella sorta di “abilità di essere nel luogo giusto al momento giusto” che secondo me è, per distacco, il superpotere dei superpoteri. Forse semplicemente perché in gergo viene chiamato ‘culo’, ma oltre a essere troppo vago mi sembrava anche poco raffinato. Nel 2019 col mio amico Daniele, prendemmo la bellissima decisione di passare due settimane in Iran. Il nostro piano di viaggio era chiaro almeno fino al giro di boa, poi avremmo dovuto improvvisare. Arrivati al momento fatidico, davanti a un tè allo zafferano, cercammo in tutte le maniere di far coincidere giorni rimanenti, maggior numero di cose da vedere e il minimo sindacale di ore di sonno. Optammo per il sud, per Hormuz, un’isola del Golfo Persico e i suoi 50°C a ottobre. Prendemmo un pullman notturno, molto alla cazzo di cane, senza sapere dove avremmo dormito la notte dopo e soprattutto senza più soldi locali (in Iran non è possibile ritirare dai bancomat con carte straniere). Dopo una notte passata insonne, con l’aria condizionata in modalità Lapponia, approdammo nella città costiera di Bandar Abbas dove alle 6 di mattina c’erano già 38°C già belli umidi, ma soprattutto consci che avremmo dovuto cercare un posto che cambiasse i nostri euro e quello dove prendere il traghetto in appena un paio d’ore. Miracolosamente riuscimmo a far tutto in tempo e cademmo in un oblio di sonno appena il traghetto si mosse. Attraccati, uno sciame di risciò ci assalì nel bollore. Ci facemmo caricare da uno a caso ma noi non sapevamo dove andare. «Hostel» avemmo soltanto la forza di dire. Lui non capiva, ma alla fine fece come ritenne giusto, imboccando una delle tante strade sterrate. Incuranti della situazione, ballonzolavamo nel rimorchio del risciò sudando copiosamente, quando la motoretta si fermò davanti a un blocco di cemento armato circondato da una ringhiera malandata. «Hostel» ci fece lui, e noi sperammo subito che non intendesse il film horror di qualche anno fa. Invece ci aprì un ragazzo che ci fece accomodare nell’unica stanza, con appena tre letti a castello. Il soggiorno era ampio, con tappeti morbidi e un tavolino basso. Non facemmo in tempo a mettere su un tè che lui ci offrì una canna. I buoni propositi sullo stare alla larga da tentazioni che in questo Paese possono voler dire svariati anni di galera svanirono all’improvviso. Ci mettemmo tutti attorno al tavolo a fumare: noi, lui, un tizio che poi scoprimmo spacciatore (ci avrebbe accompagnato nei tour in risciò dell’isola con la merce da piazzare) e un altro tizio che dormiva sotto al divano, probabilmente già sotto oppiacei. Parlammo e ridemmo. Il titolare accese la musica e mise il mio album preferito, Lateralus dei Tool. Gli feci vedere il tatuaggio sul mio braccio e lui tirò su il pollicione. Finimmo io a cantare e il tossico a mugolare da accompagnamento. Ero felice, consapevole che, non sapendo come, ero nel posto giusto al momento giusto. Grazie al Kairos.

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