Un frutto caduto, un racconto di D. Landi || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

Un frutto caduto, un racconto di D. Landi || Street Stories – INEDITO


Un frutto caduto

Dalla mente di Dario Landi

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Cover by Brucio

Mia madre urla. Si alza da dietro il banco di frutta. Lo gestisce lei, da quando papà è morto, ucciso per una stupida lite. Non si deve discutere con la gente sbagliata. Tutto il mercato si volta a guardare la scena. Mia madre urla contro una donna che è venuta a parlarle. Le dice che deve andarsene, che non vuole più vederla. La donna prova a rispondere, ma mia madre le si fa sotto, le punta il dito contro.
«Vattene puttana» sbraita. La donna china il capo, le braccia le cadono lungo il corpo. Mi guarda. Piange. Si volta e se ne va. Un frutto cade dal banco di mia madre e si spappola sull’asfalto.

Il giorno dopo andiamo a casa di una donna molto ricca. Si chiama Hope, in città tutti parlano di lei.
«Cosa voleva quella donna, ieri al mercato?» chiedo a mia madre mentre entriamo.
Lei scuote la testa: «Dire delle bugie, questo voleva. Bugie sull’Italia, sulle donne che vanno là. Solo bugie».
La casa di Hope ha pavimenti che luccicano, l’acqua corrente. Lei ha meno di quarant’anni, i capelli fanno a gara col rossetto a chi luccica di più ma alla fine vincono le unghie. Mi guarda e sorride: «In Italia facevo la parrucchiera» dice Hope «ma ho guadagnato tanto che ho aperto un salone tutto mio e ho fatto molti soldi. Se ti impegni mi restituirai il prestito in poco tempo e poi farai ciò che vuoi».
Le chiedo come farò per i documenti. Lei si avvicina, mi sfiora i capelli: «Penserò a tutto io. Tu ci vuoi andare in Italia o no?»
Guardo mia madre. Annuisco.

Nella scatola ci sono dei sacchetti di tela che contengono: una ciocca dei miei capelli, un batuffolo di peli delle mie ascelle, del pube, la mia biancheria intima, macchiata di sangue, pezzi di unghie, sapone. Mia madre dà la scatola al prete, lui mette i sacchetti su quello che chiama altare, anche se è un tavolo di plastica. Li avvolge in un panno nero, lo chiude con lo spago.
«Questo è il tuo involucro» dice «lo terrò io. Lo renderò a tua madre quando avrai estinto il tuo debito».
Hope annuisce. Il prete sparisce in un’altra stanza. Quando torna porta con sé una tinozza di ferro in una mano e una gallina nell’altra. Mette l’animale sopra la tinozza e con un coltello le taglia la gola. La gallina si dibatte ancora un po’, gli imbratta i vestiti. Quando si placa il prete tira fuori un panno bianco. Lo inzuppa nel sangue mentre recita parole magiche. Mi piazza il panno di fronte al viso.
«Bevi» dice. Non voglio.
«Bevi» dice Hope. No.
«Bevi» dice mia madre.
Stringo il panno fra i denti. Sto per vomitare, ma resisto. Il sangue ancora caldo mi s’insinua sotto la lingua. Il prete strappa via il panno.
«Ripeti: non romperò questa promessa»
«Non romperò questa promessa».
«Obbedirò sempre».
«Obbedirò sempre».
«Non tenterò di scappare».
«Scappare? Perché dovrei scappare?»
«Ripeti e basta».
«Non cercherò di scappare».

Sono in Ghana da due settimane. Ad Accra, hanno detto, ma potremmo essere ovunque, non usciamo mai dall’albergo. Ci sono altre ragazze come me, nelle altre stanze. Due giorni fa la porta della ragazza due stanze più giù della mia si è aperta. Ho sentito gridare, poi lei che piangeva. Ieri è successo lo stesso, alla ragazza nella stanza accanto alla mia. Ora ci sono dei passi fuori dalla mia porta.

Sono in Italia da pochi giorni. La Madame, o Mama, la chiamano così, mi porta a fare compere. Un grande supermercato. Ci sono coppie di anziani, famiglie coi bambini. E ci siamo noi, che compriamo vestiti sfarzosi. Mi vedo riflessa nei lustrini di una maglia attillata. Non mi riconosco.
«Non ti preoccupare» dice Madame. «Pago tutto io».
Domani è il primo giorno di lavoro.

Freddo. Fa freddo in questa città. Non credevo che in qualche posto nel mondo potesse farne così tanto. Vorrei scappare. Togliermi queste scarpe coi tacchi e correre via. Non so dove porti questa strada buia ma non importa. Voglio perdermi, meglio finire sotto una macchina, che questo. Adesso lo faccio. No. Resto ferma. Il rituale, le promesse? Gli spiriti potrebbero vendicarsi su mamma, a casa. Sì, certo. Forse. Ma soprattutto non ho i documenti. Non so cosa può farmi la polizia. Mi rispediscono a casa. Madame dice che ti picchiano, ti uccidono. Si ferma una macchina, abbassa il finestrino. Vuole me, io non mi muovo. Un’altra ragazza mi si avvicina. È la preferita di Madame, la sua aiutante.
«Vai» mi dice. Si apre lo sportello. Salgo.

Ormai è un’abitudine. Ormai penso che quello che fai col tuo corpo, alla fine, non conti. È solo il corpo. L’anima è un’altra cosa, quando lavoro la mia anima è da un’altra parte. Si ferma una macchina. La riconosco. È quella di Paolo. Paolo è diverso dagli altri. Per tutti sono solo un pezzo di carne, non mi parlano mai. Paolo invece è gentile. Stasera mi porta a casa, mi cucina la pasta, mi chiede di me, di casa. Poi andiamo in camera. Quando abbiamo finito mi dà venti euro in più e mi riporta a lavoro.

Un’altra sera. Paolo è silenzioso. Andiamo a casa sua, mangiamo, andiamo in camera. Quando abbiamo finito mi guarda. Paolo è solo. Sua moglie chissà dov’è.
«Mi vuoi sposare?» chiede.

La chiesa è piccola e in periferia. Il prete non fa domande. Paolo mi dà un anello d’oro.

Incontriamo Madame. Paolo le porta una borsa, piena di soldi. Cinquemila euro.
«Me ne danno altri diecimila settimana prossima» le dice. Lei guarda i soldi, li accarezza.
«Non bastano» dice. Il debito è ancora troppo grande. Paolo mi guarda.
«Prendi questi intanto» dice a Madame. «Anche se siamo sposati, può continuare a lavorare».

Suggerisco io l’idea a Paolo. Lui non è convinto.
«Fare schiave altre ragazze per liberarsi. Non è giusto». Gli dico che quelle ragazze finirebbero per strada comunque. E io le tratterò meglio di Madame. Lui accetta. No. Questo non è vero, non ho mai fatto questa cosa. Non ho reclutato altre ragazze per estinguere prima, coi loro guadagni, il mio debito con Madame. E allora perché sono qui? Perché Madame e le mie sorelle sono invidiose del mio uomo bianco, del mio matrimonio italiano. Di queste briciole di felicità che raccolgo. Come il bambino che mi cresce dentro, il bambino di Paolo. Sono sicura, è suo. Abbastanza sicura.

Ho provato a nasconderlo, ma ora non posso più. Vado a dirlo a Madame, ma lei lo sa già. Qualcuna ha fatto la spia.
«Dobbiamo andare in ospedale» le dico. Si spalanca la porta. Entrano i suoi uomini, mi afferrano. Mordo un braccio, sento il sangue in bocca, ma quello non molla. Mi portano via.

«Niente anestesia» dice Madame. È buio, sono legata al letto. D’improvviso arriva un dolore assillante. Il dottore ha obbedito. Niente anestesia. Tenaglie, ferri. Mi frugano dentro, tagliano, strappano. Calore mi cola fra le cosce, calore di sangue. Svengo. Quando mi risveglio sono sola. Non sento niente, solo freddo. Freddo come in una tomba.

Mi seguono sempre. Un uomo di Madame è sempre con me. Anche oggi, mentre faccio compere. Conosco questo negozio, ci vengo spesso. La commessa mi conosce, è gentile, mi fa sempre usare il bagno del personale. Per questo so che lì c’è una finestra. Una finestra abbastanza grande. Salgo sul water, mi tiro su. Non ho più visto Paolo. Non gli ho detto niente. Non voglio che sappia. Per un attimo lo vedo che piange, ma che posso farci. Scivolo giù dalla finestra, cado sul marciapiede. Corro.

Ora sono nel Ghetto, e ho una casa di legno e lamiera. È grande, e ci lavorano altre ragazze, più giovani di me. No. Neanche questo è vero. Vivo col mio nuovo compagno, e ho un piccolo negozio. Vendo cibo in scatola e verdura, come mia madre. Ho saputo che sta male. D’altronde ho rotto la promessa. Forse sono stati gli spiriti. Forse.

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Dario Landi
Nasce nel dicembre 1981 a Borgo San Lorenzo, Firenze. Ha iniziato ad amare la lettura all’età di cinque anni, a diciotto ha deciso di voler fare lo scrittore e a trentasei ha deciso di provarci davvero. Nel frattempo ha preso una laurea in scienze della formazione, un master in scrittura dei prodotti audiovisivi, ha lavorato per sette anni nel reparto fritti di un fast food e per altri tre come portiere notturno, esperienza della quale ha approfittato per scrivere, nelle lunghe veglie, un paio di romanzi ancora inediti. Attualmente insegna italiano a stranieri. È un educatore, un disoccupato, un compagno, un aspirante scrittore, una persona che somiglia a Marlon Brando.

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