Trentuno milioni di fiori rossi, un racconto di D. Landi || Street Stories ||Three Faces

Trentuno milioni di fiori rossi, un racconto di D. Landi || Street Stories


31 milioni di fiori rossi INT

Trentuno milioni di fiori rossi

di Dario Landi

Illustrazione di Zolfo

Il pacco cade a terra con un colpo sordo, sollevando un pulviscolo appena visibile nella luce da trenta candele della lampadina. Uno degli uomini, già sulla soglia, si volta e solleva lo sguardo sui tre impiegati.
«Questo ve lo regaliamo. Diviso per tre v’intascate cinquecentomila a testa» dice, e corre via ridendo.
Passi schioccano sul marmo dell’atrio. Attorno a questo suono secco ne sfarfalla un’altra ridda. Una porta a vetri che sbatte, voci che sputano ordini, minacce, bestemmie. Il tumulto, però, si zittisce quando il maggiore appare nella stanza. Di tutta la cagnara rimane solo la sua domanda.
«Quanto?»
La bocca è un taglio di coltello, il naso è la lama. Ha i capelli lisciati all’indietro e la camicia nera. Tiene le maniche tirate sugli avambracci. È caldo, fuori.
«Trentadue milioni e mezzo» risponde uno dei suoi.
Il maggiore fa uno, due, tre passi dentro la stanza. Si china. L’orlo dei pantaloni rivela un paio di scarpe lucide, da sera. Raccoglie il pacco di carta marrone. Nessuno dei tre impiegati ha osato toccarlo. Tira lo spago, la carta si svolge e una manciata di banconote da mille plana frusciando sul pavimento.
«Trentuno» controbatte, e i suoi occhi fanno una fulminea triplice sponda.
L’orologio al muro segna le ventidue e quattro minuti, le casseforti sono spalancate, i tre impiegati atterriti. Il maggiore si rialza, fa altri tre passi avanti. I suoi uomini sciamano nella stanza, qualcuno in camicia nera, qualcun altro in abiti civili. Quelli in uniforme hanno tutti il mitra al collo.
«Quando?» chiede al più anziano dei tre impiegati, poggiando la mazzetta di banconote sulla scrivania. L’impiegato gira il cranio calvo e guarda anche lui l’orologio, poi, con una mano tremante, si toglie gli occhiali e risponde: «Verso le nove e mezza».
Il maggiore si dondola sulle punte dei piedi. Il vecchio impiegato tiene lo sguardo fisso sul piano della scrivania, le mani sotto, nascoste, ma lui può ancora sentirle tremare per le vibrazioni che rilasciano nell’aria. Si volta verso l’impiegato di mezz’età. Ha il volto lucido, i capelli sfatti, le borse, sotto gli occhi, dello stesso colore delle macchie d’inchiostro sul colletto della camicia. Non dorme. Ma chi è che dorme, a Firenze. Il caldo, la fame, la sirena. Per un motivo o per l’altro son tutti insonni. L’eco di un treno entra in Santa Maria Novella sferragliando.
«Quanti?» chiede il maggiore. L’impiegato alza gli occhi di scatto. Gli tremano le labbra.
«Su, di che hai paura?» butta lì un altro milite.
“Dei soldi che di sicuro s’è intascato”, pensa il capo “di sapere quanto costerà domani l’olio alla borsa nera, che ce lo portiamo via. Per la paura ha solo l’imbarazzo della scelta”.
«Erano tre» balbetta l’impiegato mentre svita e avvita il cappuccio d’una stilografica. Si sente uno scatto, e dal fusto della penna cola una fontana d’inchiostro blu. L’impiegato salta indietro, imprecando. I fascisti sghignazzano.
«Trentun milioni in pezzi da mille pesano» dice uno dei soldati «in mezz’ora non sono andati lontano».
Il maggiore annuisce. Dalla parte opposta della stanza il terzo impiegato, il giovane, salta in piedi drizzando in braccio destro in saluto. «Erano partigiani» grida. Tutti si voltano a guardarlo.
«Partigiani?» gli chiede il maggiore.
«Partigiani» ribadisce impettito il ragazzo.
«Sicuro?»
Il ragazzo occhieggia a destra e a sinistra sotto il ciuffo biondo.
«Banditi!» bercia il maggiore. Le camicie nere scoppiano a ridere. «E come erano questi banditi?» chiede.
Il pomo d’Adamo del giovane sussulta. Gocce di sudore gli tracciano delle “S” acuminate sulle tempie.
«Un fiore» farfuglia.
Il maggiore lo guarda aguzzando un sopracciglio. «Non farmi perdere tempo», sibila.
«Ve lo giuro. Una era una donna, e aveva un fiore rosso fra i capelli».
Il maggiore fa un gesto, e i suoi uomini si spargono per l’edificio. Lui, invece, si butta a sedere. Ha il volto paonazzo e tira su col naso mentre tamburella le dita sui braccioli della sedia.
Uno dei militi torna di corsa e gli porge un piccolo fiore rosso. Il maggiore lo tiene fra le dita guardandolo imbronciato. Si alza, si avvicina alla finestra, lo butta di sotto. Fa per tornare al centro della stanza, ma si ferma. Gli è sembrato di sentire un grido e un brivido freddo gli ha sferzato la schiena.
«Sfondate un po’ di porte qua attorno» ordina «e portate via questi tre, per vedere se sanno altro». I tre impiegati protestano, ma le loro parole valgono niente.
Domenico si sveglia, salta in piedi e la pistola che tiene sul petto cade a terra, rimbombando sul pavimento metallico del vagone. Ci schiaffa sopra la mano e rimane immobile, col fiato strozzato in gola. Fuori, qualcuno si muove fra le pietre, facendole rotolare giù per la massicciata della ferrovia. Si alza lento, il braccio con la pistola proteso in avanti. Si schiaccia contro la parete del vagone e allunga il collo per guardare fuori. Una figura bassa, scura, è china a metà della massicciata. Domenico si gira dall’altra parte, verso il fondo della carrozza, dietro le casse che la occludono.
«Angela» sussurra. Nessuna risposta. «Angela» ripete. Ancora niente. Lento si avvicina alle casse e si sporge oltre di esse. «Angela, c’è gente» dice, ma di nuovo non ottiene risposta. Certo, dietro le casse non c’è nessuno, solo le due grandi valigie di cuoio.
Rapido, torna al portellone. La figura è ancora china al bordo dei binari. Una luce appare all’orizzonte, fra le case. Un treno. Il fischio la fa alzare e a quel punto Domenico riconosce Angela. Prima che il treno le punti addosso i fari la donna raggiunge il vagone e vi si issa. Fa per andare verso il fondo, ma l’uomo la blocca. Lei abbassa lo sguardo, scoprendo la pistola che stringe in pugno.
«Ma che fai?» le chiede. Angela apre la mano sinistra e rivela un esile stelo al termine del quale sbocciano cinque petali vermigli. Sorride, e s’incastra il fiore fra i capelli sopra l’orecchio.
«Hai lasciato incustodita la valigia» le dice.
«C’eri tu» risponde la ragazza.
Domenico si passa la mano sulla faccia. Fuori i primi raggi di sole schiariscono i contrafforti della Fortezza. «Cambiamoci» dice «vai prima tu».
Angela sparisce dietro le casse e per alcuni minuti il vagone si riempie dell’accatastarsi dei suoi fruscii. Il calzare di una scarpa, lo schioccare di un fermaglio, un colpo di tosse. Un raggio di sole scavalla il mastio del forte e finisce a spegnersi sulla ruggine del vagone. Quando riappare Angela indossa una gonna bianca, una camicetta dello stesso colore e, sulla testa, un cerchietto attorno a cui è avvolta una fascia di organza punteggiata di piccoli fiori candidi, abbastanza appassiti da sfigurare di fronte a quello appena colto.
«Stona» le dice Domenico indicandolo. Angela gli dà le spalle.
«É un tocco in più» dice lei «sennò si vede che è un travestimento».
Borbottando anche Domenico va a cambiarsi. Torna indossando un completo grigio scuro con una cravatta blu e una camicia bianca. Abbottona la giacca in modo da coprire una brutta macchia gialla. La camicia è un troppo lunga, i polsini gli lambiscono i pollici, ma è l’unica pulita che hanno trovato. Domenico si fruga in tasca e tira fuori due anelli di colore grigio.
«Non sono d’oro» obietta Angela.
«L’oro lo abbiamo consegnato alla patria» ghigna Domenico. Li infilano.
«Bisogna portarla in due» dice Domenico sollevando la valigia «da solo non ce la faccio».
«Dividiamoli» suggerisce Angela. Domenico annuisce, svuotano la valigia dei vestiti e ci travasano metà dei soldi.
Un altro treno appare all’orizzonte. Protetti dal frastuono sollevano le valigie e abbandonano la ferrovia, mentre Domenico comincia a zoppicare. Scendono in via Strozzi, la strada che corre fra la fortezza e i binari, e scoprono che l’accesso ai viali è bloccato da due pattuglie della Guardia Nazionale appostate alle estremità della carreggiata. Quella alla loro destra ferma un’anziana signora con modi bruschi. Sulla sinistra, oltre la squadraccia, il loro obiettivo: una fila di calessi sui quali, cullati dallo sbuffare dei cavalli, i vetturini dormono col cappello calato sulla faccia.
Uno dei militi si volta verso di loro, li squadra. Angela stampa un bacio sul volto di Domenico, lui la guarda sorpreso. «Siamo sposati no?» dice lei. «Forza» aggiunge poi «prima o poi li dobbiamo affrontare». Sollevano di nuovo le valigie e si avviano a sinistra, verso la rampa del Romito. Zoppo, Domenico rimane qualche metro indietro. Angela sente l’aria uscirle dai polmoni e non rientrarvi più finché non si trova a camminare in apnea. Firenze è un acquario abitato da pescecani e uno sta andando loro incontro.
«Fermi» intima loro il milite. Domenico si passa un dito nel colletto della camicia. Fa già caldo.
«Siamo in viaggio di nozze» dice Angela sforzandosi di sorridere. Quasi è grata al fascista perché li ha costretti a posare le borse.
«Da dove venite?»
Il fatto che siano novelli sposi non sembra averlo smosso minimamente.
«Da Empoli»
«E per venire da Empoli a Firenze vi portate tutta questa roba?» chiede il soldato. Angela congiunge le mani sul ventre, facendo frusciare le pieghe della gonna. «Lo sa come vanno queste cose» risponde lei, adocchiando la fede al dito del ragazzo.
«Ci hanno riempito di roba» interviene Domenico. Il suo volto è tornato a un colorito quasi normale. Il milite pare contento di poter interloquire con un altro maschio.
«Dove alloggiate?» chiede il soldato.
«Un hotel sui lungarni» dice Domenico facendo schioccare le dita più volte «non mi ricordo il nome».
La camicia nera emette un mugugno e si volta indietro, verso la sua pattuglia. Per fortuna nessuno lo considera, sono tutti impegnati a controllare un operaio in bicicletta.
«Documenti» ordina il milite.
Domenico esita. Angela gli sfiora la mano cercando di spronarlo, ma la tensione lo fa sobbalzare e voltare di scatto. Il milite s’intirizzisce, serra le mani sul mitra. Domenico fa scivolare la mano dietro la schiena e Angela s’accorge che sta per estrarre la pistola. Lo prende sottobraccio, bloccandolo. Nel farlo, sorride al fascista, e si passa la mano libera fra i capelli, proprio accanto al fiore rosso. Domenico prende i documenti dalla tasca posteriore dei pantaloni e li porge al soldato. Quello li guarda, si sofferma sul certificato d’invalidità di Domenico, poi solleva lo sguardo su Angela e intima loro: «Venite con me».
Arrivati ad alcuni passi dal gruppo, la guardia si rivolge a un uomo alto, corpulento e dalle guance cadenti, che svetta sopra le altre teste di tutte le spalle. La guardia indica la coppia. Il capo del plotone si passa la mano sul volto e strizza gli occhi, poi annuisce e si avvicina. Senza dire alcunché allunga la mano verso Angela e pare che voglia darle uno schiaffo. La ragazza, d’istinto, fa un passo indietro, ma lui le afferra il braccio. Angela chiude gli occhi e sente le grasse dita dell’uomo frugarle fra i capelli già sudati. Li riapre e vede l’uomo osservare il fiore rosso tenendolo di fronte agli occhi troppo stretti.
«Dove l’hai trovato questo?» chiede con voce stridula. Angela si sforza di sorridere, e ce la fa nonostante ogni muscolo della faccia le bruci di dolore.
«Mica me lo ricordo sa, ci siamo appena sposati» ridacchia «e che vuole, si fanno cose anche un po’ stupide» dice, aggiungendo un paio di risolini. I volti dei fascisti sono d’argilla.
«L’hai preso quando siamo scesi dal treno» s’intromette Domenico.
«Sì, che sciocca» dice Angela «l’ho preso dalla massicciata, era così bello, colorato fra quei sassi polverosi. Ho pensato che sì, insomma, siamo in viaggio di nozze e siamo contenti e…»
Angela tenta di affastellare parole sul fuoco dei suoi discorsi, sperando che il fumo offuschi il giudizio delle guardie. Il capo protende il piede e con la punta della scarpa da un colpetto alla valigia, mugugna qualcosa e poi: «Levatevi di qui, forza» dice loro, e butta a terra il fiore.
Angela guarda con occhi tristi i petali rossi annerirsi, poi Domenico le prende il braccio e, sollevando la valigia, la trascina verso l’ultimo calesse rimasto.
«La cosa bella» le dice mentre il cavallo scalpiccia verso il fiume «è che gli hai detto la verità».
«Era la cosa migliore da fare, quelli mica la sanno riconoscere» risponde Angela. Sottovoce, ridono.

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