Tre, un racconto di V. Santoni || Street Stories

Tre

di Vanni Santoni

Illustrazione di Brucio

Il destino degli uomini è governato dal caso, e tutte le attività umane si riducono in ultima istanza a cercare di limitare gli spazi e i momenti in cui esso può agire. Questa è la vera ragione per cui gli uomini sensati temono la guerra: perché è il regno della casualità. Non c’è da meravigliarsi di tutto questo, dato che nasciamo per caso, e il nostro vivere in balia di esso è ben testimoniato dal fatto che, anche laddove venga ad agire contro di noi, ci ritroviamo a supplicarlo, che lo si chiami caso oppure Dio: che giunga di nuovo, ma stavolta ad aiutarci!
«Là può andare?» dice quello alto e secco dei tre «Dico per lei, capita’, quella scala sembra pesante».
Intanto mi tira per il collo con la corda e punta un avvallamento in mezzo al quale sta un albero spoglio, il tronco che si divide in due come una Y. Più in là c’è anche un boschetto, di alberi pure secchi, ma con un cespugliame di rovi e arbusti sotto.
«Capitano, non capita’».
«Scusi, capitano. Sigaretta?» e gli porge una scatoletta d’argento con una pietra dura sul coperchio, che fa scattare col pollice.
«Quella dove l’hai fregata?» dice il capitano, e prende una sigaretta. Anche il ragazzino allunga la mano per prenderne una ma il secco gli chiude la scatola sulle dita.
«Ahia!»
Il secco ridacchia, si accende la sua, porge il fiammifero, rivolto verso il basso nella conchetta della mano, al capitano. Poi riapre la scatola e la porge al ragazzo:
«Dai, prendila».
Quando quello rimette la mano, tlac!, gliela chiude di nuovo sulle dita.
«Ahia, cazzo!»
«Basta stronzate voi due. Dove l’hai presa?»
«Sempre in quella casa, capita’».
Il capitano gli tira un’occhiata insofferente.
«Avrei dovuto cercare anche una spilla da balia» dice ficcandosi la sigaretta in bocca e unendo i due lembi della camicia nel punto sulla pancia in cui manca un bottone e gli escono la ciccia bianca e il pelo.
«In compenso i chiodi li abbiamo trovati» dice il ragazzino, e subito si becca uno schiaffone dal secco.
«Bof, andiamo» dice il capitano, e prende lo scaleo.
«Il terzo non lo portiamo?» chiede il ragazzino.
Il capitano non risponde neanche. Il secco guarda quel disgraziato lì collassato, pallido anzi bluastro, con una filaccia di bava che gli esce dal lato della bocca e dice:
«No, è già andato, non c’è neanche gusto».
Ci portano fino all’albero, e tocca camminare veloce, nonostante la cordicella che ci tiene quasi incollate le caviglie, perché quelli tirano e il nodo scorsoio al collo stringe.
«Se avessi le mani libere…» digrigna il tipo che hanno beccato prima di me. Finora non aveva parlato. È anche vero che da come è messo gliene devono aver date abbastanza.
«E invece le hai legate!» dice il ragazzino. Poi tira su col naso e gli sputa nel muso uno scaracchio tutto moccioso.
Ci sbattono lì sotto l’albero e passano una corda attorno al tronco e ai legacci ai nostri polsi.
«Comunque il primo potrebbe essere ancora pericoloso» dice il secco asciugandosi il sudore dalla fronte con un foulard da donna.
«Pericoloso?» sbuffa il capitano. Si alza e prende il maglio da ferroviere. Il secco intanto tira fuori un fornelletto e poi carica una moka senza più l’impugnatura. Il capitano arriva lì da noi e dà un colpo in faccia al tipo. Poi, quasi proseguendo il movimento, gli molla una martellata piena sul ginocchio della gamba distesa. Quello neanche urla: emette una specie di iiih acuto e sviene. Io cerco di guardare a terra.
«Che c’è, ne vuoi una anche tu?» mi dice, e dà il manico in bocca anche a me. Sputo sangue ma i denti reggono.
«Be’ che cazzo aspettate?» dice ai suoi.
«Il caffè» dice il secco.
Il capitano sbuffa, molla lì il maglio, raggiunge gli altri e si rimette a sedere. Quando la moka comincia a borbottare, il tipo si sveglia, tutto sudato e bianco:
«Potessi prendere quel martello…» mi dice, poi comincia a singhiozzare.
Il secco tira fuori dalla sacca un involto di carta assorbente e rivela una tazzina di porcellana decorata. Strizza l’occhio al capitano, che sbuffa e si versa il caffè nella tazza di metallo in cui aveva l’acqua. Il secco versa il resto nella tazzina e se lo beve.
«E io?» dice il ragazzo.
«Muoviamoci» dice il capitano «Allora, uno di qua e uno di là, va bene?» dice indicando i due rami della Y.
Imbracano il tizio sotto le ascelle, quello si agita per quel che può e si becca un’altra legnata. Poi il secco e il ragazzo salgono sull’albero e lo tirano su mentre quello grida. Gli appoggiano un braccio a contatto col ramo. Quello comincia a supplicare.
Il capitano apre lo scaleo. Va a raccogliere il maglio. Intanto il ragazzo sfodera dal tascapane un chiodo da portone, a sezione quadrata, lungo così. Stando in equilibrio tra i due rami glielo appoggia sul polso. Quello si rianima, sgrana gli occhi, cerca di muoversi ma il secco gli tira la corda al collo:
«Perché?!» riesce a dire.
«Perché, perché» dice il capitano, mentre sale fino al penultimo gradino dello scaleo.
«Perché la guerra è l’inferno? Perché mi state sulle palle? Perché non vi siete nascosti abbastanza bene?» e sferra una martellata forte ma controllata sul chiodo, che entra per più di metà. Si sente un rumore tipo legno che si schianta e mi arriva sul lato del naso uno schizzetto di qualcosa di molliccio. Stavolta il tipo non sviene, ma si mette a ululare mentre quelli gli inchiodano anche l’altro polso, sciolgono le corde e lo lasciano lì penzoloni. Il secco scende (il tipo sviene di nuovo) e si volta verso di me:
«Dunque…»
Pem, pem, pem. Tre colpi. Lo smilzo, il capitano e il ragazzino vanno giù. La cavalleria! O almeno, un tipo tutto sporco di sugna, con una doppietta da cinghiali e un copricapo di rami e foglie secche, che spunta da dietro la casa dove stavamo prima. Si avvicina bofonchiando. Il ragazzino è ancora vivo, alza una mano. Quello ride mostrando una chiostra tutta guasta e gli spara in faccia. Il tipo crocifisso si rianima, ulula, perde di nuovo i sensi. Che sfortuna, davvero. Fosse arrivato dieci minuti prima…
«Grazie» dico io.
«Cosa ringrazi, mezza sega. Passavo per caso. E poi tanto ammazzo anche te», ride. Mi punta la doppietta in faccia. Chiudo gli occhi.
Rat-tat-tat! Strizzo gli occhi, poi mi rendo conto che non è quello il rumore di un fucile. Li apro e vedo il tipo che si piega su di sé, che si accascia. Dal boschetto di rovi spunta un soldato con la divisa tutta stracciata. Sbuffa. Mi raggiunge. Cerca nelle tasche dello smilzo, prende le sigarette, se ne ficca in bocca una, la accende con uno zippo con su una donnina a cavalcioni di un würstel.
«Grazie…» dico io.
«Non mi devi ringraziare, è stato un caso».
Mi alza il labbro con la canna della mitraglietta.
«Due denti d’oro» dice «Mi spiace ciccio, ti devo ammazza’, levarli ai vivi mi fa impressione».
Si sente un sibilo, poi dal petto gli esce qualcosa, come una punta da cui cade una goccetta rossa. Lui cade in avanti, rivelando una freccia. Dal tetto di una casa spunta la capoccia bionda di una ragazzina:
«Preso! Ah ah! Lo sapevo! E ora, te!»
Poteva accadere una volta. Due. Pure tre, a quanto pare. Ma quattro? Eppure non smettevo di sperare, di sperare…

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