Tampone positivo, un articolo di A. Maglione || THREEvial Pursuit

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Tampone positivo

Le varie fasi della quarantena vissute dopo aver preso il Covid-19

di Alessia Maglione

Allora regà, parliamoci chiaro. Ad oggi, anno 2022, se non hai preso il Covid sei categoricamente out. Cioè, ormai dire di essere stato positivo al Coronavirus almeno una volta nella vita è diventato uno status quo, un modo per renderti parte di quella immensa comunità che almeno quelle due settimane di quarantena, sperando nell’esito negativo del fatidico tampone molecolare, se l’è fatte.

E siccome anch’io faccio parte di questo gruppo di disperati, ho deciso di descrivere qui le varie fasi che un individuo positivo al Covid-19 vive nell’attesa di poter ritornare in libertà. Un po’ perché sono curiosa di sapere se anche qualcuno di voi le abbia vissute come me, un po’ per mostrare ai profani che non hanno subito questo strazio cosa potrebbe aspettarli.

Nota bene: siccome viviamo nell’epoca della polemica mediatica facile, questo articolo vuole essere solo un modo satirico per scherzare su una condizione che ha accomunato molti, soprattutto negli ultimi mesi. Non vuole trattare in maniera superficiale chi ha veramente sofferto a causa di questa pandemia, né chi continua a lottare e ad averci a che fare ogni giorno.

Fase 1: la scoperta

Ti svegli con qualche sintomo influenzale: tosse, febbriciola, raffeddore, dolori muscolari. “Porca puttana lo sapevo che non dovevo andarci a casa di Gigi l’altra sera che sicuro c’ho avuto il contatto con il positivo, o il contatto di un contatto, o il quasi contatto con il contatto del contatto”.

Ecco quello che pensi subito al minimo segno della malattia. E insomma, ormai non importa che tu sia un leone o una gazzella, l’importante è che al minimo sospetto, ti vada a fare un tampone. Per ovviare a ogni dubbio, per risparmiare tempo ed evitare inutili attacchi di panico, la cosa più semplice è comprare quello fai da te preso in farmacia con il bugiardino scritto in 78 lingue e con il rischio di farti un buco al cervello perché “chi lo ha mai fatto un tampone in vita sua”. E mentre sviluppi improvvisamente una laurea in medicina ecco che esce subito il responso: le due tacchette rosse.

Panico.

Considerando che questi test parrebbero essere anche poco affidabili (come dice un amico medico che ci ha condotto uno studio sopra), se risulti positivo con quello vuol dire che non hai proprio scampo. Resti a fissare quel bastoncino che pare quello dei test di gravidanza come un coglione finché non realizzi di essere terribilmente fottuto.

E adesso?

Fase 2: l’organizzazione

Una volta appresa la cosa, ci sono due scenari possibili che si possono verificare. Se vivi da solo tutto a posto, al limite devi organizzarti con la spesa per non morire di fame, ma fondamentalmente non devi rendere di conto a nessuno. Rimani isolato tipo santone su un eremo, ma alla fine che ti frega la casa è tua e ti devi solo preoccupare ti mantenerla un minimo decente durante il periodo di reclusione. Al massimo finisci col parlare con oggetti che diventano i tuoi migliori amici, dato che tutti i tuoi amici reali o lavorano mentre tu stai a non fare una ceppa a casa, o comunque non possono venirti a trovare. Per il resto la vita scorre relativamente tranquilla, a parte il rischio di un esaurimento nervoso.

Il problema reale è organizzarsi nel momento in cui vivi con altre persone, che appena apprendono la notizia di avere un positivo in casa iniziano ad armarsi di alcol, guanti, mascherine, disinfettanti di ogni tipo. “È una catastrofe, come facciamo?” Senza contare che quei poveri cristi dei tuoi coinquilini Soprattutto perché quei poveri cristi che vivono con te, saranno costretti a farsi la quarantena esattamente come te. E non vi dico quanto questa cosa li può far rosicare. Le famiglie si sfaldano, le amicizie si distruggono, gli imperi crollano. E nel frattempo tu vivi oscillando tra il senso di colpa da coglione che è riuscito a prendere il Covid non si sa come, e l’angoscia di non sapere quando tutto questo finirà.

Che poi alla fine finisce eh, ci vuole solo un po’ di pazienza.

south park nerd tampone
Fase 3: la gestione del proprio tempo

Se puoi lavorare da casa la vita sembra fantastica: puoi farlo in pigiama tutto il giorno, fare le pause in tranquillità, muoverti liberamente per casa. Una figata. Peccato che lavorare da casa col Covid significhi lavorare. E basta. Non è che puoi dire “che bello per oggi ho finito, vado a bere qualcosa con gli amici”. Puoi farlo, se consideri il letto come tuo unico amico.

Mettiamo invece che non lavori o sei disoccupato, o fai un lavoro che non può essere svolto da casa. Nel primo caso inizi a pensare di poterti dedicare alla lettura, al disegno, la meditazione, l’esercizio fisico, ai tuoi hobby che avevi messo da parte perché non avevi abbastanza tempo, insomma puoi fare un sacco di cose e godere di un po’ di sana solitudine. Superata la fase del crollo emotivo dei conviventi, il fatto di essere positivo al Covid non sembra poi così male.

Nel secondo caso, invece, i principali personaggi che incontriamo in questo scenario sono:

  • Il datore di lavoro, quello che va in ansia perché deve far fare i tamponi a tutti quelli che sono stati a contatto con te negli ultimi giorni, col rischio che tutto il suo impero si blocchi e per una settimana non possa andare a lavorare nessuno;
  • i colleghi, anch’essi suddivisibili in due categorie, quelli del fottesega spero di essere positivo così sto a casa, e quelli ipocondriaci, che faranno fare il tampone a se stessi, ai figli, agli amici e pure al gatto e al cane;
  • il medico di base, quello irraggiungibile, quello che se lo chiami quattrocento volte al giorno non ti risponde e pure che lo fa devi sperare che faccia il suo lavoro e ti mandi il certificato di malattia in tempi brevi;
  • l’INPS. Qui credo che non serva aggiungere altro.

Possiamo però confermare che in tutti e tre i casi, – se si è anche solo pensato di dedicare del tempo a se stessi e alle proprie passioni, lavoro o no – in tutti e tre i casi insomma, questo slancio iniziale avvenga solamente il primo giorno. Dal secondo in poi Netflix sembra essere la tua unica salvezza. Divori puntate di serie tv che non pensavi avresti mai guardato in condizioni normali. Vivi di cibo spazzatura, vergogna e rimpianti per tutto quello che avresti potuto fare e che non farai mai.

Perché la verità è una sola: pensi solamente di essere positivo al Covid, i sintomi influenzali ti sono passati, vuoi uscire e non puoi farlo. La vita fa schifo.

Fase 4: la rassegnazione

Ecco che infine, alla seconda settimana di quarantena, dopo che sembrano trascorse molte lune, arriva lei, la rassegnazione alla ormai innegabile verità, Che ormai la tua vita sarà quella: mangerai da piatti di plastica, vedrai scorrere le tue giornate dalla finestra e diventerai un incrocio tra Smigol del Signore degli anelli e Sheldon Cooper di Big Bang Theory, ignorato anche dal tuo stesso medico, il tuo unico ormai amico e che può tirarti fuori da questa situazione prescrivendoti l’ennesimo tampone molecolare.

Alla fine però, quando tutto sembra ormai perduto, quando ormai hai progettato cose incredibili, tipo un modo rivoluzionario per terminare la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, arriva lui: l’esito del tampone negativo. E tutta questa storia sembra ormai solo un vago ricordo, assapori finalmente di nuovo la libertà, respiri a pieni polmoni quell’aria piena di smog e cemento che tanto ti mancava, per poi pensare che forse quella serie la vorresti finire di vedere, ma che “va beh ormai esco domani, fottesega oggi non c’ho voglia esce sta roba nuova su Netflix sto a casa e nei prossimi giorni si vedrà”.

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