I superflui di Dante Arfelli, un articolo di R. Cannarsa || THREEvial Pursuit

I superflui di Dante Arfelli, un articolo di R. Cannarsa || THREEvial Pursuit


I superflui di Dante Arfelli

di Rocco Cannarsa

Copertina di una delle prime edizioni del romanzo d’esordio di Dante Arfelli, I superflui

Quella sera Lidia non uscì. Seduta accanto alla stufa, ora spenta, gli occhi a terra, pareva che pensasse a qualche cosa. Luca la guardava, le guardava il ventre dove era cresciuto un altro pezzo di carne, una vita, che a un certo momento sarebbe venuto fuori all’aria e sarebbe stato un uomo, come lui, Luca, o una donna o un altro essere in più, inutile, superfluo”.

Eccedente i limiti della necessità. Romanzo d’esordio di Dante Arfelli, I superflui nel mondo editoriale è stato ritenuto tale per ventisette anni ( l’ultima a pubblicarlo fu Marsilio nel ‘94, dopo Rizzoli nel ‘49 e Vallecchi nel ‘54). Oggi il romanzo è tornato alla luce con la giovane casa editrice RFB.

«Non è un libro per addetti ai lavori», lo dicono in troppi e come dargli torto: «il libro ha venduto bene, è arrivato oltreoceano, pubblicato da “Scribner”, lo stesso editore di Hemingway, vendendo quasi un milione di copie».
Perché è scomparso? Perché non lo ha ripubblicato nessuno? Perché il mercato editoriale pare punti sugli “sporchi, maledetti e subito” e sempre meno sulla qualità?
Oppure (forse ancor di più) perché dobbiamo sentire la necessità di riesumare cadaveri? È la letteratura contemporanea che è avvilente o lo sguardo con cui ci si approccia?
Perché l’uomo si illude che lasciando un’opera al mondo l’abbia scampata all’ineluttabilità della morte?
Non ne ho idea. L’unica certezza, come mi ha sempre detto un amico, è che «Il successo è solo il participio passato di succedere». Quindi, fatti i convenevoli, vediamo di cosa parla il libro.

dante arfelli e montesanto
Dante Arfelli e Gino Montesanto

Il romanzo segue un topic piuttosto classico: un giovane provinciale, Luca, fugge dal proprio paesino di nascita alla volta della città, che in questo caso è Roma. Questa trama resta sempre garanzia di sventure, delusioni, profonde riflessioni sulla precarietà dell’esistenza e, alle volte, di rimpianto.
La ripetitività-ricorrenza-tipicità rende il romanzo come genere letterario morto? Siamo fermi all’800? Ha ragione chi parla di Giovani Indiana Jones? Forse. Ma se camminiamo su strade già battute da altri, e la vita è un ciclo senza altro scopo che ripetersi, io non me la prenderei più di tanto se è stato già detto tutto. Poi un giorno arriverà il genio che invece di dipingerci sulla tela, la squarcia. Appunto.

Il progresso osservato con occhi cinici e noncuranti. Gli occhi dei poveri. Il quadro dell’Italia del Dopoguerra è dipinto con eccezionale maestria, e il colore non si è ancora asciugato. Le antiche speranze di un tempo migliore soccombono schiacciate da quella piaga immortale che è la miseria, come se il presente fosse la bomba che la guerra aveva lasciato inesplosa. L’attualità delle sensazioni, delle aspettative e dell’aria che viene fuori dalle pagine è terribilmente spaventosa.

Non voglio dire certo che le cose non siano cambiate. Prendiamo la scena iniziale: Luca è diretto a Roma, in tasca ha la lettera di raccomandazione del prete del suo paese, don Aldo, da consegnare al suo aggancio, un certo Monsignore. I viaggiatori con cui divide lo scompartimento lodano la donna-oggetto (meglio se italiana), una Svizzera che probabilmente non hanno mai visitato e non vedono l’ora di tornare a Milano per fuggire da questi terroni di merda che sono animali, non persone, tanto che: «Bisognerebbe fare una linea sotto Ancona e segare l’Italia lì».

Sceso dal treno incontra Lidia, una prostituta. Ci va? Non ci va? Non importa, quello che importa è che finisce per condividere con lei un appartamento. Grande spazio Arfelli lo dà all’osservazione dell’incapacità di pensarla donna, prima che prostituta. Anche sulla pelle di Luca, l’incertezza e il disagio, la repulsione verso quella parola, ostacolano l’avvento di una conoscenza, di una amicizia.

Queste dinamiche sono rese con una analisi talmente spicciola e brusca da risultare brillante, tanto da evocare Stigma, del sociologo Erving Goffman (“[…] noi normali riteniamo che una persona con uno stigma non sia del tutto umana. Partendo da questa premessa mettiamo in atto una varietà di discriminazioni, grazie alle quali di fatto, […], gli riduciamo le possibilità di vita” – Stigma, Goffman).

Ma poi le confidenze arrivano, e così la condivisione di un destino che era già intaccato dalla tristezza o soltanto dal tentare di vivere, giorno per giorno, sentendo i tonfi dello sgretolarsi dei propri sogni.

dante arfelli cinquanta
Dante Arfelli (Immagine d’archivio)

E c’è una vecchia, l’appartamento è il suo, lo affitta da quando il marito ferroviere è morto, e riscuote con avida prepotenza l’affitto ogni ultimo del mese, nonché qualche spicciolo per chiudere un occhio sull’attività svolta in casa da Lidia. E insiste sul volere il prete, ché ormai è anziana: corna e bicorna che non succede, ma se succede vuole il prete perché, nonostante tutto, è cattolica. I giorni Luca li passa bussando alle porte per un impiego, perché sebbene il Monsignore ora sia Eccellenza, purtroppo non può fare nulla, ma se avesse potuto… e questa tiritera si ripete con politici, avvocati, e chi più ne ha più ne metta.

Il punto è che Luca è un giovane buono e il lavoro, che in città ce n’è per tutti, manca a questa categoria, che si rivela poco audace, poco furba, come gli verrà rimproverato più volte dal suo futuro “amico” Alberto. Non manca neanche la politica, perché Luca, quando guarda chi ha di fronte, cerca di collocarlo di là o di qua, anche se nota che il birraio, l’artigiano e il tessitore contano solo sotto campagna elettorale.

Il problema di fondo resta sempre lo stesso: «Io dico che se gli uomini fossero tutti buoni non ci sarebbe più da lamentarsi».
«Ma non lo saranno mai».
«E allora tutto il resto non conta niente. Però, anche se non lo potranno diventare, dovrebbero cercare di provarci».
Ed è per questo che «È inutile dire: “Buttiamo tutto per aria e rifacciamo”. Si rifà come prima, perché siamo sempre noi».
(Dialogo di Luca e Lidia, I superflui)

«Io mi son chiesto spesso che cosa sono al mondo a fare. Quando ero più ragazzo ci pensavo delle ore intere, fino a farmi male alla testa. Diventando grande ci penso sempre di meno perché ci sono tante altre cose».
«E ancora non lo sai che cosa sei venuto a fare?»
«No. C’è chi dice che ognuno di noi ha da fare una parte: come uno in un paese fa il fornaio, un altro il falegname, e ci vogliono tutti i mestieri, così dicono che ci vogliono anche i poveri e gli stupidi».
(Dialogo di Luca e Lidia, I superflui)

L’abbattimento dei toni, che sembra una resa alla vita, e la pacatezza della narrazione rendono lo stile crudo. E l’umiltà con cui Arfelli scandaglia la tragedia dell’esistenza rende il flusso narrativo nobilmente audace o, più tristemente, consapevole. Ciò rende I Superflui tutt’altro che una lettura noiosa. Le profonde riflessioni confluiscono in quella che si illude di essere catarsi, ma non è che felicità nella tristezza. È proprio sapere che se le cose si mettono male è facile mettere a tutto la parola fine che porta i personaggi a vivere il proprio presente con spensieratezza.

dante arfelli studio
Dante Arfelli nel suo studio

Leggere Arfelli mi ha insegnato che sì, siamo tutti superflui, ma ci siamo, ed è solo esistendo che si può fare la differenza in un mondo che non ha bisogno di noi.

Sul web si leggevano strazianti appelli per non dimenticare questo scrittore (a marzo c’è stato il centenario dalla nascita). Sono anni che molti intellettuali spingono per ripubblicarlo. Il problema però non è solo lui, sono tanti gli autori che stanno scomparendo dai cataloghi editoriali, dagli scaffali delle librerie, dalle biblioteche. Ma se questa è una tendenza deve essere indagata davvero, perché la colpa non può essere soltanto degli editori, contro i quali è troppo facile accanirsi.

Come scrive Gian Carlo Ferretti nel suo saggio Siamo spiacenti, in un autore per quanto il valore estetico sia una qualità importante, “[…] una durata più o meno lunga può non esserne condizionata del tutto. Fondamentale resta che un libro continui a essere letto”. “I Superflui” è sparito per ventisette anni. Ok, ma ora è ricomparso. Lo rileggeremo? O questa pubblicazione sarà la riprova di una condanna?

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