Spazzatura, un racconto di L. Notarianni || Street Stories ||Three Faces

Spazzatura, un racconto di L. Notarianni || Street Stories


Spazzatura, un racconto di L. Notarianni, illustrazione di F. Bria

Spazzatura

di Luca Notarianni

Illustrazione di Federico Bria

Sergio stava rovistando nella spazzatura, un’attività che da quindici anni lo impegnava quotidianamente dalle tre alle sei ore. Un tempo abbastanza onesto per portarsi la pagnotta a casa. Certo, spesso si trattava di avanzi in semi-decomposizione e, con un po’ di fortuna, di panini da fast food già ciancicati. Insomma, non proprio quello che si potrebbe definire un vero pasto. Così come i sei pezzi di cartone, che ammassati sotto una coperta fungevano da riparo all’uomo, non potevano essere definiti una vera casa. A Sergio, però, importava poco.
A un impiegato servono otto ore della sua giornata per guadagnarsi da vivere, mangiando spesso cose simili a quelle che Sergio trovava nei cassonetti.
«Ci credo» ripeteva l’uomo ai suoi colleghi da marciapiede, «dopo otto ore in ufficio, dove lo trovi il tempo per comprarti qualcosa di buono»
Sergio, invece, di tempo ne aveva in abbondanza, come in quel caldo martedì di metà aprile, mentre rovistava alla ricerca della sua cena.
«Ciao». L’uomo si voltò, trovandosi davanti una bambina dai capelli lunghi. Era Sara, otto anni di furbizia. Ogni pomeriggio passava davanti a quei cassonetti, posizionati esattamente tra la scuola elementare e la palestra dove si esercitava. Non era la prima volta che vedeva Sergio, ma quel giorno decise di fermarsi, mossa da un’ ingenua curiosità.
Il barbone non fece caso a lei e continuò il suo minuzioso lavoro di apritore di buste chiuse male. «Come ti chiami?», aggiunse la biondina.
L’uomo sbuffò e la ignorò nuovamente, sottovalutando la pazienza di una bambina di otto anni.
«Tu sei spazzatura?» disse con la solita voce acuta.
Il barbone si fermò. La piccola aveva catturato la sua attenzione. Quindici anni in strada e fatto fesso dalla prima lattante che gli rivolgeva la parola.
«Come hai detto scusa?» replicò l’uomo alzando la voce per farle paura.
«Tu sei spazzatura?»
«Io sono Sergio, altro che spazzatura». 
Stizzito si asciugò le mani unte sulla giacca stropicciata.
«Il mio papà dice che siamo quello che mangiamo, quindi se tu mangi spazzatura, vuol dire che sei spazzatura».
Messa così non faceva una piega.
Piccola mocciosa sfrontata”, pensò il barbone, deciso più che mai a ingaggiare quel duello verbale.
«Ah, così dice il tuo papà? E fammi sentire un po’ signorinella, cosa mangi tu a cena?».
La bambina pensò ai piatti che la madre preparava e lo fece tenendo il dito indice della mano destra poggiato sulle labbra.
Quel gesto suscitò in Sergio una vampata incontrollata di tenerezza.
«A casa mangiamo cose diverse, ma a me piace la fetta di carne»
«Beh, allora tu sei un vitello» disse l’uomo sorridendo.
«Non sono un vitello, sono una bambina!» replicò Sara sbattendo i piedi a terra.
«Se sei una bambina vuol dire che a cena mangi altri bambini»
Finalmente la sfida verbale volgeva a suo favore.
Sara accusò il colpo, il discorso del barbone filava. Senza demordere, però, aggiunse: «I bambini non si mangiano. Anche papà mangia carne e non è un vitello. Io sono una bambina che mangia carne e basta».
Sergio sorrise, pensando a qualche morale intelligente da dire a quella biondina che le ricordava tanto sua figlia. Non la vedeva da quindici anni, esattamente dal giorno in cui la sua ex moglie decise di abbandonarlo, portandosi via il suo bene più prezioso, il sangue del suo sangue. Il motivo? Dopo aver perso il lavoro era stato giudicato psicologicamente troppo fragile e instabile per potersi prendere cura della bambina. Era stata l’ex moglie, medico ambulatoriale, a fargli fare un test da un suo amico; “per aiutarlo”, gli aveva detto. Passò poco tempo prima che Sergio decidesse di andare a vivere in strada; un gesto quasi orgoglioso, una sorta di coraggio al contrario per dimostrare che di fragile, nella sua testa, c’era stata soltanto la fiducia riposta nella persona sbagliata.

Anche Rebecca, la figlia di Sergio, quando pensava metteva il dito indice sulla bocca. Una nuova vampata di tenerezza lo riscaldò più del sole primaverile.
Il barbone, però, non riuscì a narrare la sua arguta morale. Dall’angolo spuntò il padre della bambina. Vedendola da sola davanti a Sergio strattonò l’uomo e spingendolo con forza lo fece cadere contro i cassonetti.
«Stai lontano, schifoso. Cosa volevi fare? Se non vai via chiamo la polizia».
Sergio, abituato a queste situazioni, scappò, senza voltarsi, senza salutare la piccola e senza cena.
Il padre di Sara afferrò la figlia e la portò in palestra.
«Papà stavamo solo parlando di cibo e di…»
«Zitta! Ti ho detto di non parlare con i barboni, sono pericolosi! Vai in palestra e non farlo mai più, altrimenti sono guai».
La piccola era perplessa, non si era sentita in pericolo, ma ubbidì al padre ed entrò in palestra per svolgere le sue due ore di ginnastica. Una volta uscita si affacciò nuovamente verso i cassonetti, ma Sergio non c’era più. Sara, delusa dal non poter finire quell’interessante conversazione, s’imbronciò.
Il barbone la stava osservando da lontano, mentre si accarezzava le spalle come a volersi abbracciare da solo. Quel broncio gli ricordava la sua piccola quando faceva i capricci.
Dopo qualche minuto Sara vide l’uomo avvicinarsi. In lei la paura del padre che stava tornando a prenderla si mischiò con l’eccitazione di poter continuare la discussione precedente.
«Tieni, questo è per te». Sergio le porse un cono gelato a quattro gusti: cioccolato, pistacchio, stracciatella e zuppa inglese. Lo aveva comprato con i soldi elemosinati in quelle due ore.
La bambina, con gli occhi sgranati, afferrò il gelato senza pensare alle parole del padre.
«Perché me lo stai regalando?» e iniziò golosamente a leccare tutti i gusti per scoprire cosa ci fosse.
«Tu sei convinta che siamo quello che mangiamo, giusto?»
«Si!» rispose con la bocca già sporca di cioccolato.
«Allora, poiché non sai bene chi sei, te lo dico io. Sei un gelato dolcissimo, dai tanti gusti!».
La bambina si fermò e lo guardò negli occhi. Forse era vero: suo padre era un vitello e quell’uomo sicuramente non era pericoloso.
«Grazie Sergio! Ora vado, altrimenti papà si arrabbia con te e mi dispiace»
L’uomo sorrise e si voltò incamminandosi verso la sua casa di cartone.
«Sergio!» urlò da lontano la bambina.
Il barbone le rivolse nuovamente lo sguardo facendo un cenno con il capo.
Sara sorrise, come solo una bambina di otto anni sa fare, e disse: «Da grande io voglio essere una spazzatura come te!».
Sergio le fece un inchino e proseguì. Senza cena, senza i soldi dell’elemosina, ma con gli occhi ben idratati dalle lacrime che Sara gli aveva regalato.

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