Sono lontana, sto bene - Viaggio in Messico, atto III - B.Bendinelli | Vai A Quel Paese - Go Face Yourself

Sono lontana, sto bene – Viaggio in Messico, atto III – B.Bendinelli

Sono lontana, sto bene. B.Bendinelli

L’aeroporto di Guadalajara non me lo ricordo affatto.

In realtà non ricordo nessun aeroporto, tendo ad eliminarli completamente dalla memoria e non è vero che si somigliano tutti, che sono tutti uguali. In ogni caso non ricordo quasi mai niente, trattengo solo i soffitti. Il soffitto di Madrid è il mio soffitto di aeroporto preferito ma questa è un’altra storia e tra qualche centinaia di migliaia di parole e chilometri ci arriverò.

Stiamo aspettando il volo per Tuxtla Gutierrez, si tratta di un paio d’ore in aria prima di arrivare nel cuore del Chiapas. I voli interni sono molto economici, le lunghe distanze del Messico obbligano spesso ad utilizzare anche l’aereo come mezzo di trasporto per raggiungere il posto di lavoro. Ci sono pochi turisti, è mattina presto. Una coppia, probabilmente in viaggio di nozze, è l’unica a guardare insistentemente fuori dal finestrino, ridono e io ascolto la conversazione. Cose che si fanno sugli aerei.

Due ore di viaggio sembrano niente e comincio a comprendere il ritmo lento di cui parlava Christian. Le ore sono di gomma, si allungano con le mani tirandole da una parte all’altra. Al centro il tempo si allenta, diventa molle e ci cadi dentro. Resti a gambe all’aria, a guardare in alto e scopri quanta pace c’è in mezzo alle cose.
In mezzo al finestrino e alla coppia invece ci sono io, che osservo loro osservare fuori. Francesca è alle prese con tutte le guide che abbiamo, gli appunti di viaggio, i consigli di Eli, le tappe da coprire e le strada da consumare. So che arriviamo alle dieci di mattina e siamo dirette a San Crisobal de las Casas, per me è sufficiente.

Apro una piccola parentesi su questa città. Ci troviamo a circa 2000 metri sul livello del mare, al centro della Sierra Madre. San Cristobal è una cartolina dell’epoca coloniale spagnola, ne è testimone l’architettura e la commistione di vari gruppi etnici. Ciò che rende questo posto speciale, oltre alla sua poetica bellezza, è certamente l’atmosfera di pace. Nonostante le continue controversie storiche, San Cristobal è diventata meta di molti viaggiatori in cerca di un luogo adatto per un insediamento, duraturo o breve che sia. Molti sono rimasti. Altri, invece, vi fanno ritorno saltuariamente. Sembra davvero di essere su un altro pianeta tanta è la straordinaria capacità di convivenza tra numerose identità culturali differenti. Le famiglie indios vivono in una zona più alta, mentre tutti gli altri abitano nel centro della città, anche se non esiste una separazione vera e propria. Nessun muro etnico o elitario, semplicemente la posizione distante dal nucleo turistico agevola i contadini nativi nella gestione e vendita dei loro prodotti naturali.

L’attrazione principale della città, oltre alla sua genuina bellezza, è certamente la vicinanza con San Juan Chamula, il luogo mistico per eccellenza. Christian ce ne ha parlato molto e siamo curiose di vistare questo posto che ancora stupisce chiunque abbia modo di raggiungerlo.
Prima di avventurarci verso il piccolo centro magico ci sistemiamo in un ostello. Non ricordo di aver alloggiato in un posto migliore in tutta la mia vita. L’accoglienza è singolare fin dal primo momento. Dobbiamo suonare il campanello perchè a quanto pare la reception non è sempre aperta. Così facciamo e dopo qualche minuto ci apre il portone un tipo con l’aria di essersi appena svegliato. Ci fa notare infatti che era impegnato a rilassarsi e lo abbiamo disturbato. Ecco spiegati il campanello e l’attesa. Chiedo scusa e chiedo una camera. Prima di tutto il tipo strano si presenta: Estéban, chiaramente americano, chiaramente strafatto, chiaramente utile. Le pratiche di registrazione e check-in vengono pacificamente sorvolate, ci dimentichiamo che servono i passaporti e siamo già invaghite della sua oppiacea noncuranza. Non ci guarda perchè ha gli occhi chiusi, che apre solo per cercare una stanza sul registro. Tutti e tre ondeggiamo, davanti alla reception. Seguiamo i movimenti lenti e scoordinati di Estéban che forse non ci ha nemmeno viste, due profili magri e sudati apparsi all’improvviso. Ci consegna la chiave del lucchetto ma prima di entrare in camera Francesca molla la domanda più ovvia del mondo: para fumar?
Estéban non sembra affatto stupito, continua ad ondeggiare e comincia a sbobinare una lista di nomi e di numeri. Prende il cellulare, parla ad occhi chiusi, ci chiede una cifra, conferma, stacca e ci indica la camera. Affare fatto.

Non ci eravamo ancora accorte dove eravamo finite. L’ostello è una villa coloniale, tutta bianca e arancione. C’è un cortile soleggiato al centro del chiostro e le camere sotto gli archi hanno porte di colori diversi, la nostra è rossa con un lucchetto blu. Dentro ci sono due grandi letti matrimoniali, io scelgo quello sotto il lucernario di legno scuro. C’è un caminetto mai usato e alle finestre ci sono tende leggere di lino bianco. Il bagno è colorato, ceramiche floreali sulle pareti e un mosaico azzurro nella doccia. Sopra il piccolo lavabo bianco immacolato c’è una finestra che si affaccia sul retro della camera. Silenzio e cielo blu. Resto immobile per un attimo lunghissimo, mi sento lontana e mi sento bene. Esco fuori dal lucernario, vado in alto fino a che non vedo tutta la città affogare nella sierra, finchè non sparisco anche io al centro della jungla che oramai è un mare verde di alberi rotondi. Di nuovo quel pensiero, sono lontana. Sto bene.

Ci sistemiamo velocemente lanciando le cose in qualsiasi angolo della stanza, marchiamo il territorio con le nostre cianfrusaglie e ci accorgiamo di aver accumulato già molti ricordi. Estéban si è di nuovo nascosto nella sua stanza buia, quando lo chiamiamo esce avvolto da una nuvola di fumo, sembra il messaggero di un oracolo divino, ma vestito da skater. Il profeta ci illumina sul cammino per San Juan Chamula, dobbiamo passare attraverso il mercato, raggiungere una piccola fermata di autubus locali non a pagamento, i colectivos, e chiedere per la chiesa di San Juan.
Ci avverte che le mie due prepotenti macchine fotografiche saranno inutili, essendo proibito scattare foto alle persone e tanto meno alla chiesa.

Camminiamo a lungo prima di raggiungere la piccola sede dei colectivos. L’aria è pulita ma pesa sulle spalle, si cammina e si respira lentamente. Il cielo grigio fa da cappa e pian piano che saliamo fa sempre più caldo. Una volta entrate sul furgoncino trasandato ci accorgiamo di essere le uniche due donne bianche europee. La comunità indigena locale utilizza i colectivos per raggiungere San Juan, non sono mezzi turistici ma nessuno si preoccupa che vengano utilizzati in tal modo. Le donne sono cariche di bambini silenziosi, ci guardano e sorridono. Mi assicuro di tenere bene nascosto ogni apparecchio elettronico, non voglio che pensino che sono li per spiarle.

Il viaggio è breve, scendiamo in un parcheggio sterrato a circa due o tre chilometri dalla piazza. Francesca è stranamente silenziosa, i racconti di Christian sugli sciamani e i riti pagani la devono aver suggestionata e so che ci sta pensando. Ci sto pensando anche io, d’altra parte.
Siamo in un luogo effettivamente carico di strane vibrazioni, quelle che normalmente non sappiamo definire se non riferendoci alle scosse fastidiose dei cellulari in tasca. Questa volta le sento davvero, sarà l’aria calda e pesante come un sasso ma mi gira la testa, mi sento stranamente intimorita e mi sembra di sentire addosso tutto quanto il tempo che è passato da qua, da questo luogo immobile ma vitale. Avanziamo in silenzio verso la grande piazza centrale dove sul lato Nord sorge la chiesa di San Juan. Sono riuscita a scattare una foto e ho paura di pagarne le conseguenze.
La prima cosa che notiamo fuori dalla chiesa è il messaggio scritto a caratteri blu sulla facciata: ayuntamento 2012. Scatta immediatamente un drammatico collegamento: 2012 – fine del mondo – maya – profezia – che anno è? – 2013 – ah no, cazzo, non c’hanno preso alla fine – che burloni.

Entriamo dentro chiedendoci in silenzio se sia il caso di farlo per davvero ma è troppo tardi perchè oramai ci troviamo al centro della navata. Tutto è come ci era stato descritto, gli aghi di pino sul pavimento, le statue dei santi lungo le pareti, gli specchi, i polli sgozzati, le lattine di coca cola, donne e bambine che recitano preghiere confuse in preda alle bollicine delle bibite sacre. I rutti sono orazioni pagane che liberano il corpo purificandolo dagli spiriti maligni. No, noi non ci aggiungiamo al coro nonostante la tentazione sia molto forte. Non è una gara di digestione, è un fatto serio, ma che prenderemo seriamente solo dopo esserci informate a fondo. La chiesa/ospedale di San Juan effettivamente è un luogo di culto per le comunità locali, qua ancora convivono credenze pagane e cristiane, sull’altare c’è un puma a dimensioni naturali e dietro si scorge un cristo malconcio e legnoso. L’uomo e la bestia. Il cristo adesso lo vedo come l’intruso alla festa e chiedo perdono dentro di me per averglielo indirettamente imposto.
Usciamo e il cielo è ancora grigio, mi arriva un messaggio, mi dicono che a casa piove e io mi tengo volentieri il grigio acceso di San Juan. Spengo il telefono, che sembra a un oggetto del tutto obsoleto.

Tornate a San Cristobal troviamo sotto la porta una generosa consegna dal profeta Estéban. La notte è fresca e verde, un sacco verde. Usciamo prima di perderci nei colori della camera e a questo punto decidiamo di fare tre cose che ancora non avevamo fatto: mangiare fino a piangere, bere fino a ballare, fumare fino a svenire.
Mettiamo in atto il piano nonostante io abbia qualche riserva sulla seconda attività della lista e mi concentro sulle restanti missioni. Ci hanno consigliato un piccolo ristorante locale, ci mettiamo un po’ per trovarlo perchè da fuori non si fa notare, ha l’aspetto di una semplice abitazione ma i profumi non tradiscono. Ordiniamo un po’ di tutto, quesadillas, enchiladas, burritos. La tavola diventa un puzzle colorato di pietanze e noi incastriamo i pezzi con le mani, ci scambiamo i sapori e le salse. La cosa bella della cucina messicana è che coinvolge tutti quanti i sensi, un po’ come scopare sul tavolo. Brucia la bocca, le labbra sono rosse e lucide, il caldo fa sudare le tempie e sale fino alla fronte, ti fermi solo per toglierti la sete e senti il rumore delle mani che afferrano le cose, per tutto il tempo respiri forte un odore acido di saliva, ancora un ultimo morso e poi ti lasci andare. Non c’è nessuno intorno a noi, solo un vecchio su una poltrona che guarda la tv, probabilmente è il proprietario perché quando chiediamo il conto viene subito coinvolto nel controllo delle ordinazioni. Ci sorride dal suo angolo spazioso e noi mostriamo le birre vuote, è un gesto di gratitudine ma viene interpretato male e ci portano altre due birre. Grazie, è stato bello, penso.

Camminiamo lungo il corso principale dove scopriamo negozi bellissimi, argento e legno, tessuti e pietre dure. Non entriamo, siamo in effetti un po’ barcollanti. Accanto alla chiesa di Santo Domingo c’è un loggiato che arriva fino all’altra parte della piazza, è una galleria di caffè e piccoli bar dove tutti stanno fuori a prendere aria, a leggere un libro o a suonare. Ci attira il gruppo di musicisti che si è sistemato in mezzo alle sedie e ai turisti, non sembrano professionisti perché ogni tanto si interrompono per consultarsi, ridono e a volte parlano tra di loro. Restiamo fin quando non se ne vanno, resta soltanto uno di loro e ne approfitto per chiedergli una foto. Si chiama Frank, notiamo adesso che stava seduto su una piccola sedia a rotelle, ci spiega che gli altri li aveva appena incontrati e non parlavano nemmeno spagnolo. Ha un perfetto accento francese ma ci dice che non è francese, non riusciamo a capire bene da dove provenga la cosa certa è che ha girato il mondo. Ha la faccia piena di piercing, capelli neri raccolti in un groviglio di rasta. Sorride e ha voglia di parlare. Suona il flauto traverso e altri piccoli strumenti che tiene in una sacca di pelle marrone, lo osservo mentre mi spiega la sua musica, ha un volto bellissimo e così tanta energia che non posso fare a meno di coinvolgerlo nella nostra serata. Frank ci porta in un locale cubano dove tutti ballano a rotazione al centro della sala, mi dice che adora la Salsa e il Jazz Latino Americano, guarda le coppie che ballano e applaude divertito. Ancora qualche birra e un vano tentativo di farmi ballare prima di rientrare al tempio sacro di Estéban, è tardi e Frank non lo sa ma noi dobbiamo partire. Non so spiegarmi perché ma non ho mai detto a Frank che il giorno dopo saremmo andate via, per sempre, che probabilmente non ci saremo mai più incrociati, che era stato solo un caso. Lo salutiamo e io dico un ci vediamo domani. Non so se ci ha creduto veramente, penso lo sapesse che eravamo solo di passaggio, che eravamo un dettaglio, un momento e così era lui per noi. In quell’attimo ci siamo prese gioco del Tempo, facendogli credere che ce ne fosse ancora, che poteva restare e passeggiare lento. Quando si viaggia siamo sempre noi ad ingannarlo. Il Tempo ci imbroglia solo quando restiamo fermi.

Domani penseremo a tutto quello che c’è da fare, l’autobus per Palenque, le Cascate, le rovine, gli zaini, i soldi, il mal di testa, l’erba. Per stasera sono apposto, ho detto una bugia al Tempo e lui questa volta ci è cascato, io resto qua stanotte mentre lui va a cercarmi da qualche altra parte.

 

 

Benedetta Bendinelli

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