Sguardo rivelatore - Viaggio in Brasile - M.Selo | Vai A Quel Paese - Go Face Yourself

Sguardo rivelatore – Viaggio in Brasile – M.Selo

Sguardo rivelatore. M.Selo

Sono seduto al ristorante David di Buzios. Mentre attendo una bistecca di picanha, mi viene servito del pane, burro e un’insalatina di pomodori, cipolla e altri gusti che non riesco a decifrare. Mi disseto con un copo di cerveja.
Davanti a me – ho preso un tavolino esterno in modo da poter fumare – Rua das petras, la via delle pietre, nominata comunemente così a causa dei grossi ciottoli malamente posizionati per terra, che creano una sorta di pavimentazione irregolare difficile da percorre per i tacchi a spillo delle gatinhas, e che di certo non aiuta un passeggiatore disattento come me ad evitare storte di ogni grado.

Sono circa le otto di sera e di fronte a me vedo scorrere fiumi di persone intente a mostrare il proprio ego pignolamente lucidato e messo a nuovo per l’occasione.
Vengono dalla capitale per mostrare, in questa sorta di sfilata anonima, ogni qual tipo di accessorio o civetteria all’ultimo grido.

Il ristorantino fa angolo su un incrocio e dalla mia destra vedo spuntare un uomo in canottiera che spinge il suo carro: due ruote anteriori, una sola posteriore, due grossi ammortizzatori cigolanti ben visibili ai lati. Una struttura di ferro/acciaio arrugginita spinta da un asse posteriore diagonale che termina con un manubrio perpendicolare facilmente impugnato dalle grosse mani callose del lavoratore.
Dentro il carro una grande scatola di polistirolo compresso, bianca in origine – ora completamente sfumata di nero e marrone dall’usura e dalla pioggia – nasconde per metà un enorme sacco di plastica contenente ghiaccio tritato, ma soprattutto nasconde una bambina mulatta bellissima dai capelli ricci.

L’uomo, dopo le raccomandazioni fatte alla bimba – probabilmente le dice di non muoversi di lì, ma io purtroppo non posso saperlo a causa della lontananza non solo linguistica – , prende il sacco di ghiaccio e lo porta dentro il locale adiacente il mio.
La bimba, vestita con una semplice salopette di jeans, non riesce a stare ferma. Saltella di qua e di là nella cassa di polistirolo, affascinata da tutto ciò che la circonda. Rimane estasiata quando scorge la ragazza bionda dagli occhi azzurri seduta al tavolo di fianco al mio. La guarda con gli occhi spalancati. Poi la sua attenzione si posa su altro, creando una scena che difficilmente dimenticherò.

Proprio in quel momento sta passando per la via una famiglia agiata, brasiliani ricchi, lo si vede subito dai vestiti, dai gioielli, dalle permanenti della mamma e della nonna, dall’abito italiano del papà che trasporta a cavalcioni una bella bambina bionda che succhia felice il suo chupa-chups rosa. Passano di fianco al carrello e alla bimba curandosi solo di guardare “in alto”, dove i loro occhi sono degni di posare lo sguardo altezzoso.
La bimba incrocia lo sguardo della creatura a cavalcioni e per un attimo il tempo si ferma (almeno per me). La bimba nel carretto, incredula, guarda l’altra bambina e si tocca i capelli; hanno la stessa capigliatura: due ciuffi laterali che partono da sopra le tempie, scendendo ricciolosamente oltre le spalle.
La bimba del carretto, nel suo fare sempre dinamico e giocoso, la indica mostrando uno sguardo fiero e felice. La bambina a cavalcioni si gira, capisce e restituisce lo sguardo complice, indicando a sua volta. Parla alla famiglia, deve forse renderli partecipi della sintonia creatasi, ma gli adulti sono sordi a questo tipo di sguardi, evidentemente.

In un attimo fuggevole una quantità enorme di informazioni scorrono davanti ai miei occhi mentre continuo ad osservare: in uno sguardo, in un attimo infinito ma effimero si annullano tutte le differenze sociali, culturali, gerarchiche, “etniche”.
Si annulla la dicotomia natura-cultura solo a favore della prima: non importa più l’altezza sia fisica che metaforica che divide i due esseri, non importa la classe sociale di appartenenza, non contano le storie così diverse che caratterizzano le due bimbe; si sciolgono davanti al sole della sincerità tutti i pregiudizi che come un cancro si insinuano nei nostri crani, rendendoci ciechi davanti all’evidente comune appartenenza ad un unico genere, dotato degli stessi sentimenti e dell’unico destino finale comune.
E’ solo il nostro artificio sociale, la cultura, che piano piano tende ad offuscare questa banale verità universale.
Abbiamo cercato di dominare la natura attraverso i fili sottili della cultura, tessendo trame così dense da non poter più osservare e capire cosa c’è dietro, dalle mani che l’hanno create alla terra che ci ha fatto germogliare.
Camminiamo orgogliosi su queste strutture così fragili e amorfe, senza accorgerci che stiamo per implodere, crollando tra le macerie dei nostri errori.
Provando a dominare la morte ne abbiamo confezionata una artificiale, in scatola, molto più triste. I barattoli della nostra idiozia.

Tutte queste opposizioni che si palesano davanti ai miei occhi – alto vs basso, carretto vecchio vs spalle comode, bianco pallido vs mulatto, ricchezza vs povertà, indifferenza vs semplice ma acuta osservazione, compagnia vs solitudine, dinamismo vs immobilità, lecca lecca vs pezzo di manubrio arruginito – trovano un loro denominatore comune in questo sguardo reciproco innocente. Grazie.

Quando il padre ritorna, la bimba del carretto con un mugugno lo esorta ad essere portata verso l’altra bimba bionda ormai lontana, o quantomeno prova a rendere partecipe il padre della magia che si è creata. Il padre ovviamente non l’ascolta, vira portando il carretto in direzione opposta, preso tra i suoi pensieri lavorativi, probabilmente.

Come in uno schema di Propp, vedo chiaramente la protagonista – la bimba del carretto –, la meta da raggiungere – la bimba bionda –, l’antagonista – la cultura, l’indifferenza degli adulti –, l’oggetto magico in aiuto alla protagonista per raggiungere la sua meta – le trecce ricciolute –.
Ma in questo caso l’antagonista ha prevalso e il protagonista è uscito sconfitto, la meta dissolta.

La realtà è, ancora una volta, più amara di una fiaba.

Marcello Selo

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