Mal di vivere in Senegal, un articolo di Gianluca Bindi || THREEvial Pursuit

Mal di vivere in Senegal, un articolo di Gianluca Bindi || THREEvial Pursuit


Mal di vivere in Senegal

Sono stato in Senegal e devi subito smettere di lamentarti della tua vita 


di Gianluca Bindi

Dopo due anni dall’ultimo viaggio fatto e, in particolare, dopo un anno e mezzo di arresti domiciliari pandemici, gli astri finalmente si sono di nuovo allineati per farmi partire. Perché proprio il Senegal? In realtà è capitato, come tutte le cose belle che non si programmano. Non ero mai stato in Africa prima e un mio amico giornalista si è trasferito a Dakar l’anno scorso: già questi mi son sembrati alla fine due ottimi motivi per la scelta.

Dopo un primo impatto abbastanza scioccante, dopo qualche giorno di elettroencefalogramma piatto in cui essudavo (parola molto calzante climaticamente) stress accumulato e dopo essermi calato, di conseguenza, in una bolla di relax completo in cui manco mi ricordavo chi ero e cosa facevo in Italia, una piccola ma significativa epifania si è palesata nei miei neuroni, ovvero l’idea che noi occidentali siamo una massa abnorme di ragazzine viziate che si lamentano costantemente. Come mi è venuta quest’illuminazione? Perché anche se il Senegal è a tutti gli effetti uno degli stati più stabili dell’Africa, sicuramente non presenta una vita facile come la nostra. E quindi questo articolo ha (o almeno si pone) come obiettivo farci capire che ora basta, abbiamo rotto i coglioni.

Note del redattore: la vera pregnanza del significato di questo titolo la capirete solo in fondo a questo articolo.

Meteo

“Non è mica il caldo, è l’umidità che ti ammazza” “Oddio fa così caldo che ho fatto una sudata incredibile” “La pioggia mi ha veramente stufato, ha allagato tutto il sottopassaggio, è il degrado ormai”.

Vi avverto, al mio rientro in Italia se sento ancora una frase del genere vi ammazzo io, non l’umidità. Il caldo in Africa è veramente un caldo di quelli seri. Prendete Firenze ad agosto, diciamo verso le 2 di pomeriggio e mettetevi una coperta di lana addosso: a quel punto inizieremo a ragionare. Il fatto è che in Senegal non sono così stupidi come noi italiani, che dobbiamo guardare i reportage di Studio Aperto per capire che bisogna bere tanta acqua, mangiare frutta e verdura e non uscire nelle ore più calde. Loro lo sanno benissimo ma, comunque sia, escono lo stesso perché sono necessitati a farlo. Parlo di donne, vecchi, giovani e bambini che si incolonnano nel traffico a bordo delle loro auto, oppure affollano le bancarelle ai lati della strada.

Una volta ho provato ad andare a una lavanderia di guineani (una costruzione in cemento aperta sul davanti ma senza porta, e senza finestre sui muri) e la combo lavatrici in funzione più ferro da stiro mi ha fatto quasi svenire. E loro sono lì mattina e sera, 7 giorni su 7. Io invece ho iniziato a pisciare sudore dalla pelle come se qualcuno mi avesse azionato misteriosi irrigatori interiori. Ti si crea una patina, un nuovo strato di pelle umido, un liquido non-newtoniano che non ti lascerà più, non importa quante docce o bagni nell’oceano tu faccia. Ti accorgi pure che il deodorante perde completamente la sua funzione. Al primo contatto con la pelle, viene lavato via, espulso come materiale di scarto da quella mostarda sopra cutanea che si è creata sotto la tua maglietta.

E poi la pioggia. Le piogge in Senegal non sono temporali estivi, sono rubinetti di Gesuccristo a manopole spalancate. Le città si trasformano in piccole Venezie senza gondole, dove fare pochi chilometri diventa un’esperienza mista fra rafting, immersioni subacquee e la traversata biblica del Mar Rosso. Le dimensioni di queste pozzanghere sono paragonabili infatti a piccoli laghi, che occupano a volte intere strade (sì, anche quella davanti al Ministero dell’Interno). Le fogne non reggono, ma le autorità locali continuano a far spuntare palazzi come funghi di cemento. Il camion sturante gira impazzito per i vari quartieri risolvendo a tratti la situazione, che viene aggravata dal fatto che lo scolo viene ributtato in strada, causando sia molto imbarazzo olfattivo sia, indirettamente, la cacaiola della mia prima settimana per aver fatto il salutista ed essermi mangiato un’insalata di verdure crude.

Le piogge vengono, fanno casini e soprattutto ti danno l’illusione: senti qualche brezzettina che sì, lì per lì, rinfresca anche, ma quando ritorna fuori il sole tutta l’acqua che ha raggiunto il suolo ritorna in cielo sotto forma di vapore termodinamico che passa attraverso il tuo corpo. E forse a quel punto avresti preferito il caldo di prima, quello con solo il 98% di umidità.

Traffico e viabilità

“Il traffico a Firenze è invivibile” “Mamma mia che palle ci ho messo 40 minuti per fare i viali” “Oddio i cantieri per la tramvia, voglio morire”.

Tutte puttanate, dalla prima all’ultima. Lo ammetto, anche iomi sono crogiolato spesso nei moccoli e negli insulti dell’automobilista. Ma grazie al Senegal ho cambiato idea. Solo rimanendo a Dakar, la capitale, alcuni dei suoi quartieri presentano per la maggior parte strade sterrate con un notevole sottobosco di sassi, spazzatura e dossi “naturali”. Poi ci sono le buche che sono veri e propri crateri in cui pneumatici e sospensioni delle auto (non proprio modelli appena usciti, ma piuttosto carrette sulla trentina tenute in vita artificialmente da interventi meccanici discutibili) esprimono tutto il loro dolore esistenziale.

Non c’è un piano per la viabilità urbana. Andiamo dai carretti trainati da cavalli che trottano in corsia di sorpasso di un’arteria principale (in piega perché hanno una ruota sullo spartitraffico), per finire con le betoniere che transitano a manciate sulle viottoline a senso unico del centro abitato. Invece della tramvia, di cui tutti ci lamentiamo non si sa bene il perché, qua ho visto pulmini dell’anteguerra senza aria condizionata, a volte così zeppi che alcune persone rimangono aggrappate allo sportello posteriore aperto, a 20 centimetri dall’asfalto e dalle ruote della macchina successiva. I tassisti, con cui devi contrattare il prezzo anche per fare un chilometro, non demordono mai, tanto che secondo me dopo una settimana saresti in grado di fare la tua porca figura come broker di Wall Street.

“Ma scusa allora come la mettiamo con l’ora di punta? Milano, Roma, Firenze e altre città italiane alle 18 sono veramente insostenibili”.

Dilettanti. Qui la congestione cittadina si perpetua in maniera costante e distribuita in diversi picchi dalle 17 alle 21. Ore in cui semplicemente non ti muovi e in cui pensi seriamente di passare la notte in auto col tassista. Ma anche le mattine sono insidiose, con tanto di uscite dell’autostrada bloccate e riempite da pedoni-venditori di cose più disparate.

Per le tratte extraurbane vieni messo in delle macchine condivise e, se a loro torna più comodo o non ci sono abbastanza passeggeri, possono decidere arbitrariamente di lasciare tutti alla stazione di un paese che non era la metà prefissata. In quel momento parte una vera e propria compravendita di passeggeri al miglior autista offerente – a cui vieni ceduto senza diritto di parola e men che meno diritti umani basilari – in posti dove l’umanità ti scorre addosso, dove urla, elemosine, vendite e rumori di cose percosse si mescola all’afa e all’impenetrabile lingua locale. Dopo un tempo indefinito finalmente riparti, ma ancora non puoi sapere se arriverai a destinazione o verrai scambiato di nuovo come una carta dei pokémon.

Ma c’è una cosa peggiore di tutto questo in Senegal: guidare di notte fuori città. Con la strada completamente buia, il parabrezza sudicio, intaccato di sbreghi e i fari alti delle auto puntati negli occhi o da dietro negli specchietti ti ritrovi a dover scansare una nutrita selva di cose varie ed esseri umani: bambini attraversanti che, politically correct o meno, rimangono comunque neri e il nero a casa mia si confonde con l’oscurità; gente che corre o che mangia o che finalmente fa cose dopo essere stata tutto il giorno chiusa a ripararsi dal caldo atroce e che non ha paura di niente, nemmeno di essere stirata; dossi a punta non segnalati e dello stesso colore dell’asfalto a cui di solito seguono buche della stessa forma e profondità (tanto che sono abbastanza sicuro che per costruire i dossi gli addetti ai lavori spacchino e si servano direttamente dell’asfalto limitrofo); gli immancabili e ingombranti carretti portacose, tanto lenti quanto insuperabili; animali vari. Ad oggi non sono totalmente sicuro di non aver investito qualcuno o qualcosa.

Essere fuori forma

Ho messo su un chilo intero, mi devo riguardare” “Dopo questa cena basta, mi metto a dieta” “Io la farei anche un po’ di attività fisica ma proprio non trovo il tempo”.

L’unico problema che si evince da queste frasi, perdonatemi il francesismo, è che siete degli stronzi dal culo pesante, me compreso sia chiaro. I senegalesi possono avere certo un sacco di problemi, ma una cosa la sanno fare benissimo: allenarsi e, più in particolare, correre. Sulla spiaggia di Saly, dopo una giornata passata ad alternare bagni nell’oceano e spiaggiamenti a stella marina facendo molta attenzione a rilassare anche il più piccolo e insignificante muscolo, ad un tratto, verso le 6 di sera, vedo riversarsi sul lungomare un esercito di benintenzionati. Sono così tanti che, all’improvviso, mi pare di aver posto l’asciugamano con sopra il mio peso nel pieno tratto autostradale Barberino-Roncobilaccio. Vedo questi assatanati sfrecciarmi accanto, in gruppo o da soli che fanno ripetute sulla sabbia a velocità inaudita oppure direttamente l’intera costa al passo di maratona fino al Gambia e ritorno. Io lo definisco, né più e né meno, un complotto per farmi sentire in colpa.

Poi mi sposto sotto una palma, ma non posso non notare che la parte alta della spiaggia è subito colonizzata da campi di beach soccer improvvisati. Campi chilometrici, con porte minuscole difese da portieri/armadi, in cui si gioca solo 5 contro 5. Non ho mai giocato a calcio, ma a volte mi dilettavo il martedì sera a giochicchiare contro cinquantenni che si sentivano male per la peperonata non digerita, tanto l’obiettivo era fare gol e ovviamente NON correre, e aspettare che la palla arrivasse sui piedi per combinarci qualcosa. In Senegal è diverso: loro intendono il calcio come un complicato sistema di leve e specchi per correre, il gol non interessa.

Faccio la cazzata di farmi convincere da Davide, il mio amico, a giocare. Dopo due scatti i miei muscoli si bloccano, la mia circolazione sanguigna erutta fuori dai vasi, e da lì in poi non faccio altro che cadere con il muso per terra. Lì ho la realizzazione: sono diventato il cinquantenne che non ha digerito la peperonata. Alla fine vengo trasportato d’urgenza fuori dal campo, la mini partita è finita 1-0 per i nostri avversari, le altre (a turno hanno giocato fino al tramonto) tutte 0-0.

In generale questo non succede soltanto in spiaggia. Anche a Dakar, sulla Corniche, sempre alla solita ora fino al tramonto, si possono vedere centinaia e centinaia di persone che si allenano, corrono, fanno flessioni e che usano le decine di strumenti ginnici messi a disposizione dall’amministrazione locale.

Purtroppo, però, di tutto lo sport che fanno ce n’è uno che non riescono a fare proprio, un po’ per mancanza di impianti, un po’ per cultura: il nuoto. In Senegal, nessuno sa nuotare. Ho visto adolescenti reggersi al bordo delle poche piscine turistiche esistenti profonde anche solo 1 metro e 80. Si vedono ragazzi nelle spiagge chilometriche che fanno il bagno tutti insieme nel solito e ristretto tratto di costa, supervisionati da un unico bagnino che fischia tutto il giorno, non appena qualcuno si allontana un attimo. Molti bambini e ragazzi invece non ce la fanno e muoiono affogati (solo nei primi sei mesi del 2021 ne sono morti una cinquantina solo nella regione di Dakar).

Stavolta, abbiamo davvero rischiato di perderlo. TF
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