Sé, un racconto di R. Cannarsa || Street Stories

di Rocco Cannarsa

Illustrazione di Bladi

La gente fa schifo. È banale ma è così, anche tu sai che è così. Il mondo andava a rotoli e la cosa era evidente, ma sembrava non importare a nessuno. Avevamo perso tutto. Avevamo perso ogni briciolo di umanità. Non c’era più nulla di vero. Le persone inalavano falsità ed emettevano cattiveria, sempre pronte a sfruttare le debolezze altrui. Si viveva per l’ambizione, per la carriera. Forse neanche per i sogni, bensì il potere. Contava solo l’ego, dannata bestia immonda celata dietro buonismo da spiaggia e sfavillanti spontaneità. Mandava in frantumi i rapporti, godendo, sadica, nel divorare ogni individuo che potesse esserle di ostacolo.
No, non devi azzardarti a guardarmi così. Non mi trattare con la tua sufficienza, sempre ornata da quel ghigno di superiorità, e lasciami finire! Il punto è che a me questa cosa non andava giù. Non potevo rimanere indifferente, dovevo fare qualcosa. Volevo essere la sovversione dell’esistente. Ma come? Da sola, nell’anonimato, il mio pensare romantico serviva a ben poco. Sentivo di trovarmi in un perenne limbo di lotta, non tanto in nome di una qualche giustizia ideale, quanto nel tentativo di muovere le coscienze dalla passività con cui accettavano, più o meno tacitamente, di farsi inghiottire dall’involversi della società. Non vincevo, e non perdevo. Combattevo, sola. Combattevo con la gentilezza, con la cura, con la fiducia. Consapevole di sembrare agli occhi di tutti un’ingenua, una bambina piccola, mai cresciuta. Sì, piccola, come mi chiami tu quando esasperi le tue smancerie con quella smorfia da idiota. Mi ha sempre dato dannatamente fastidio. Ma lasciavo che mi scivolasse addosso.
Ci vuole più coraggio a mostrare la debolezza che a fingersi di una furbizia spietata. E in questo mondo di palpabili materialità non avevo tregua. La quiete la ritrovavo soltanto quando rientravo nell’eidetico microcosmo che mi ero creata. Ed è in questo dualismo che provavo a sopravvivere, col sorriso stampato in faccia e un’infelicità latente. Alla gente continuava a non fregare un cazzo, ognuno pensava a sé stesso. E il motivo, mi dicevi, è che siamo trascinati dal nostro corpo, un filtro esistenziale che ci porta alla deriva verso un mero solips(individual)ismo. Ci costringe a bramare la sopravvivenza, il benessere. Saremmo praticamente ani- 28 mali, ma va bene, proviamo a considerarci animali: è proprio della conservazione della specie che ti sto parlando. Un concetto primitivo, selvaggio, brutale.
Poi conobbi te, e mi sentii un’ipocrita. Perché? Perché eri un’ancora di salvezza. Sempre così gentile, romantico, stimolante. Sempre così pieno di parole. Non mi piacevi, anzi, a tratti ti odiavo. Ma eri ciò che mi serviva. E, come avevo intuito, ti sei rivelato utile. Quando mi chiedevi cosa avessi, con quella tua ricercata impostazione profondo-comprensiva con cui regolavi la voce, mi consentivi qualche attimo di respiro dall’interminabile boccheggiare della mia esistenza. Era allora, infatti, che riversavo qualche onda del mare dei miei pensieri tra te e il vuoto, che in fondo erano la stessa cosa. Come vedi, la voce con cui provavi le tue ‘critiche costruttive’ non ha mai avuto alcuna sensualità, a differenza di quanto pensavi tu. Se subito dopo ti davo ragione, ti sorridevo, e mi spogliavo, era soltanto per darti un senso. Creare, col passaggio all’azione, un varco, un momento di fuga dai riflessi sempre identici di un circolo di specchi.
Così, a lungo andare, costrinsi i miei desideri di salvezza a liberarmi. Volevo convincermi che anche io, in quanto corpo vivo, vittima del peso dell’egoismo solo perché umana, potessi cullarmi nell’idea che la vita fosse una e che tanto valesse godermela. In questo mi aiutavi. Rappresentavi per me la tranquillità, senza cadere nella monotonia. Mi spingesti a immergermi con tutta me stessa in questo mondo maledetto, a osservarlo come da una bolla di vetro, affinché trovassi l’ispirazione per una superficie esistenziale della quale vestirmi. Provai a convincermi che l’unico universo che mi riguardasse, fosse quello a cui era legata la mia vita.
Facevamo l’amore. Scopavamo. Facevamo l’amore. Scopavamo. E leggevo. Leggevo libri veri mentre tu schiacciavi ansiosamente i tasti del computer, cadenzando il respiro, solo per dirti scrittore. Intanto una sigaretta si spegneva nel posacenere e la bottiglia si avvicinava alla morte. Ti guardavo soffrire, un po’ per finta un po’ davvero. E più ti donavo la mia attenzione, più quella bolla si ingrandiva. Si ingrandiva e ti inglobava, per creare un nostro mondo o esplodere. Soffrivi e ti andava bene perché tu pretendevi le croci, peccatore e corruttore, martire e divino. Dicevi di averne bisogno, che sarebbero state contrappasso per allori futuri. Io, invece, volevo una corona di marijuana e delle rose, sempre rinnegate, quando mi guardavi. Sì, so che mi guardavi, contemplavi, adoravi, mentre dormivo nuda, in quelle dannate coperte a strisce blu che ti sembravano divenire oro al mio contatto. Lo vedevo nello sguardo che mi rivolgevi. Ti sembrava che tutta la stanza stesse luccicando e tu fossi all’improvviso miliardario, l’unico miliardario della terra. Ma forse non c’erano stanze, c’era solo la bolla che si ingrandiva.
Bevevamo, bevevamo insieme. Maledettamente soli, in ogni mondo possibile. Percepivo la naturale malinconia del mio volto accentuata dal ribollire del sangue.
La gente fa schifo, sappiamo tutti che è così, e anche io facevo schifo. E con o senza te, con o senza bolle, stanze o ori, ogni giorno che passava, mi sentivo cadere. Cadere, cadere, cadere. Nel buio. Un buio, sabbioso e rovente, infernale. Cadevo e soccombevo. Era il baratro. Era il desiderio recondito. E scopavamo. E facevamo l’amore. E scopavamo. E facevamo l’amore.

Sé, un racconto di R. Cannarsa || Street Stories

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