Sconosciuti, un racconto di G. Fiore || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

Sconosciuti, un racconto di G. Fiore || Street Stories – INEDITO

Sconosciuti

Dalla mente di Giuseppe Fiore

Sconosciuti_giuseppe_fiore_streetstories_inediti
Cover by Brucio

«Che fai ora?» mi ha chiesto.
«Nulla» le ho detto.
«Vuoi venire da me?»
Casa sua è piccola, simile alla mia. Esci dal parco ed è subito a destra. L’università è a due passi. Ci sono due rampe di scale da salire.
«L’ascensore è rotto da due anni» mi ha detto. E non c’è ironia nella sua voce, è così, punto.

«Vi siete cambiati?» ci chiedeva Akela dopo colazione. Alcuni dicevano sì, altri mostravano le mutande appena tolte, delle pallottole mortali, altri annuivano solo con la testa. Eravamo venti bambini, tutti con la maglia bianca e il pantaloncino marrone. Ci dividevamo in mute e facevamo il grande urlo. Le voci si intrecciavano, si fondevano in un’unica esplosione, un fungo atomico.
Ci sedevamo in cerchio. Le macerie del fuoco della sera prima al centro. I capi sparivano nel bosco. Venivano a parlarci personaggi di cartoni Disney. Mulan ci chiedeva un piccolo aiuto per cercare Mushu. Peter Pan doveva organizzare un gioco per i bambini sperduti. Geppetto doveva trovare un nuovo abbecedario per Pinocchio.
La realtà si frammentava. Si aprivano porte su mondi vicini, nascosti. Faccia a faccia con i personaggi che si muovevano nelle nostre tv, nei lunghi pomeriggi passati sul divano. Capitan Uncino avrebbe sconfitto Peter Pan se noi, tutti insieme, non l’avessimo aiutato. Ogni lieto fine passava dalle nostre azioni. E per una settimana la nostra vita raggiungeva un picco di colore sgargiante. Ci sentivamo eroi delle nostre stesse storie.

L’ho trovata in un libro che avevo amato al liceo. I dolori del giovane Werther, che mi aveva spinto a scrivere lettere rimaste in apnea in un piccolo quaderno.
La foto è luminosa. Ci siamo tutti. Campo estivo 2009, Marsico Nuovo, c’è scritto dietro. L’inchiostro è consumato, quasi estinto. Io ho i capelli biondi, lunghi fino alle spalle.
“Dove siete finiti voi altri?” mi chiedo guardando le braccia intrecciate tra loro. Di alcuni non ricordo nemmeno il nome, la voce. Altri mi lasciano sottili scie luminose, attraversano la sezione dei miei ricordi, ma non riesco a catturarle, a fermarle per sviscerare, avere qualcosa di cui parlare. Io, nel 2009, avevo dieci anni. Ero uno dei più grandi. Eppure sembro ancora minuscolo. Cosa pesava sul mio corpo in quel periodo così lontano? Cerco di leggere nel mio stesso sguardo. Di muovere la foto, sentire le acute voci, gli odori spinosi che riempivano quei cerchi. Sono passati solo dieci anni, ma fatico a riconoscere la mia figura in quella situazione. Dove finiscono tutte queste persone? Cosa rimane di loro in noi?

Ha una tv molto piccola. Lo schermo piatto di pochi pollici. Fuma una sigaretta con il braccio fuori dalla finestra, la schiena poggiata alla parete. Mi guarda, sente il mio disagio, in un posto che sembra anonimo per entrambi. Guardo qualche foto sul frigo, ma sono più attratto dalle calamite che le tengono ferme. Una rappresenta Parigi, una Vienna, una Berlino, Roma, Londra, Barcellona, New York. Le guardo e cerco di immaginarla con una valigia, in aeroporto, in mezzo ad una folla di sconosciuti. Magari con un’amica, qualche pillola per dormire. Scambi di sguardi con ragazzi della stessa età, possibili frammenti di futuri che si realizzano in pochi attimi, per sfumare subito dopo.
“Deve essere bello aver girato il mondo” penso. “Ma ha senso?”
«Tu dove sei stato?» mi chiede. Abbatte la pesante vetrata del silenzio. Riesco a sentire i minuscoli pezzi che cadono a terra. Non andate scalzi, avrebbe detto mia madre.
«In gita a Barcellona e a Medjugorje con mia nonna, tanti anni fa».
Sorride sentendo quel posto che sembra distante galassie dalla mia figura.
«Medjugorje?» mi chiede quasi con un pizzico d’imbarazzo. Annuisco, non voglio dare spiegazioni. Perché Parigi sì e quello no? Ma non sembra desiderare altro, continua a fumare e mi guarda. Ho voglia di scappare da questo posto. Mi sento di galleggiare in fiamme affamate.

La foto è ora sul mio tavolo. Disponibile a prendere il volo con un soffio di vento. Non so cosa farne, vorrei ritrovare quei bambini che abbracciavo. Vedere come sono i loro occhi, leggere quello che la nostra esperienza ha cambiato. Assaporare le loro vite, i loro obiettivi. “Riconoscerei uno di loro se ci incontrassimo per strada?” mi chiedo.
Baloo ci faceva fare lunghe partite di pallone. Ci sporcavamo di polvere, le calze diventavano marroni. Le porte erano segnate da quattro pietre, pali e traverse si ergevano solo nella nostra immaginazione.
“Quanti di voi passano le proprie serate nei bar? Quanti sono fidanzati da anni? Quanti sono appassionati dei film della Marvel?”
Vorrei poter creare un gruppo, organizzare una di quelle rimpatriate piene di vergogna. Una di quelle in cui ti chiudi in una campagna con venti sconosciuti e lasci scorrere il tempo. In cui ognuno può essere quello che vuole, può tornare il bambino di dieci anni fa, giocare con delle porte inesistenti. Riunire i quaranta occhi che hanno aiutato i personaggi a raggiungere un lieto fine. Che hanno lasciato speranza a tutti i minuscoli esseri che, ogni giorno, lasciano le madri piangendo.

Bisogna fare almeno una volta il pellegrinaggio a La Mecca. Noi cosa invece? Qual è un traguardo che possiamo raggiungere con le sole nostre forze. Con la sola nostra fede?
Ci sediamo sul tavolo e iniziamo a cercare notizie per il progetto da finire entro il mese. Scrivere un articolo su qualche storia anomala. Fuori dal normale, intrisa di una quotidianità tutta particolare. Ma chi non è anomalo? Potrei raccontare le mie giornate, tutte uguali e malinconiche. Lei è concentrata a leggere roba dal suo computer.
“Sei anomala anche tu?” vorrei chiederle. “Dammi tre aggettivi per descrivere la tua vita” continuerei dopo. Non smetto di immaginarla in giro per il mondo. In qualche estate infinita, passata nei locali di tutta Europa. “Quanti volti hai visto? Occhi che ti hanno turbato, affascinato, hanno acceso la tua immaginazione, reso destini legati in qualche altra possibile vita”.
«Non ti senti piccola?» le chiedo. Mi guarda e sembra interessata alla mia domanda; le piacciono queste conversazioni così umane, al confine tra la verità e un burrone di cui non si vede la fine. Chiude il computer e inizia a rollare una sigaretta. Mette il filtro in bocca e muove le mani in modo meccanico.
«In che senso?» mi chiede. Una domanda per una domanda.
«I viaggi, le persone che hai incontrato, ammirato di nascosto, spiato sui social, non ti senti piccola per essere qui oggi, in un mondo immenso?»
Fuma e riflette sulle mie parole, una per una, le vaglia, cerca il loro significato nascosto.
«Sì, forse sì, sono stata ovunque e da nessuna parte».
Annuisco, è proprio così. Le racconto della foto del mio campo scout. Dei bambini tutti simili. Le dico che mi sono sentito minuscolo guardando quel cerchio, che sono stato lì, vivendo tutto quello, ne è rimasta solo una stupida foto. Mi ascolta. Mi guarda negli occhi mentre parlo e sento che mi capisce. Che ci sentiamo tutti sbiaditi, indefiniti, incolori qui.

Dopo pranzo ci lasciavano del tempo libero. Tra di noi veniva chiamato “TL”. Giocavamo tutti insieme. Ci mettevamo in cerchio, tutti in piedi. Uno di noi veniva scelto e per fare il pistolero. Si posizionava al centro e sparava a qualcuno, fingendo di avere una pistola al posto delle mani. Chi veniva colpito si abbassava e una gara di velocità partiva tra i due di fianco. Chi sparava prima era salvo, l’altro si accasciava e moriva sanguinando. Tutti volevano essere il pistolero, tutti volevano possedere il controllo di poter decidere.

La guardo. Ha ascoltato la mia storia, io le sue. Alberghi putridi, alcool sui lettoni, stradine strette in cui cercare della roba. Locali illuminati da forti luci, pillole in grossi bicchieri di plastica. Mattinate di sonno, pomeriggi di turismo. Giorni volati tra pareti che rappresentano la storia.
«Sono giovane» si è scusata così. «Ho voglia di fare quello che voglio dove voglio».
“Come hai ragione” avrei voluto dirle. Ma ho solo annuito. L’ho guardata con gli occhi di un vecchio. “Sei giovane Lisa, ma cosa vuol dire davvero? Poter bere senza limiti e svegliarsi la mattina dopo senza ricordi? Oppure poter viaggiare un’estate intera e vedere il mondo intero. Sentirsi grandi quanto il pianeta stesso. Essere riusciti a posizionare la suola delle Vans sui marciapiedi di ogni città. Sentir scorrere la forza di andare dove si vuole e con chi si vuole. Siamo indefiniti Lisa, entrambi. Siamo figure già sbiadite davanti al futuro”.
Mi parla delle sue serie preferite. Dei film che riguarda ciclicamente. Rimango in silenzio perché penso ancora alla questione dei giovani. Vorrei una conversazione del genere con uno di quei bambini della foto. Sapere cos’è diventato. Assicurarmi di non essere l’unico ad aver dimenticato. Di non essere l’unico a essere passato inosservato.
Mi dice che spesso va a un piccolo cinema indipendente nella parallela di casa sua. Mi dice che possiamo andare a vedere qualcosa se mi va. Non per forza stasera, anche una di quelle che vengono, mi dice. Annuisco. Capisce che qualcosa mi assedia. Vede che la malinconia cattura le particelle del mio corpo.
«Cosa stai pensando?» mi chiede.
«All’essere giovani. Cosa vuol dire?» rispondo. Una domanda per una domanda.
«Poter andare al cinema quando ci va, anche a Parigi se ci gira bene».
Mi sorride. Sente di essere entrata in confidenza con me. Ma non ci conosciamo già da due mesi? Perché continuo a sentire questo imbarazzo? Sorrido anche io. Per chiudere questa parentesi filosofica che non ho voglia di approfondire.
«Andiamo al cinema dai» le dico.

Dopo cena andavamo a prendere felpe e pantaloni lunghi. Faceva freddo anche d’estate. Con le torce andavamo verso il fuoco. Già in vita, emanava quell’odore che per noi rappresentava casa. Cantavamo seguendo la melodia di una chitarra. Anche le pietre e i legnetti si rivelavano comodi per stare seduti. La magia sembrava viva in quelle voci. In quei canti che leggevamo dai nostri quaderni. La terra e tutto quello che ci circondava sembrava prendere parte al nostro canto. Un lento risveglio che la notte e il fuoco rendevano possibile. Un vecchio rito che negli anni si continuava a consumare in quei boschi.

Lo schermo è grande. Le sedie rosse. Siamo al centro della sala. E ancora una volta mi sento minuscolo seduto qui. In una sala gigante, in una città, in un mondo sperduto nello spazio infinito. Lisa è presa dal film. Una rassegna sul cinema neorealista. Un film crudo, in bianco e nero.
“Che generazione cresce oggi?” mi chiedo guardando.
Prima le situazioni erano diverse. Povertà, guerra, degrado hanno cresciuto i nostri nonni. Televisione, spinta tecnologica e speranza di un mondo nuovo i nostri genitori.
“Cosa hanno spinto i tuoi a portarti su questa terra?” vorrei chiederle. Ma non posso parlare. Noi da cosa siamo cresciuti? Dalla frammentazione delle nostre realtà? Nelle città, negli schermi, nelle conversazioni parallele. Parliamo di tutto e di niente. Possiamo fare tutto e non cambiamo mai.
“Perché non mi godo il film e basta?” penso, devo sempre rovinare tutto. Non riesco mai ad azzannare il momento, godermelo spegnendo la razionalità.

Abbiamo mangiato un panino e, forse per sbaglio, le nostre mani si sono sfiorate sulla panchina del parco. Abbiamo fumato una sigaretta in due e mi sono sentito molto vicino a lei. Come se quel drum rappresentasse il primo gesto di reale connessione. Il primo oggetto consumato insieme. Mi ha dato un bacio molto vicino alle labbra prima di salutarci. Ho lasciato che andasse via così. Forse partirà per uno dei suoi viaggi, oppure penserà a me per tutta la notte. Siamo giovani, possiamo farlo.
A casa la foto mi aspetta sul tavolo. La guardo e mi sento lontano. Dalla vita, da quel campo, da questa casa. Chi sono e chi sono stato? Cosa lasciamo nelle nostre esperienze? Penso a Lisa e a quanto ancora ci sentiamo sconosciuti. Nonostante la sigaretta, nonostante il bacio molto vicino alle mie labbra. Penso a quei dieci giorni al campo, condivisi in tutto con quei bambini, non sono bastati. Siamo sconosciuti. Tutti.
Mi siedo e rileggo la scritta sbiadita. Cerco di ricreare più ricordi, di tirarli con forza fuori dai cassetti polverosi. Dove siete finiti voi? Dove avete vissuto? Qualcosa di me è rimasto? E penso a quella voglia di essere pistoleri. A quella voglia di poter decidere chi far morire. Chi di noi è diventato questo? Chi di noi ha il potere di unire le nostre memorie?
Mi stendo sul letto e dopo poco chiudo gli occhi e cambiò realtà.

Foto_Giuseppe_Fiore_INT

Giuseppe Fiore
Nasce a Matera nel ’98. È laureato in Comunicazione presso l’Università degli studi di Parma. Ha pubblicato suoi racconti su varie riviste letterarie (Biró, Micorrize, Malgrado le mosche, Risme, Blam, La nuova carne, Voce del verbo, Smezziamo, Bomarscè, Suite italiana e altre).

Sconosciuti, un racconto di G. Fiore || Street Stories – INEDITO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su