Sardine: roba da millennials, un articolo di R. Dell’Ali || Threevial Pursuit

Sardine: roba da millennials

di Roberta Dell’Ali

Piazza Bologna Sardine (Photo by Graziano Marani)
Annunciazio’ annunciazio’

Signori e signori, ragazzi e ragazze, bambini di tutte le età: l’Emilia non s’è legata.
Voglio un B-O-A-T-O!

Cos’è, voi lo davate per scontato? No, perché qui noi ci stavamo cagando sotto. Noi, piccolo esercito di fuorisede, ospiti di mamma Bolo, sempre buona e sempre casa. Il 26 gennaio è stata una domenica pesantissima per noi, pigra e misantropa, comunemente chiamata pigiamenica, tutta votata al distrarsi da quello che stava accadendo fuori: le regionali, elezioni per cui noi – domiciliati a Bologna, ma non residenti – non avremmo potuto votare, elezioni per cui noi siamo scesi comunque in piazza a manifestare.

Sapevamo di non avere il potere di cambiare materialmente le sorti, ma sappiamo di fare parte di questa città che ci fa respirare e che respira tramite noi, studenti che ne riempiono le vie e ne fanno vociare i portici la notte. L’intera giornata di domenica è passata in una paranoia così densa da indurci, di sera, a impastare e sfornare pizze, poi abbiamo giocato con Cards Against Humanity, che almeno fa ridere, e atteso trepidanti che Mentana arrivasse e ci dicesse qualcosa con tutti quei suoi sondaggisti, opinionisti e giornalisti. Dalle 23.00 alle 2.15 ho tenuto gli occhi fissi sul piccolo schermo del mio computer.

Ma ti immagini che schifo se domani apri gli occhi e Bologna è leghista?

Sardine Bologna

La domanda è rimbombata in loop per ore, fino a quando hanno annunciato la terza previsione con un margine di errore minimo e hanno dichiarato la vittoria di Bonaccini; saranno state le tre meno un quarto quando ho sentito tutto il mio corpo cedere e crollare su sé stesso. Mi sono ritrovata la mattina dopo accasciata sul letto, tutta storta, col pc ancora sulle gambe e completamente avviluppata nel mio morbido plaid rosso cinigliato.

Il timore più grande era quello di svegliarmi e sentirmi come era già successo nel lontano 2016, quando stavo a Londra e, un giorno di giugno, il sole s’è alzato coperto dalle nuvole e da un bel “sì” alla Brexit. Avevo paura di ritrovarmi di nuovo spiazzata e incredula, ma qui in Emilia Romagna, nel 2020, per fortuna, splende ancora il sole e il cielo del lunedì mattina è terso. Anche se, certo, la vittoria di Bonaccini il problema lo argina ma non lo risolve.

Gli unici commenti che mi sento di fare sulla vicenda elettiva li lascio alla citazione di due messaggi ricevuti durante la nottata su Ziribipi, uno storico gruppo WhatsApp creato qualche anno fa dal primo nucleo d’amici bolognesi, giusto per non sottovalutare le alte percentuali a destra. Abbiamo prima l’amico MarcoBelliCapelli che così si pronuncia sulle elezioni della regione a nord.

«Festa per l’Emilia ma lutto nazionale, piccio’! Siamo costretti a festeggiare il nulla».

Poi c’è il mitico GioGi di Palieimmu che commenta alacremente:

«Calabria, welcome to 1994 again».

Entrambi secondo me c’hanno ragione, ma tra il nulla da festeggiare e Silvione immortale qualcosa di nuovo c’è. Parlo delle Sardine, le hanno messe in ballo sia Mentana che Ziribipi. La domanda più ovvia da farsi è quanto c’entrino loro con la vittoria di Bonaccini in Emilia: un onesto “abbastanza” mi sembra la risposta più appropriata. Credo, comunque, che non sia questo il dato essenziale riguardo ‘sti pesciolini qui.

Bentornati in mare aperto

Il 19 gennaio, dopo essermi ingozzata come un babbuino in osteria (vellutata di zucca con cuore di burrata e poi le dee Lasagne, che dio benedica e protegga le sfogline sempre!) io, la mia amica Prior e le nostre panze tonde tonde, siamo andate in piazza VIII Agosto, ché c’erano le Sardine.

Alla prima manifestazione delle Sardine, avvenuta come è ben noto a Bologna il 14 novembre, io non ero presente. Infatti stavo in un altro corteo, quello che intendeva andare al PalaDozza, dove la candidatura della Bergonzoni veniva lanciata dal leader della Lega e la cui capienza (cinquemilacinquecentosettanta posti) era l’indice della sfida proposta da Sartori in piazza Maggiore: essere solo seimila sardine. Comunque il corteo nel quale mi muovevo non ha potuto fare molto altro che cantare, accendere qualche fumogeno colorato per far scena e camminare per ore: il Paladozza era completamente circondato da digossini, un numero così impressionante da spingere me e Ada, gloriosa Ada, a farci un selfie con la Digos che si stendeva dietro a perdita d’occhio.

Sardine over 60 (Photo by Graziano Marani)

C’è stata una scena quel giorno che mi ha fatto tanto ridere e tanto bene: in pratica stavo aspettando un po’ di gente amica che usava il bagno in un bar di via Pitralata e me ne stavo appoggiata al muro, fumando una sigaretta. Nel mentre il corteo di giovani baldanzosi continuava a fluirmi davanti, fino a esaurirsi nella sua coda, cioè un plotone di agenti in tenuta antisommossa che se la chiacchierava e ghignava.

Guardavamo questa sfilata armata io e una signora abbastanza in là con gli anni, che stava affacciata dal suo balconcino al primo piano. Lei continuava a guardare me e poi la Digos, poi ha fischiato in direzione degli agenti: «Fate i bravi, mi raccomando, ché son ragaSSi! Bravi ragaSSi!». Così gli ha detto e se n’è rientrata. Non so, ma ho sentito l’appoggio della signora, ho sentito il suo affetto e la sua preoccupazione per me, per noi, che non avremmo votato ma che siamo parte di questa città. Che non abbiamo possibilità di parola, ma l’obbligo di subire tutto.

Come dicevo, il 19 gennaio io, Prior e la nostra squadra di fuorisede è sbucata da via Irnerio ed è arrivata in piazza intorno alle 15.30: stavolta non volevo proprio perdermela. Nonostante il pomeriggio fosse appena iniziato la piazza era già piena e, in giro, sembrava tutto un circo di pesci antropomorfi: c’erano un delirio di gente colorata a contrastare il grigiume celeste e sardine ovunque.

Mentre iniziavamo l’operazione di sfondamento per sgusciare da qualche parte vicino al palco, mi guardavo intorno. i chiedevo se tutte quelle persone raccolte valessero qualcosa di buono davvero o se fossero lì solo per il concerto. La line-up faceva gola, diciamocelo. Ma davvero eravamo lì solo per la musica? No, non era la musica, ma la necessità di avere voce in un sistema livido e delirante che non lascia spazio a chiunque non parli la lingua della politica tradizionale (a tal proposito mi viene sempre in mente Propaganda Live: avete presente l’onorevole Barbazzi? Ecco, con scappellamento a sinistra!).

Comunque l’attraversamento della pacifica marea umana è andato bene e, dopo un po’ di fatica e passaggi strettissimi, la posizione avanzata che speravamo di ottenere era stata raggiunta: una volta arrivata lì, ho cominciato a girare in un turbinio tutto strano di emozioni. A parte la banale questione di sentire la me sedicenne venire fuori con prepotenza a guisa di Modena City Ramblers, Afterhours e Marlene Kuntz, quel pomeriggio ho sentito qualcosa che non avevo mai conosciuto prima, ovvero la sensazione di fare parte di un intero.

Una sensazione tanto viva da farmi essere avventata e spingermi, nel bel mezzo della faccenda, a mandare a Biagio un video della situazione, con allegato un messaggio che qui cito: ‘Oh Biagio, io sono qui e un pezzo ce lo scriverei’. Non avevo valutato quanto l’argomento fosse fuori dalle mie corde, totalmente persuasa che un senso così pieno di connessione non potesse non valere lo sforzo della comunicazione.

Ed eccoci qui, ovviamente in merda con le parole, ma con la convinzione che davvero tutte le piazze italiane degli ultimi mesi andrebbero raccontate. Le piazze delle Sardine, dico,  pesci meritevoli di aver risvegliato la voglia di esserci e aver ribilanciato la carica di odio avanzata con potenza nell’ultimo anno. Piazze variegate che vogliono dialogo, che forse non hanno una proposta politica avvincente, ma che concretamente intendono creare un linguaggio nuovo, attuale e capace di cogliere istanze diverse da quelle vigenti quarant’anni fa.

Concerto-Sardine

La giornata in piazza VIII Agosto io l’ho trovata molto molto bella e, soprattutto, m’è sembrato che la sua realizzazione materiale non sia venuta meno da quanto i social (social sociali) sembravano raccontare: musica coinvolgente per tutte le età (dagli Skiantos a Marracash è simbolicamente potente il messaggio, no?), tanti interventi, molta poesia e una buona dose di comicità. In molti momenti mi sono commossa, un po’ perché c’ho la lacrima facile, un po’ perché ho trovato tanta bellezza nella riuscita di quella domenica; per esempio mentre migliaia di persone, tutte insieme in una fottuta piazza, ascoltavano un enorme Chaplin che così monologava.

«Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti! »

Bentornati in mare aperto. Così titolava l’evento delle sardine e, per come l’ho vista io, è stata una giornata di riflessione collettiva. S’è parlato di mafia, di integrazione, d’ecologia: temi solo sociali a quanto pare, non politici. Inoltre davvero quella piazza non è stata d’odio o contro qualcuno, a parte un coglioncello partito col «SalviniMmerda» prepotente e subito fermato perché proprio non era il caso: tutti i presenti erano concentrati ad ascoltare e ad esserci. A me sembra una grande svolta l’esserci, anche perché mi pare che stesse restando più nessuno a mantenere il focolare.

Ma che ne so io del comunismo brutti scemi

Se non vi secca, il racconto riguardante la domenica bolognese con le Sardine lo lascio un attimo da parte. Sì, perché vorrei invece inserirmi in una questione spinosa che, volenti o nolenti, le Sardine hanno rimesso in ballo: (rullo di tamburi..) i giovani e la politica!

«Ah, voi giovani siete completamente disinteressati e inconsapevoli!»

Quante volte l’ho sentito dire, davvero non saprei contarle. E forse è anche un po’ vero. Dico un po’ perché credo che la spiegazione dietro la situazione politica giovanile, senza bandiera e senza partito, sia sensibilmente più complicata di un semplice disinteresse o una superficiale inconsapevolezza.

Emilia no Lega (Photo by Graziano Marani)

Ultimamente, per ragioni di ricerca e fascinazione personale, mi sono addentrata nella Bologna di fine anni Settanta: un giardino florido e magnifico infangato dall’ombra scura dell’eroina e della lotta armata. Qualche mese fa, mentre cercavo di svelare i meccanismi dell’editoria italiana a cavallo tra 1975 e il 1985, mi sono ritrovata a intervistare un editore sulla sessantacinquina, un signore originario di Carpi e studente del DAMS di Bologna nel 1977. Il buon M. mi ha raccontato cose superbe di giovani creativi e pieni di ideali, mi ha detto di una politica viva e partecipata che a un certo punto è sprofondata in una violenza paurosa e imperante. Riporto uno stralcio di intervista che commenta la deriva violenta della lotta politica e che trovo molto interessante.

«La gente ha finito per chiudersi in casa, mettendo in moto quel meccanismo implosivo per cui le contraddizioni si sono risolte o con la violenza o con l’immersione nell’individualità. Allora dicevamo “il privato è politico”, ma quella situazione ha generato un altro paradosso, facendo diventare il privato il tuo mondo e la tua sfera di interessi. Così quelli che temevano la violenza si rifugiavano o nel privato o negli allucinogeni, costruendo uno spazio emotivo e personale che li proteggeva, ma che allo stesso tempo li isolava. Così la società contemporanea – una società in cui sorge un problema quando non si è né produttori né consumatori e in cui l’idea di mercato è l’unico motore dello sviluppo – risponde alla droga con l’espulsione sociale, alla violenza con la galera e all’immersione nel privato e nel personale con l’offerta di beni di consumo».

Gli anni Ottanta, insomma, hanno avuto il grosso onere di far dimenticare, di allontanare quei giorni di scontro ideologico e di violenza. Direi che gli anni Ottanta ce l’hanno ben fatta, tanto che io sono nata in un mondo che il volto della politica lo conosce solo deformato. Io sono nel 1993: quattro anni dopo la caduta del muro e uno prima dell’ascesa al governo di Berlusconi. Sono nata mentre l’apoteosi dell’individualismo sbocciava. Tutto quello che voglio dire è che la mia assenza politica, la mia non scelta, la mia codardia e, se vogliamo, la mia ignoranza, forse non sono del tutto imputabili ai cinquantasette chilogrammi della mia persona. Pretendere partecipazione politica old style da una generazione nata sotto l’egida di una politica che è altro da sé stessa e cresciuta all’ombra di canale uno, sul sei, mi sembra un pelo ridicolo.

Le Sardine sono state ampiamente criticate, in particolare per non essersi schierate: la neutralità è il grande peccato di quest’epoca, la mancanza di un partito è valutata grave carenza. Ma pensiamoci un po’ su, vi prego. Perché, nel bene e nel male, a partire da quell’inaspettatamente partecipato 14 novembre in piazza Maggiore, le Sardine hanno avuto il merito di ridare fisicità alla partecipazione e di parlare una lingua comprensibile anche per gli ultimi nati. Prima al telefono un vecchio amico ha detto una cosa che mi è piaciuta.

« È possibile che delle sardine debba parlare solo gente di settantacinque anni?».

No, effettivamente non è possibile e nemmeno giusto. L’accusa che ultimamente ho sentito muovere alle Sardine è anche quella di portare sul piatto temi sociali e mai politici. Mi chiedo, sono davvero tanto diversi o vicendevolmente controproducenti? Che senso ha parlare di tasse, decreti e leggi elettorali se poi la mafia non è un problema? Come faccio a scegliere un partito se tutto sta in mezzo? E, soprattutto, come minchia fate a darmi della comunista solo perché chiudere i porti mi sembra una stronzata? Io, che il comunismo non l’ho mai visto né conosciuto, se non sui libri perché in Russia è finita male, e che menomalechesilvioc’è.

Rischio di generalizzare, me ne rendo conto. Mi servirebbe più spazio e più tempo, perciò vi invito a guardare questo video che hanno proiettato in piazza VIII Agosto dieci giorni fa e che, a me, m’ha fatto ridere e specchiare.

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