Santarcangelo, mon amour! Un articolo di Thea C. Efres || THREEvial Pursuit

Santarcangelo, mon amour! Un articolo di Thea C. Efres || THREEvial Pursuit


Santarcangelo, mon amour!

di Thea C. Efres

Felix Kubin – Dragonflies

“Ogni grande civiltà nasce nel profondo da un incrocio di razze.
La purezza, come l’acqua distillata, non genera che la morte”
Léopold Sédar Senghor

C’è stato un periodo della mia vita, nell’adolescenza, in cui ho creduto che la purezza fosse un valore necessario, che rimanere “duri e puri” non nel corpo o nel sangue, ma nella mente e nelle idee fosse l’unica via da perseguire per ottenere un’arte, un’esistenza, una società migliore confondendo la purezza con la coerenza, il dubbio con la debolezza, l’imperfezione e l’errore con l’aberrazione.

Non è così e credo che le parole in apertura del poeta siano sufficienti a schiarirvi il perché. E se questo assioma si applica in maniera così perfetta alla vita, peraltro motivandola nella sua origine, come può l’arte in ogni sua forma sfuggirne? Non può. L’arte esiste solo attraverso la contaminazione perché è l’unico modo che, come noi, essa ha per evolversi.

Potrebbe bastare questo incipit a spiegarvi perché ho amato quel weekend di luglio al Santarcangelo Festival, dove una piccola città per dieci giorni vive, pulsa di frenesia creativa ed è merce rara in questo Bel Paese: lo è nelle nostre più o meno grandi e concettualmente dispersive metropoli, figuriamoci in centri di poche migliaia o decine di migliaia di abitanti, dove il fast tourism – e le amministrazioni che se ne cibano – non pretende altro da questi nostri piccoli gioielli che una tradizionalità tinteggiata di moderno.

E invece Santarcangelo, almeno per ciò che questi occhi hanno potuto vedere, ribalta il postulato, compete con sfacciata consapevolezza con i giganti e indica un percorso il quale, se volessimo intuirne la direzione, ci condurrebbe verso un vero risveglio culturale: è il futuro, Santarcangelo, che in troppi non vogliono vedere, per ottusità o per reazione al nuovo; semplicemente perché credono che rimanere duri e puri sia la via, rimanendo ancorati a un tempo e a un modo di vedere il mondo che non esiste più, piaccia a loro o no.

Santarcangelo invece è sempre un pensiero, un’idea avanti perché è un futuro che esiste da cinquant’anni, un Futuro Fantastico, e nell’anno del proprio anniversario non c’era forse titolo più azzeccato di questo.

Alina Kalancea

E ancora una volta potrei fermarmi qui, poiché davvero rischierei di costringervi a uno scrolling forsennato e non è qualcosa che si da sul web, ma so che questo poco non vi basterebbe e non basterebbe neppure al caro amico direttore, che di nuovo mi costringe affettuosamente su queste pagine – nonostante fosse anche lui con me, ben sapete però qual è ad oggi la sua posizione sull’imprimere parole, siano esse su carta o sullo schermo.

Non vi dirò quindi della lunga storia del Santarcangelo dei Teatri, quella è giusto che la scopriate da soli, sperando di trasmettervi la medesima curiosità che io da anni nutro per questa manifestazione e che mi ha finalmente condotto dentro il Santarcangelo 2050. Non vi farò il resoconto delle perfomance a cui ho assistito e non avrete recensioni, perché io non sono una critica: io scrivo, non giudico; scelgo cosa vedere lasciandomi ispirare e a volte ci prendo, altre rimango delusa. E quindi a che vi servirebbe sapere quale spettacolo o concerto ho apprezzato o meno e perché?

E poi non leggerete interviste, per quelle dovrete aspettare un giro di luna e altre dita che stanno già battendo sulla loro tastiera. Non vi racconterò delle serate allo Sferisterio, in cui un passo separava un concerto a sedere dal Bisonte Cafè, dove la vita sembrava essere tornata a pullulare in un abbaglio di normalità che finalmente appariva tangibile a tutti coloro che lì hanno ritrovato le loro notti. Neppure vi racconterò delle albe, delle poche ore di sonno, dei risvegli traumatici alleviati dalla consapevolezza di un’opera da assaporare, di un’artista da conoscere, di una performance da cui lasciarsi coinvolgere a ogni angolo della città.

Vi dirò solo che forse per la prima volta ho visto a Santarcangelo un festival veramente per ogni gusto, per ogni sensibilità; un festival dove ognuno di voi riuscirebbe a portarsi nella mente almeno un ricordo di quei giorni da conservare gelosamente o un attimo d’ispirazione in cui desiderare di essere voi lo spettacolo, per poi scoprire che in effetti così è stato e che il desiderio era stato avverato.

Vi confesserò anche che ho smontato e rimontato questo scritto più e più volte, niente di quello che buttavo giù mi soddisfaceva e allora arrivavo a scomporlo, a destrutturarlo fino a distruggerlo. Percepivo come un freno in testa, qualcosa che mi diceva di non lasciarmi andare. La razionalità mi costringeva a fare i conti con lei, insinuando che in alcuni passaggi i miei toni fossero troppo celebrativi, poco oggettiva la mia visione. Aveva ragione lei, ogni volta. Cancellavo e riscrivevo e ancora niente mi soddisfaceva. Poi, il destino ha voluto che l’uscita di questo scritto venisse rimandata per cause di forza maggiore.

«Abbiamo un pezzo sull’anniversario di Genova per l’ultima uscita di luglio. Lo sai, non possiamo lasciar andare. Si va a settembre. Credi sia un problema? Non vorrei che il tuo articolo si raffreddi con due mesi di stacco».

«Nessun problema, mio caro direttore. Meglio così, avrò tempo per metabolizzare».

Ci fu un silenzio sorpreso all’altro capo del telefono.

«Non so cosa tu intenda, ma se mi dici che è meglio così, mi fido».

Neppure io compresi in quell’istante il perché di quella frase detta di getto, così. Ci ho pensato per un mese intero. Poi ho capito. Mi ero innamorata: un travolgente amore estivo che adesso non c’era più e non sarebbe tornato prima di un anno. Era questo che dovevo metabolizzare, la sospensione tra il ricordo e l’attesa. Mi tornò in mente una frase sentita in un vecchio film.

Perché non te? Perché non te, in questa città e in questa notte tanto simile alle altre al punto di rendersi irriconoscibile?

Mi sentii sollevata, non avevo più alcuna remore, nessun dovere di essere oggettiva. Ogni indugio era crollato. Avevo il diritto di lasciarmi andare e, come leggete, è questo ciò che alla fine ho fatto.

GHOST INC e Kunstencentrum Vooruit (Mutonia – Mutoid Waste Company)

All photos by Claudia Borgia e Lisa Capasso

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