Santarcangelo 2050 || Intervista a Corps Citoyen ed Elasi || THREEvial Pursuit

Santarcangelo 2050 || Intervista a Corps Citoyen ed Elasi || THREEvial Pursuit


Intervista a Corps Citoyen ed Elasi

Santarcangelo 2050

di Three Faces

santarcangelo 2050
Futuro Fantastico – Santarcangelo 2050

“L’arte esiste solo attraverso la contaminazione […] forse per la prima volta ho visto a Santarcangelo un festival veramente per ogni gusto, per ogni sensibilità”

Abbiamo pensato non ci fosse introduzione migliore di questo mash up a due frasi, estrema sintesi del Santarcangelo, mon amour! della nostra cara Thea C. Efres, per ribadire l’essenza del Santarcangelo Festival e presentarvi di conseguenza le ospiti di questa specie di intervista doppia a distanza: Anna Serlenga del collettivo artistico Corps Citoyen; ed Elasi – al secolo Elisa Massara – cantautrice e producer alessandrina.

Come alcuni di noi, come Thea, entrambe hanno respirato l’atmosfera del Santarcangelo 2050, oltre che da spettatrici molto interessate, anche e soprattutto da protagoniste, seppur ognuna in maniera molto diversa. C’è infatti tra i loro approcci artististici una notevole distanza e proprio per questo ai nostri occhi Corps Citoyen ed Elasi hanno rappresentato perfettamente – per quello che, ahinoi, abbiamo potuto vedere in appena tre giorni – le due estremità all’interno delle quali si muove una manifestazione plurale come quella organizzata quest’anno dai Motus (al secolo, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò).

Da un lato, il teatro che sfrutta gli stilemi classici della drammaturgia per una sperimentazione fluida, facendosi metateatro e allo stesso tempo critica sociale che non lascia letteralmente scampo a nessuno. Dall’altro, la musica elettronica che si fa arte performativa, ma che mantiene nelle sue molte variazioni una vena popolare che, proprio in quanto tale, sa essere alla portata di chiunque.

Questo rappresentano “Gli altri / الاخرين” (si pronuncia “Lokhrin”) di Corps Citoyen e il concerto di Elasi. Non la monotonia di festival monotematici, monoartistici, monocolore, monoedonistici, ma un mondo plurale, un Futuro Fantastico, dove c’è e ci deve essere spazio per tutto, dove non è importante la soggettività di ciò che piace o non piace, ma l’offerta di un’eterogeneità artistica dove ogni spettatrice, ogni spettatore abbia la possibilità di scegliere e di incappare in qualcosa che non avrebbe mai pensato potesse gradire e che invece lo colpisce come una freccia inattesa, scoccata da un punto che si credeva vuoto, morto, cieco.

Per riuscire in questo intento chi organizza deve saper scegliere, o meglio, capire come scegliere. Al netto del fatto che l’operazione è ampiamente riuscita, noi non possiamo sapere quale sia stato il percorso mentale dei Motus da quanto punto di vista, possiamo solo supporlo con ampi margini di errore, darvi quindi un’impressione. E la sensazione è stata che sulla scelta dei vari artisti abbia pesato il percorso, non pensando però a ‘quale e quanta’ strada quello o quella artista o quel collettivo si è lasciata alle spalle, ma concentrandosi su come si è percorsa quella strada, sulle scelte che si è deciso di fare ogni qualvolta il cammino ha proposto una o più vie. Ed è proprio da qui che partiamo con Anna Serlenga.

Gli altri / الاخرين – Corps Citoyen – Santarcangelo 2050

«Corps Citoyen è un collettivo pluridisciplinare che è nato a Tunisi nel 2013 dall’incontro mio con Rabii Brahim, Saoussen Babba e Ayman Mejri. Insieme abbiamo prodotto un primo lavoro, Muovma!, che in qualche modo indagava e cercava di ribaltare la prospettiva orientalista sul racconto delle cosiddette primavere arabe, a partire dalla messa in scena di questi tre attori e testimoni di quei giorni, che attraverso un processo di lavoro fisico e di archivio visuale interrogava un pubblico occidentale sulla necessità di un cambiamento.

E questo è stato un primo progetto che poi ha portato all’allargarsi del collettivo dove nel 2016 sono entrati anche Francesca Cogni, Alessandro Rivera Magos e Lilia Ben Romdhane che sono rispettivamente un’artista visiva e illustratrice, un antropologo e fotografo e una poetessa e architetta. Con loro abbiamo lavorato per qualche anno su dei progetti di creazione partecipativa che è l’altro cuore pulsante di quello che facciamo, ovvero lavorare nei territori con le persone. Questo lavoro si è tradotto quindi in diversi progetti come El Aars e The wedding project, che abbiamo portato a Tunisi nel 2017 alle biennali JAOU – Nation Migrante e Dream City Festival.

Poi, tra il 2017 e il 2018, per ragioni di vita, io e Rabii abbiamo deciso di spostarci in Italia, a Milano, dove chiaramente ci siamo ritrovati in una situazione particolare, nel senso che da un lato c’era la voglia di tessere nuove reti, quindi di allargare un po’ il tipo di lavoro che stavamo facendo e questo ha portato alla creazione di un altro progetto di Corps Citoyen che è Milano Mediterranea, ovvero un centro d’arte partecipata, quindi di nuovo lavoro territoriale, in questo caso nel quartiere Giambellino; dall’altro abbiamo deciso di rimettere un po’ in scena quello che a Rabii è successo da attore una volta arrivato in Italia perché, come lui stesso dice sempre, “prima di venire in Italia facevo l’attore, da quando sono venuto in Italia faccio l’attore arabo”, e questa cosa chiaramente si è concretizzata in proposte di scenari, di film, di script, dove appunto i ruoli erano sempre quelli: l’immigrato clandestino, il terrorista, l’assassino, eccetera.

Tutto questo materiale è confluito nella creazione de Gli altri, attraverso il dispositivo del casting che in qualche modo rimescola, ribalta un po’ realtà e finzione, per cui quello che sembra finto è reale. Tutto quello che voi avete visto è materiale documentario, ivi compresa quella sceneggiatura che veramente è stata proposta così, scritta con quell’italiano lì».

Anna qui si riferisce a una scena de Gli altri, in cui a Rabii viene proposto di recitare in alcune scene di un film – che tutti d’accordo nel ricordare di produzione o ambientazione danese e se ci sbagliamo dobbiamo iniziare seriamente a preoccuparci della nostra sanità mentale – nelle quali lui chiaramente deve interpretare l’immigrato rissoso che, preso di mira da un gruppo di nazi, si ribella coinvolgendo alla fine anche il suo amico, ovviamente caucasico, e scatenando la più classica delle guerre tra poveri in stile L’odio.

corps citoyen rabii
Rabii Brahim – Corps Citoyen – Santarcangelo 2050

Sperando ci perdonino per l’estrema sintesi e sottolineando la presa straordinaria della scena dove sembra di essere contemporaneamente sul set e al cinema, ciò a cui fa riferimento Anna appunto, è il linguaggio che Rabii è costretto a utilizzare, ovvero un italiano raffazzonato, grammaticalmente scorretto fino al parossismo e al ridicolo, proiettato su schermi trasparenti – che più di semplice scenografia sembrano essere essi stessi attoriin modo da rendere partecipe anche il pubblico della caricaturalità di quelle frasi che suonano talmente male da portare Rabii a chiedere se le frasi siano “giuste” così, nel senso di volute, con la voce di Anna fuori campo che ne ribadisce la “correttezza”. E quello della comunicazione – manipolata, distorta, veicolata su stereotipi in cui possono cadere sia reazionari che progressisti, perchè insito nella (presunta) egemonia culturale dell’Occidente – è un altro tema che emerge dalla rappresentazione scenica, anche se Anna corregge il nostro tiro su un aspetto.

«Non parlerei di comunicazione, quanto più di narrazione. Che tipo di racconto si fa e soprattutto di chi può parlare, cioè chi è il soggetto che ha il diritto di parola nella sfera pubblica? Questo sicuramente ha un cuore pulsante nel nostro lavoro da sempre, che da un lato diventa lavoro partecipativo inteso come momento, possibilità di non calare dall’alto delle narrazioni intorno per esempio a un quartiere, ma di provare a costruirle con gli abitanti delle cittadine, e lo stesso vale appunto anche all’interno di progetti artistici di creazione partecipata; dall’altro riguarda sicuramente il grosso tema de Gli altri e cioè che Rabii, per esempio, non ha mai voce in capitolo, non può mai dire la sua, non è mai il soggetto che parla, ma in qualche modo viene parlato, viene raccontato dagli altri con questo gioco di specchi per cui gli altri siamo noi ma anche loro, a seconda della prospettiva che decidiamo di adottare.

Questo lavoro di manipolazione poi si estende anche al pubblico, per cui nel talk show alla fine non solo a Rabii vengono modificate le parole, ma addirittura incolliamo delle voci, dei pensieri a delle persone, quindi assegniamo quasi delle identità. Per questa ragione abbiamo aperto questo open call che poi ha dato vita alla parte visuale del lavoro, ovvero il casting de “Gli altri”, il quale coinvolge nei video che avete visto altri attori afrodiscendenti, che a loro volta giocano un po’ dentro lo stesso schema narrativo in cui si trova lo stesso Rabii. Noi quei video li abbiamo usati per lo spettacolo, ma in realtà è tutto materiale improvvisato, eppure sembrano “scritti” perché sono tutte esperienze e riflessioni talmente coerenti, talmente simili che alla fine abbiamo scelto di utilizzarle in drammaturgia, anche se nascevano come d’improvvisazione pura».

Gli attori che hanno partecipato al casting – e che abbiamo potuto “conoscere” attraverso video mostrati nel corso dello spettacolo – non vivono tutti in Italia bensì in diverse nazioni. Eppure, come già sottolineato da Anna, hanno mostrato attraverso il racconto delle loro esperienze professionali (e personali in alcuni casi) come esse siano affini a quelle di Rabii, nonostante vivano in paesi che siamo abituati a considerare decisamente progressisti su certi temi o, comunque, nettamente più avanzati rispetto a noi.

«In realtà è un problema molto comune, molto diffuso e ci piaceva proprio il fatto che in realtà tutte queste persone abitano in città diverse d’Europa come Berlino, Parigi, Roma, Lisbona, perché ci fornisce lo spettro di una situazione che noi crediamo relativa alla nostra povera Italia, ma che in qualche modo è superdiffusa anche da un punto di vista europeo e ce ne siamo accorti portando lo spettacolo in residenza a Berlino».

«C’è chi ci ha detto che questo spettacolo non ha scampo, non lascia spazi di resistenza ed è vero. Rabii lui finisce la sua tirata finale, minacciando di farsi esplodere esplodere, però poi alla fine mi chiede “andava bene così?”, perché tutto sommato è vero che c’è una compartecipazione alla costruzione degli stereotipi. Spesso purtroppo le persone si trovano in una tale posizione di subalternità in certi rapporti di potere che gli riesce difficile potersi negare, potersi rifiutare di partecipare a certe situazioni. Il fare questo spettacolo è il nostro modo di agire, reagire, resistere in qualche forma e dare una possibilità a una storia diversa, un racconto diverso.

Noi chiaramente qui ci riferiamo al mondo della rappresentazione, è un gioco dentro gli spazi del teatro, della docu-fiction, del talk show, ma abbiamo deciso di muoverci in questo territorio perché è il nostro, quello che abitiamo, è quello che conosciamo meglio. Inoltre, è il luogo della rappresentazione per eccellenza, della costruzione di una realtà fittizia che è quella della scena ed è un modo per noi di raccontare la società. Semplicemente abbiamo scelto di ragionare intorno al nostro mezzo, perché è quello che noi meglio conosciamo e maneggiamo. Quella della posizione di questo attore nei confronti della regia è in realtà una metafora, perché alla fine la stessa dinamica che per certi aspetti potremmo ritrovare in un supermercato o alle poste.

Da parte nostra, c’è quindi la ricerca di una nuova narrazione possibile ed è l’aspetto che è stato intercettato da Daniela e Enrico dai Motus, a cui io ho fatto da assistente all’Università Iuav di Venezia – dove continuo peraltro a fare attività di ricerca – e questo ha creato un legame affettivo ma anche professionale. Per cui è capitato che, durante una delle residenze de Gli altri, sono venuti a vedere il lavoro e hanno deciso che poteva essere presentato all’interno della cornice del festival, dove essendo anche il cinquantennale c’era un carattere un po’ speciale, considerando l’attenzione di Motus sempre mirata a creare una nuova geografia, che includesse quindi anche figure che normalmente sono al di fuori dei circuiti di produzione diciamo classici, come collettivi e gruppi, tra cui noi appunto, che siamo fieramente indipendenti da dieci anni».

Ben diverso il percorso che ha portato Elasi – che è uscita col suo primo Ep, Campi Elasi, poco meno di un anno fa – al Santarcangelo 2050, anche se qualche punto di contatto con quanto detto da Anna lo si trova. Anche più di uno.

Elasi santarcangelo 2050
Elasi – Santarcangelo 2050

«Il mio percorso è molto lungo, nel senso che ho iniziato da molto piccola a suonare, anche dal vivo. Considera che io ora vivo a Milano, ma sono nata ad Alessandria, son cresciuta lì e ho fatto la mia gavetta in provincia. Alessandria purtroppo è una città che culturalmente, artisticamente non ha molta offerta, però mi sono accorta parlando con dei miei amici e con conoscenti che ci sono molti ragazzi che fanno i creativi o lavorano nel mondo dell’arte, anche se poi sono costretti ad andare a vivere in altri posti, perché qui non ci sono né luoghi di ritrovo, né occasioni di espressione e neanche modi per fare rete tra creativi e artisti.

Quindi, abbiamo deciso di costituire questo collettivo che si chiama GASAGiovani Alessandrini Si Attivano, con il quale organizziamo degli eventi, ovvero dei vernissage in cui si mescolano musica, mostre, performance in luoghi della città da valorizzare e da riscoprire, perché credo ci siano delle città, dei paesi un po’ dimenticati che sarebbero bellissimi se si organizzassero eventi del genere, come facciamo noi molto in piccolo nel nostro territorio o come fanno a Santarcangelo appunto. Questo è uno degli aspetti che adoro di questo festival, mi piace il fatto che venga valorizzato un intero paese attraverso l’arte».

Una riflessione cche è venuta anche noi e che in qualche modo si accorda col pensiero di Anna Serlenga che poco prima ci aveva detto «le cose più belle che ho visto sono state quelle pensate per Santarcangelo, dentro Santarcangelo. Penso a El Conde de Torrefiel che ho trovato magnifico, ma anche a Grand Bois. Prendo l’esempio di Grand Bois, in particolare, perché c’è dietro tutto un pensiero anche complesso legato per esempio al rituale vodoo (di tradizione haitiana, ndr), che però poteva essere fruito da chiunque; che anche chi non avesse nessuna notizia di che cosa stava succedendo, veniva comunque colpito dalla potenza di quell’immagine, di quel suono, della poesia di vedere la città dall’alto punteggiata di questi fari blu. Ecco questa secondo me è stata la cosa potente di quei giorni.

Però mi ha colpito anche il fatto che ci fosse un clima estremamente poco d’élite, che spesso invece si ritrova nei circuiti della performance o comunque dell’arte contemporanea. In qualche modo si è riusciti a tenere insieme veramente la dimensione popolare, della fruizione di un festival, a una proposta che invece è molto raffinata e, in generale, la capacità di tenere insieme alto e basso, popolare e raffinatezza mi sembra sia uno dei pregi maggiori del festival».

Grand Bois – Bluemotion / Fanny & Alexander / Tempo Reale – Santarcangelo 2050

Per certi aspetti, questa considerazione di Anna appara simile a quella fatta da Elasi e a quella che in quei giorni di Luglio, ci siamo scambiati tra noi. Ed è stupefacente, perché se togliessimo ogni segno di interpunzione dialogica, i nomi di ogni intercolutore e volgessimo tutto il discorso alla prima persona singolare, questo articolo risulterebbe coerente a tal punto, che si potrebbe davvero credere sia stato pensato e scritto da una sola mente. E invece quella che state leggendo, è una pluralità di voci, anche se sembrano una sola. Leggere quanto dice Elasi per credere.

«Un altro aspetto bellissimo del Santarcangelo» prosegue Elasi «è che vengano mescolate le varie arti. Secondo me è la perfezione di un festival, perché nel momento in cui le forme di espressione si intrecciano e non vengono catalogate. Se fai un festival solo di teatro o solo di arte contemporanea e solo di musica le cataloghi un po’, le dividi, mentre in realtà i confini tra le Arti dovrebbero essere molto fluidi, almeno secondo me. Si sente ancora molto distacco tra il teatro, il mondo del teatro, il mondo della musica, il mondo delle arti performative in generale.

Invece questa fluidità al Santarcangelo c’è e non c’è nessun tipo di paura nel lasciare spazio alla libertà di sperimentazione ed era infatti da una vita che volevo andarci, aldilà del suonare e del mio essere musicista, perché amo l’arte in tutte le sue sfaccettature e quindi anche l’arte performativa è un tipo di espressione che mi piace mescolare con le mie sonorità. Non potevo che essere felicissima di venire coinvolta in un ambiente del genere.

In più, ho notato che la programmazione musicale era praticamente incentrata su donne che fanno musica elettronica, ognuna in un modo diverso, che lavorano con la musica elettronica con linguaggi diversi. È stato veramente bello essere in una programmazione del genere da un punto di vista musicale. In più, era il primo vero e proprio concerto del 2021 e suonare su un palco così, con un’atmosfera così stimolante che pulsa di arte, di creativi e – perché no – anche di accoglienza romagnola, è stato fantastico».

Elasi Santarcangelo

C’è una particolarità nella carriera di Elasi, che ne riflette la volontà ferrea di perseguire i propri obiettivi in maniera graduale e soprattutto indipendente, ed è il doppio rifiuto a X-Factor, che l’ha chiamata per due anni di fila incassando però un cordiale “no”. Non una questione pregiudiziale, di principio bensì la scelta consapevole di un’artista matura, che sa ciò che vuole e ciò che sembra essere più giusto per la propria carriera e per la propria poetica musicale.

«Non è una cosa su cui io mi sono impuntata il doppio rifiuto a X-Factor» continua Elasi «non sono una militante anti X-Factor, anzi secondo me può anche aiutare molto. Però in questo momento per come sono fatta ora, preferisco costruirmi diversamente, mattoncino per mattoncino, provando a crescere con i palchi e con tutto il resto, però in maniera molto molto graduale, senza troppa fretta. Anche per questo essere sul palco del Santarcangelo per me è stato importante».

Un’attitudine quasi punk, ci lasciamo scappare…

«Se per punk s’intende l’essere fluidi, non darsi troppe regole per quanto riguarda la creatività e mescolare le arti, assolutamente sì. Io ho cominciato a suonare grazie al punk peraltro, perché è un tipo di musica che s’inizia ad ascoltare da ragazzini e io, che in quella fase stavo imparando a suonare la chitarra, suonavo il punk perché il punk era “facile”. Poi ti dà quell’attitudine, quella rabbia che avevo bisogno di sfogare in quegli anni lì e quindi in realtà per me è stato molto importante a prescindere dal genere punk musicale. Diciamo che l’ho mantenuto su altri aspetti».

elasi concerto santarcangelo

Eh già, il genere: non facile cercare di definirlo nel caso i Elasi, anche se forse ormai è il oncetto stesso di ‘genere’ ad apparire superfluo.

«È difficile racchiudere oggi un’artista come nel mio caso in un genere, in una sola etichetta, perché magari una ci inserisce tante influenze. Nel mio caso, oltre la pura e semplice elettronica, c’è tanto legato al funk, alla disco, alla bossa, ma anche alla musica tradizionale nostra, africana o asiatica, c’è tanta ricerca al di là dell’elettronica. L’elettronica ti e mi aiuta a dare l’amalgama. Inoltre, la musica non è solo suono nella mia concezione.

Come dicevo prima, mi piace mescolare alle sonorità l’arte performativa, quindi anche il movimento perché per me la musica è movimento. Se ci pensate, a quanti aiuta correre con la musica? ll movimento associato alla musica è terapeutico. A me aiuta proprio muovermi a ritmo. Poi certo è qualcosa che porto sul palco, ma indipendentemente da questo io ballo spesso anche da sola in camera, per dire. Soprattutto quando eravamo in lockdown, avevo dei momenti in cui mi mettevo lì e ballavo, perché ritengo sia davvero una terapia, e in quel periodo credo ci sia mancata non la musica in sè, ma la convivialità della musica: appunto il momento di danza, di ballo, ma anche la semplice chiacchiera con altri mentre la si ascolta, come avveniva quando si poteva ancora andare in quel tipo di locali».

E a tutti noi, in questo momento viene in mente il Bisonte Cafè, il ricordo di una notte di mezza estate (citazione magari banale, ma quanto mai azzeccata) dove, per chiudere proprio con le parole di Thea C. Efres, “la vita sembrava essere tornata a pullulare in un abbaglio di normalità che finalmente appariva tangibile a tutti coloro che lì hanno ritrovato le loro notti”.

All photos by Claudia Borgia e Lisa Capasso

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