Sali in cima a una montagna - Viaggio in Messico, Atto VIII - B.Bendinelli | Vai A Quel Paese - Go Face Yourself

Sali in cima a una montagna – Viaggio in Messico, Atto VIII – B.Bendinelli

Sali in cima a una montagna.B.Benedinelli
Prima di poterci gustare liberamente il mare di Tulum è necessario fare tappa ad un altro sito archeologico nelle vicinanze. Ci hanno parlato di Cobà, delle sue piramidi nascoste nella foresta. Si trova a circa cinquanta chilometri dalla riviera Maya di Quintana Roo, ciò significa nuovamente “autobus”.

Abbiamo molte aspettative su questa grande piramide in mezzo alla Jungla, tutti ci hanno detto che il paesaggio è molto più suggestivo rispetto all’arcinoto sito di Chichen Itza. Arriviamo ad un grande parcheggio circondato da piccoli negozi di mercanti locali, non ci sono molte persone e riusciamo ad arrivare subito all’ingresso del sito. Davanti a noi si apre una strada larga e sterrata che taglia di netto la Jungla, sopra di noi le teste ricciolute degli alberi si incrociano con le liane, che hanno fusti grandi come querce. La stagione secca per fortuna ci agevola il cammino e riusciamo a sopportare bene la cappa verde che copre tutto il sito di Cobà. Ai lati della strada ci sono uomini che noleggiano biciclette e altri mezzi a pedali, molti ne approfittano, noi passiamo oltre. Scopriamo subito che non esistono indicazioni su come seguire l’itinerario, non abbiamo una mappa, non abbiamo idea di dove andare e non sappiamo bene quanto realmente sia grande Cobà. Al primo bivio ci accodiamo dietro una famiglia russa in maratona, ma sono troppo veloci per noi. Li abbandoniamo per seguire tre giovani brasiliani muscolosi. Si addentrano in una piccola apertura in mezzo alla piante, la strada è battuta quindi pensiamo sia un percorso alternativo per esploratori coraggiosi. I brasiliani muscolosi viaggiano alla velocità della luce e non sembrano curarsi di noi, stanno parlando delle tette di una loro amica e così mi chiedo da dove possa essere cominciata la conversazione visto che ci troviamo in mezzo alla Jungla con le scimmie che ci urlano in testa. Noi procediamo lentamente e adesso siamo sole. La vegetazione si fa sempre più stretta intorno a noi e si perdono le tracce sul terreno. Cerco i brasiliani che cercano le tette ma chissà dove sono finiti, non li sentiamo più vociare. Francesca pare molto divertita e la sua tranquillità e direttamente proporzionale alla mia inquietudine.
– Ma che te sei messa paura? Mo vedrai la ritrovamo la strada -.

Non ne sono del tutto convinta anche perché abbiamo sempre mantenuto la destra il che significa che ci stiamo allontanando dal percorso iniziale. Tutto è vivo intorno, sentiamo le scimmie che ci prendono in giro, anche se non riusciamo a vederne nemmeno una. Sono allarmata e provo di nuovo quella piacevole sensazione di vulnerabilità che avevo da poco scoperto. Ad un certo punto si apre un arco di luce giallastra, la vegetazione adesso è più bassa e riusciamo a vedere il cielo, siamo arrivate ad una palude, possiamo soltanto tornare indietro oppure attraversarla. Ovviamente facciamo retromarcia e lo facciamo molto lentamente perché le storie sui coccodrilli non sono mai troppe.

– Fra, se ci mangiano i coccodrilli di noi non resterà nulla. Forse a un certo punto ci troveranno i brasiliani -.
Mi risponde: – Quelli stanno a cercà le tette, addosso a me manco da viva le trovano, pensa se me magna er coccodrillo… -.

Di nuovo la Jungla che ispira conversazioni sulle tette. Cominciamo seriamente a preoccuparci, siamo in cammino già da un paio di ore e non abbiamo trovato nulla. Cerchiamo le impronte lasciate poco fa sul terreno e grazie alle nostre quasi inesistenti capacità di orientamento finalmente troviamo la strada principale. Seguire il Brasile era stato inutile, è una grande delusione ma ammetto che la Russia ci aveva preso. Ogni tanto qualche ammasso di sassi ci ricorda che siamo in un sito archeologico Maya, tuttavia di questa grande piramide nemmeno l’ombra. Non abbiamo acqua, non abbiamo una bicicletta e non abbiamo più voglia di camminare. Ecco che ci sorpassa una famiglia italiana, hanno visto un’iguana e si avvicinano per fare una foto, noi al contrario vorremmo chiedere indicazioni all’iguana perché vogliamo trovare la piramide in tutti i modi.

Passano almeno altre due ore di blasfemie fin quando non scorgiamo davanti a noi una piccola apertura circondata da piccole panchine in pietra. Aspettiamo di avere la completa visuale per tirare su la testa e vedere quello che stavamo cercando da tutto il giorno. La piramide di Nohoch Mul. Le scale in pietra sono così alte che hanno messo una corda al centro per potersi arrampicare. Faccio una stima veloce, dovrebbe essere circa 50 metri in altezza (successivamente scopriremo che si tratta della struttura più alta dello Yucatan). Non sono del tutto certa di voler salire fino in cima, respiro con fatica e oltretutto non abbiamo acqua. Francesca invece ha già un piede sul primo scalino, mi chiama e dice che me ne pentirei se non provassi a scalare. Mi siedo un attimo, passa un ragazzo messicano accanto a me, molto sudato mi dice che lassù e bello e che avrò bisogno di bere così mi lascia la sua bottiglia d’acqua. Adesso sono pronta.

Mentre mi aggrappo alla corda penso a tutti i modi possibili che hanno escogitato in passato per trasportare quelle pietre in mezzo a un buco nella Jungla. Saranno stati gli alieni, oppure forme di vita più evolute che sono scomparse dalla faccia della terra. Fantasticare sugli espedienti architettonici mi aiuta a non pensare e sopratutto a non guardare in basso. Francesca è più avanti e adesso è quasi in cima, l’ultimo scalino e ce l’ha fatta. Penso agli anni in piscina, alle gare di nuoto, quando mi mancava il respiro poco prima di arrivare in fondo alla vasca. A quindici anni puoi fare affidamento solo sul corpo, a ventotto quello non basta più. L’ultima bracciata sulla corda. Mi volto finalmente verso il mare di Jungla, non potrei mai in una vita intera riuscire a spiegare a fondo la sensazione che si prova da quassù. Davanti a noi si scioglie una distesa sconfinata di verde e una linea sottile all’orizzonte separa il tappeto di vegetazione dal cielo denso. Non c’è nient’altro. Non esiste nient’altro. Tutto è coperto dagli alberi fitti e scuri e sotto di essi sono sepolte le nostre strategie, i nostri espedienti, le nostre paure. Mi viene in mente una piccola storia che mi era stata raccontata qualche anno prima.

Un uomo perde la sua auto in mezzo al traffico della città, comincia a girare come un pazzo in ogni vicolo senza alcun risultato. Dopo ore di affanno si rassegna e decide di salire sulla collina più alta della città, è disperato e vuole solo riposare. Lentamente arriva sulla vetta più alta e guarda il traffico muoversi come un’enorme essere invertebrato. All’inizio non vede niente, sembra tutto uguale: le case, i parchi, i semafori, le auto. Poi in mezzo a tutto il caos riconosce un oggetto familiare, è proprio la sua macchina e adesso riesce a vederla bene. Così tira fuori una penna e un taccuino dalla tasca e traccia un reticolo della sua città, tratteggia il percorso da seguire per arrivare al punto di partenza, lì dove aveva lasciato il suo mezzo.

Chi me lo ha raccontato voleva insegnarmi qualcosa ma nella mia testa voleva solo dire: – sali in cima a una montagna -. Adesso ce l’avevo fatta, mi trovavo al di sopra di ogni cosa e ci sarei rimasta per sempre ad osservare l’assenza e la presenza unite in una sola grande immagine: il tutto e il nulla. Sono quasi le tre del pomeriggio, il tempo come al solito non passa e anche se ne avevamo ancora molto decidiamo di scendere e incamminarci verso il bus.

Restiamo in silenzio a lungo, entrambe rapite da questa esperienza. Il bus non è ancora arrivato così ci prendiamo una birra sedute al bar del pueblo locale. Dall’altra parte dello spiazzo vedo le case del piccolo villaggio di Cobà, fuori ci sono cani e bambini, mi avvicino e tutto il tempo che fino a quel momento era passato così lentamente adesso sembra volare. Non mi accorgo di Francesca che mi chiama, non mi accorgo della polvere che si alza sotto le ruote dell’autobus, non mi accorgo del vuoto che all’improvviso si era formato in quel grade spiazzo, non mi accorgo che avevo perso l’ultimo passaggio per il ritorno a casa e che il sole stava ormai tramontando.

Benedetta Bendinelli

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