Intervista a Mathieu Romeo aka Trota, di G. Silvestrelli || THREEvial Pursuit

Intervista a Mathieu Romeo aka Trota, di G. Silvestrelli || THREEvial Pursuit

Intervista a Mathieu Romeo
aka Trota

Nelle acque profonde del writing romano

di Giorgio Silvestrelli

TROTA, all’anagrafe Mathieu Romeo, è un writer di Roma. Non uno qualsiasi. Da sempre è considerato come un pilastro della scena del writing romano e non solo. Abbiamo deciso di incontrarlo e di fare una bella chiacchierata con lui dato che, insieme con Lorenzo D’Ambra, ha da poco dato alle stampe un libro dal titolo quanto mai emblematico: Roma Subway Art.

Giorgio Silvestrelli: Ciao Mathieu, presentati al pubblico di Three Faces. Raccontaci chi sei e quali sono le tue passioni.

Trota: Ciao, sono Mathieu, meglio conosciuto come TROTA.
Le mie passioni sono la pesca con la mosca e i viaggi, mentre la cultura a cui appartengo  è il graffiti writing.

GS: Come ti sei avvicinato al writing e qual è il tuo primo ricordo legato ai graffiti?

T: Mi bocciarono e dunque cambiai scuola, continuando nonostante tutto a fare politica. Entrai, così, a far parte di un collettivo dove, tra gli altri, c’era HIOM che qualche mese dopo mi chiese di andare a fare il palo a lui ed alcuni amici mentre dipingevano un treno. Una volta che ebbero finito, scrissi FUCK THE SYSTEM con uno spray giallo!

GS: Raccontaci l’origine del tuo tag: Trota.

T: Erano i primi giorni di scuola dopo Pasqua e stavamo facendo ricreazione quando i miei compagni mi dissero che la prof avrebbe interrogato così. Visto che come al solito non avevo studiato, appena rientrati in classe iniziai a raccontare di come qualche giorno prima, mentre mi trovavo dai miei zii in Francia, avevo pescato un piccolo pesce con dei puntini rossi lungo i fianchi: una trota.
Doveva essere la seconda media, e da quel giorno tutti gli amici mi chiamano così. Da allora, per tutti, io sono TROTA

GS: Ci sono stati dei writer in particolare che ti hanno ispirato? Parlo sia in riferimento alla scena romana, ma anche a quella americana.

T: A Roma ci sono due writers che mi sono sempre piaciuti più di altri, e parlo di STAND e PANE, ma non mi hanno ispirato, anche se mi sarebbe piaciuto.
In giro per il mondo ce ne sono stati tanti di writers che mi hanno colpito, su tutti ricordo SICK e MELLIE oltre ai tanti della scena di New York. Ho però un solo mito: DONDI

GS: Cosa ne pensi dell’attuale scena romana di graffiti?

T: Internet ha appiattito tutto e, purtroppo, la bella e particolare scena romana di una volta non c’è più. Così come manca il rispetto, sia sui muri che sui treni. Ormai le nuove generazioni, in larga parte, fanno le cose tanto per farle, senza capire bene di cosa realmente si tratti.

GS: Come è cambiato, a tuo modo di vedere, il mondo del writing a Roma e, più in generale, nel mondo?

T: C’è una generale regressione dello stile, si sta tornando alle origini di New York, al paleolitico del writing. Insomma, stiamo vivendo i veri graffiti! (ride, ndr).

GS: A proposito di tempo che scorre inesorabile, parlaci del tuo libro Roma Subway Art, capace di raccontare 30 anni di graffiti nella Città Eterna.

T: ROMA SUBWAY ART è un progetto nato dall’idea di Lorenzo, a cui avevo dato le mie foto affinché le scansionasse. Dopo una settimana che ci lavorava incessantemente, mi propose di fare un libro. E dopo oltre tre anni eccolo qui: Il libro. 
La metro.
I graffiti.
La storia.
432 pagine, oltre 800 foto e 90 tra testi e interviste di alcuni dei writers più prolifici.

GS: Questa è la prima volta che ti cimenti con un libro?

T: Sì, questo è il mio primo libro. Già verso la fine degli anni ’90, insieme a DALE, avevamo dato vita a MACCARONI, che fu la prima fanzine di writing romano e della quale uscirono quattro numeri. Poi alzammo il tiro e a noi si aggiunse VELA, con il quale facemmo il primo video di writing in Italia, si chiamava STARTRASH
Chissà cos’altro mi riserverà la vita. 
Sicuramente per me questo libro è un punto di arrivo, un gesto d’amore verso il mio mondo, i miei amici, i nemici, la mia vita.

GS: Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato nel realizzarlo?

T: La parte più difficile, inizialmente, è stata quella di convincere le persone a partecipare, a scrivere un testo e a darci delle belle foto. Dopo un po’ che la voce ha iniziato a girare, devo dire che anche i più restii hanno voluto far parte del progetto.

GS: Con quali criteri tu e Lorenzo avete selezionato le foto e i tantissimi writer che hanno preso parte alla realizzazione del libro?

T: Il criterio è uno ed è molto semplice: se sei stato parte di questa storia, stai nel libro!
A livello di testi, volevamo che tutte le crew importanti fossero rappresentate il più possibile, e credo che ci siamo riusciti.

GS: Nel libro c’è una foto o un testo che più di ogni altro ti ha emozionato?

T: L’emozione più grande l’ho avuta dai vari complimenti che mi sono arrivati dalle persone che hanno partecipato al progetto.

GS: Perché era importante oggi, nel 2020, realizzare un libro sui graffiti?

T: Non era tanto importante farlo uscire nel 2020, ma era fondamentale che Roma avesse un libro che raccontasse la storia del writing prima che se ne annebbiasse il ricordo. Alcuni writer sono morti, altri sono spariti nel nulla, altri ancora hanno ricordi vaghi. Mettiamoci anche che i vari traslochi hanno fatto sì che tante foto siano andate perse. Io e Lorenzo abbiamo scritto un libro di storia dell’arte di un qualcosa che, pur essendo effimero, è destinato a rimanere, custodito nelle librerie vicino a libri come SPRAYCAN ART e SUBWAY ART.

GS: Vorrei parlare con te di street art. Per te, cos’è la street art?

T: La street art è la necessità di artisti comuni di farsi pubblicità per poter poi vendere le loro piccole opere nelle gallerie.

GS: Il writing può essere definito street art? Quali sono le differenze, se ci sono?

T: Il writing fa parte della street art perché, nell’accezione del termine, è fatto per strada e ad alcuni cittadini piacciono i graffiti. 
Ma la verità è che il writing è una cultura, la street art, o come diavolo la si voglia chiamare, no. E, a mio personale modo di vedere la cosa, non lo sarà mai.

GS: Street art vs. Urban Art. Illegale contro legale. Tu che opinione ti sei fatto? E i graffiti che ruolo hanno in tutto questo?

T: Io credo che ognuno debba fare ciò che vuole e, soprattutto, ciò che lo fa stare bene. Quindi non importa che sia legale o illegale, l’importante è essere liberi di esprimersi ed essere felici del risultato.

GS: Cosa pensi in generale del mercato dell’arte? Mi spiego meglio: sempre più spesso gli street artist, ma anche molti writer, trovano mercato tramite le gallerie che, ormai da diversi anni, hanno messo gli occhi sull’arte di strada. Tu cosa pensi al riguardo?

T: È normale che il mercato dell’arte guardi alla street art poiché, come ti ho detto prima, è arte comune, che piace più o meno a tutti. La cosa interessante è la ricerca (da parte di pochi) di pezzi di writing, dove il collezionista è intenzionato a comprare la cultura e il mondo che c’è dietro a quei segni. Quando c’è una richiesta, c’è sempre anche un’offerta e dunque sì, sono a favore della mercificazione del writing anche se trovo che molti, troppi, si svendano.

GS: Quanto resta oggi dello “spirito originario” del writing?

T: Cosa rimane oggi? Come dice Frah Quintale in una sua canzone, solo “15 secondi di gloria su Insta”!

GS: Roma, ad oggi, può ancora essere considerata come uno dei luoghi di culto italiani del writing?

T: Non Roma. Il vero luogo di culto del writing mondiale, è la metro di Roma.
Dove da 30 anni almeno un graffito al giorno ha sempre girato su una delle varie linee. 

GS: Personalmente cosa ti dà maggiore soddisfazione? Dipingere un muro o un treno?

T: Dipingere treni è un’emozione unica. L’adrenalina è indescrivibile e l’idea che il mio pezzo si fermasse davanti agli occhi di qualcuno che non poteva far altro che ammirarlo, mi faceva sentire invincibile. Poi, però, gli anni passano, gli acciacchi aumentano e capisci che devi accontentarti di scrivere il tuo nome sui muri perché non sei più un ragazzino.

GS: Che rapporto hai con i social network? Pensi che i social abbiano cambiato il modo di percepire e fare graffiti?

T: Come dicevo prima, le nuove generazioni vivono di istanti (e distanti) sui social. Io preferisco ancora la carta stampata, una foto cartacea o ancora meglio un libro, nonostante, per lavoro, io stesso abbia dovuto mettermi al passo coi tempi.

GS: C’è qualche cosa che vorresti raccontarci ma che nessuno ha mai osato chiederti?

T: Vorrei tanto raccontarti il mio giro del mondo. Ma sarebbe una storia troppo lunga.

GS: Hai un sogno nel cassetto?

T: Li ho realizzati tutti.

GS: Hai un messaggio per i lettori di Three Faces?

T: Non so se il writing sia arte o vandalismo, però, che vi piaccia o meno, una scritta su un muro non ha mai fatto del male a nessuno.

Grazie Mathieu e a presto

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