Rimangano i corpi, un racconto di G. Bindi || Street Stories ||Three Faces

Rimangano i corpi, un racconto di G. Bindi || Street Stories


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Rimangano i corpi

di Gianluca Bindi

Fotografia di Luchadora

Padre Donato passeggiava assorto sulla riva del torrente: le mani giunte dietro la schiena e il passo calmo ma costante. Il crocifisso gli dondolava dal collo ad ogni passo, come a scandire ogni secondo della vita che gli aveva dedicato. Il sole risplendeva sul flusso d’acqua repentino, ma rispettoso delle armonie del paesaggio. I pettirossi cinguettavano indisturbati. La brezza era marzolina e la primavera si poteva intuire anche senza spiccato spirito d’osservazione. Gli occhi piccoli nascosti dietro le lenti spesse dei suoi occhiali rivelavano serenità e gioia. Era un giornata bellissima e ringraziava il buon Dio per avergli permesso di tornare dopo anni in quel piccolo angolo di universo. Una gratitudine che andava ben oltre l’umore del momento. Si sentiva fortunato ad essere stato cresciuto timorato e rispettoso delle Scritture. Merito di un vero angelo, sua madre, che purtroppo aveva passato gli ultimi anni di vita paralizzata a letto, durante i quali non l’aveva mai vista vacillare sull’amore di Dio, nemmeno per un attimo. Anche se allora dentro di sé non capiva proprio cosa o chi ci fosse da lodare per tutta quella sofferenza. L’aveva vegliata anno dopo anno fino a quando non aveva esalato l’ultimo respiro. Quella dimostrazione di fede fu tale da fargli superare tutti i dubbi: aveva sentito la chiamata, il tocco di Dio. Si mise sotto l’educazione severa e rigorosa di un vero uomo di Chiesa, monsignor Tebaldi, un gesuita allora vescovo di Modena. Tebaldi era molto legato alla madre di Donato per la sua dedizione in parrocchia sin da quando era sacerdote semplice. Aiutò volentieri il piccolo Donato, poco più che bambino, a fronteggiare la malattia della madre. Una volta maggiorenne e con il lutto ormai alle spalle, Donato si trasferì a Roma per seguire la sua vocazione. Compì gli studi alla Gregoriana e al seminario, e alla fine uscì fuori nelle vesti in cui si era sempre visto: quelle di sacerdote. Dopo anni di clausura nella Curia romana si era deciso a tornare a Montagna, invece che proseguire nella carriera ecclesiastica. Lo aveva fatto per stare fra la gente umile e per chiudere un cerchio rimasto aperto dalla sua infanzia. Dopo un paio di settimane era già diventato il membro più rispettato del piccolo paese, il punto di riferimento spirituale che pasceva il gregge verso l’unica direzione: il Bene.
In una giornata del genere non si sarebbe mai aspettato di notare quei resti, nascosti alla rinfusa fra la roccia e il ventre dell’olmo secolare. Si avvicinò mantenendo la stessa andatura. Il cumulo era raggomitolato con architettonica sapienza. La pelle fungeva a mo’ di budello, per della carne che cominciava ad avere delle venature di grigiastro. In cima al cumulo presiedeva lo scalpo, la chioma bionda incrostata di sangue e terra. Per un lasso indefinito di tempo non seppe distogliere lo sguardo da quel mucchio di resti. Sentì la brezza un po’ più gelida di quanto se ne ricordasse appena cinque minuti prima. Tirò su il capo e guardò il cielo.
«Cos’è quello?» domandò Paolo.
«Non è niente, è un gioco che qualcuno si è dimenticato di buttar via».
Padre Donato non poteva accettare quello scempio, o semplicemente non era in grado spiegarlo ad un bimbo di sei anni. Paolo era uno dei più svegli del doposcuola ricreativo, fortemente voluto dal parroco appena insediato. Uno che, oltre alle attività ludiche, dimostrava più interesse di tutti per la Parola di Gesù. Gli ricordava tanto lui stesso da piccolo: forse era per questo che a volte lo portava con sé durante le passeggiate pomeridiane nel bosco. Di sicuro sentiva di doverlo proteggere: il male era così evidente in quel mucchio, e lui era così piccolo e indifeso.
«Ascolta Paolo, torna al giardino della canonica. Nella capanna di legno, dietro la porta, ci sono le vanghe per l’orto. Prendine una e portala qua. E, cosa più importante, non farti vedere e non dire a nessuno di quello che abbiamo trovato»
«Va bene» rispose contrariato – ma dopo giochiamo a palla?»
«Adesso va’, svelto!»
Fece ritorno all’olmo dopo appena un quarto d’ora, rosso nel viso e col fiatone. Padre Donato, che era stato per tutto il tempo di spalle al corpo mutilato a guardare il ruscello, prese la vanga e cominciò a scavare ai piedi del grande albero.
«Vedi Paolo, il male è una brutta bestia… uff. Io ci sono passato con mia madre: ti si piazza nella testa e nell’anima e poi non vuole andare più via… uff. La cosa migliore da fare è far finta che non esista… uff… seppellire tutto e continuare a percorrere la via che Gesù ci ha insegnato…»
Quando la buca fu abbastanza profonda, cominciò a buttarci i resti spostandoli con la pala. Da ultimo fu il turno della testa, che fece schizzare il sangue al cervello del reverendo.
«Ma è Teresa!» gridò Paolo.
Padre Donato lo zittì subito. Cominciò a ricoprire il tutto, continuando a catechizzare il bambino.
«Teresa è con Dio ormai, dove vorremmo essere tutti. Sicuramente non ha sofferto, è morta sul colpo. È stato fatto scempio del corpo, cosa che a Dio non interessa minimamente. Il male non metterà radici, il male non metterà radici!»
Percorsero la via del ritorno in silenzio. Al limite del paesello, la mano di padre Donato bloccò Paolo.
«Paolo ricordati che noi adesso abbiamo un segreto da mantenere. Promettimi che seppellirai Satana come abbiamo fatto con quella ragazza. Chi racconta i segreti non avrà spazio nel Regno dei Cieli».
Paolo annuì e corse verso casa. Era quasi il tramonto.

***

In passato Padre Donato aveva offerto sostegno a famiglie con malati terminali. Vedeva i corpi che si inscheletrivano per la sofferenza prolungata. Vedeva il divino dono del libero arbitrio che li abbandonava rendendo impossibile ogni colloquio di remissione, anche per i peccati più veniali. E al culmine dello strazio sempre la stessa domanda:
«Padre, come può Dio permettere tutto questo?»
Ma lui era preparato, lui continuava a ripetere le stesse parole, con gli occhi stanchi sì, ma sempre col sorriso di chi è convinto di ciò che dice; non perché pecchi di presunzione, ma perché pronuncia le esatte parole delle Scritture:
– Tutte le cose cooperano al Bene. Romani 8, 28 -.
C’era veramente da aggiungere altro alla parola di Dio? Ecco, il verso chiave di tutta la sua missione adesso gli suonava strano. Più pensava ai resti di Teresa che giacevano sotto l’olmo, più le sue solide certezze vacillavano. Il corpo straziato di una tredicenne nel fiore dei suoi anni, la violenza inaudita accanita sui più fragili, e le domande ancora impellenti: chi era stato? Per quale motivo? Cercava di ricordarsi i famosi versi della seconda lettera ai Tessalonicesi:
– Queste sofferenze vi faranno diventare degni di quel regno di Dio, per cui ora soffrite. Infatti Dio è giusto e darà tribolazioni a chi perseguita. Questo accadrà quando il Signore verrà dal cielo: essi saranno condannati alla rovina eterna -.
Si guardava attorno, spaesato. Perché Dio non perseguita all’istante, ma dopo? Se è capace di giudicarci con così tanta forza, perché lascia accadere il Male? Non è in grado di contrastarlo forse? Era afflitto. Le risposte a queste domande tardavano ad arrivare, ma ce n’era una di cui era visceralmente terrorizzato: “In che modo un omicidio simile può cooperare a un qualsiasi Bene?”
Furono giorni funesti per lui e per gli abitanti di Montagna. Quell’inspiegabile sparizione aveva scosso tutti nel profondo. Le ricerche erano partite, ma lui non aveva detto niente. In cuor suo era conscio che prima o poi il corpo sarebbe stato rinvenuto, ma non era questa la sua principale preoccupazione. Ciò che lo tormentava maggiormente era parlare di Dio ad una madre che non poteva ancora sapere il livello di sofferenza che avrebbe patito. Ed era consapevole che quel momento sarebbe arrivato presto.

Varcò la porta della sacrestia il sabato mattina. La salutò ma i suoi occhi erano vuoti. Conosceva bene la signora Cecilia, avevano fatto le scuole insieme. Da ragazzi erano molto amici. Ricordava che lei ad un certo punto si prese pure una cotta per lui. Una sera d’estate provò pure a baciarlo; fu al termine di una delle loro solite chiacchierate sulla panchina vicino l’argine. Gli ritornò in mente quella sensazione di paura, mista a disgusto che gli fece voltare le labbra dall’altra parte. Allora pensò che fosse la fermezza dello Spirito Santo. Un ragazzo così fragile e così scosso dalle vicende familiari rischiava di compromettere la sua vocazione, se si fosse perso nelle tentazioni di Satana. E con belle ragazze bionde come Cecilia non era facile resistere. Buon Dio, aveva gli stessi capelli di sua figl… Un conato di vomito gli si strozzò in gola ripensando allo scalpo sulla pila di resti.
«Padre, ho paura che le sia successo qualcosa di male, lo sento, ne sono sicura…»
Il viso cominciò a rigarsi di lacrime. Padre Donato si alzò e iniziò a camminare lentamente verso la finestra con lo sguardo assente.
«Da quando mio marito se n’è andato un paio di anni fa, era diventata ingestibile».
Gli venne da pensare che lui, suo padre, non lo aveva mai conosciuto. Non per questo si era mai potuto permettere di diventare ingestibile.
«Non ti preoccupare, vedrai che sarà una fuga di ribellione, sono sicuro che tornerà»
Neppure dal tono si sforzava di rendersi credibile.
«No padre, non tornerà. Lo sento nello stomaco, le è successo qualcosa di brutto. Come farò ad andare avanti?»
Sentì un odore disgustoso nell’aria. Ricordava molto le lenzuola del letto di sua madre, impregnate di morte statica. Quel tanfo che solo lo stantio del sudore immobile sapeva esalare.
«Sai, a volte Dio non ci lascia spiegazioni perché vuole metterci alla prova,» il suo volto si scurì – oppure perché vuole farci abituare all’idea che può non esistere»
«Padre», singhiozzando «ma cosa state dicendo?»
Tornò indietro verso di lei, che era rimasta a sedere. La guardava dall’alto con uno sguardo terrificante. Cominciò ad accarezzarle la guancia.
«Voglio solo capire chi mi potrà fermare se a questo mondo non c’è più Spirito Santo – disse infilando il pollice in bocca a Cecilia. Per un attimo riuscì a vedere il viso di Teresa, prima che lei si dimenasse e corresse via dalla sacrestia in preda al panico.
Il rumore della porta sbattuta lo fece rinvenire. Non avrebbe saputo dire cosa fosse appena successo, ma di sicuro sentiva una leggera nausea che gli dette fastidio per tutta la mattinata. A pranzo non toccò cibo. La sola vista dello spezzatino gli faceva rivoltare lo stomaco. Scosse la testa confuso. Provò a sdraiarsi sul letto ma non ci fu niente da fare. Nel tardo pomeriggio decise che una passeggiata lo avrebbe aiutato a far passare quello strano malessere.
Ritornò al ruscello, ma questa volta lo risalì dall’altro argine per evitare di passare nuovamente dal posto del ritrovamento. Non appena arrivò in concomitanza dell’olmo, rabbrividì.
«Padre Donato perché le foglie dell’albero stanno ingiallendo?» chiese Paolo.
«Zitto Paolo, cammina e basta»
«Questa di solito è la stagione delle foglie verdi, no? Forse è la primavera che vuole giocare»
«Paolo… ti prego smettila…»
«Uffa padre Donato, non vuoi mai giocare! Io sono un bambino e mi piace giocare. Perché da bambino non giocavi mai? Chi è che ti ha fatto perdere la voglia di giocare?»
«Ma cosa stai dicendo…»
La testa di Paolo fece un giro completo su sé stessa, i lineamenti della faccia si distorsero in un’espressione orribile. Il sacerdote cadde a terra, tremante.
«I bambini giocano, padre Donato. Anche se monsignor Tebaldi ti ha fatto del male, non vuol dire che gli altri bambini non debbano divertirsi».
Sembrò che quelle parole venissero dalle sue profondità nascoste, da quanto gli aprirono le budella. Arretrò strisciando verso un cespuglio e vomitò l’anima. Poi si ricordò tutto. L’infanzia spezzata, il sapore amaro del monsignore dentro la capanna di legno della canonica. La buon’anima di sua madre che sapeva tutto ma non poteva proteggerlo. Scoppiò a piangere, pianse così tanto che alla fine svenne. Sognò di essere Paolo che camminava sull’altra riva del ruscello. Si fermò all’olmo, dove aspettò Teresa. La prese per mano e passeggiarono per un pochino, fino a fermarsi sulla panchina. Le disse che non voleva fare quello che le aveva fatto. Le disse che per vivere aveva dovuto seppellire molte cose, e che erano venute fuori solo quando l’aveva conosciuta. Non aveva retto alla sua purezza, alla sua spensieratezza che a lui non era mai toccata. L’unico amore che gli avevano insegnato era quello per Dio ma, le disse, in confronto a quello che aveva provato per lei non ci poteva essere paragone.
«Poi ho sentito che il tuo corpo era diventato testimone del mio, e quindi ho dovuto ucciderti. Avevo paura che rivelassi il segreto. Non ero una persona cattiva, ma alla fine lo sono diventato».
Teresa capì che quel bambino aveva sofferto molto. Gli dette un bacino sulla guancia, perché in fondo era vero che non era cattivo, altrimenti non si sarebbe nemmeno scusato.

Si destò a mattina già inoltrata. Si lavò il viso al ruscello. Alzò lo sguardo e vide che l’olmo era tornato verde. Si avviò verso il paese: stava facendo tardi per la messa.

***

«Il Regno di Dio è come la buona semente che un uomo fece seminare nel suo campo».
Cecilia si ravviò i capelli biondi, sistemandoseli dietro l’orecchio. Alzò per un attimo gli occhi nervosi verso la navata gremita e poi riprese a leggere.
«Ma una notte, mentre i contadini dormivano, un suo nemico venne a seminare erba cattiva in mezzo al grano. Quando videro che in mezzo al grano era cresciuta anche erba cattiva, i contadini dissero al padrone: “Signore, tu avevi fatto seminare del buon grano nel tuo campo. Da dove viene l’erba cattiva? Vuoi che la strappiamo via?”»
Dietro di lei, seduto in corrispondenza dell’altare, c’era una figura minuscola che non nascondeva più lo sguardo dietro gli occhiali dalle lenti spesse.
«No! Così rischiate, con l’erba cattiva, di strappare via anche il grano. Lasciate che crescano insieme fino al giorno del raccolto. Poi dirò ai mietitori di raccogliere prima la zizzania per bruciarla, e poi il grano per metterlo nel granaio. Parola di Dio».
I fedeli risposero in coro. Cecilia riprese posto nella prima panca. Padre Donato si alzò e si schiarì la voce per declamare l’omelia.
«Mi chiamo Paolo Donato Ferri e vi sto per dire delle cose che non vorreste sentire dal vostro parroco. La prima è che Dio esiste, veramente. La seconda è che se vi aspettate giustizia da lui, state aspettando invano. Tutto quello che ha fatto per noi è averci donato l’anima, che è tutto tranne che giustizia: è colpa, è fare il male e accorgersene solo dopo averlo fatto. Senza anima non si potrebbe far del male a nessuno, perché non percepiremmo la colpa».
Fece un breve pausa, durante la quale percepì un forte brusio dalla navata. Prese un bel respiro e con gli occhi ormai iniettati di sangue proseguì:
«E allora vorrei che Dio non esistesse! Vorrei aver fatto quello che ho fatto senza sentirmi malvagio!»
La gente abbandonava la chiesa, spaventata più che scandalizzata. Cecilia rimase immobile al suo posto, con le lacrime agli occhi. Paolo rivolse lo sguardo al cielo urlando:
«Rimangano i corpi! Nudi e puri possono tramutare lo scempio in amore vero!»

Dopodiché Padre Donato se ne andò nella capanna di legno. Prese una corda, fece un nodo scorsoio e la ancorò all’asta di ferro del soffitto. Salì su uno sgabello, infilò la testa nel cappio e fece sì che le cose cooperassero finalmente tutte verso il Bene.

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