Renato Zero, un racconto di R. Marzano || Street Stories ||Three Faces

Renato Zero, un racconto di R. Marzano || Street Stories

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Renato Zero

di Roberto Marzano

Illustrazione di Luchadora

Vaga talvolta libera per l’aria un’ipotesi, la possibilità seppur remota di sovvertire in corsa le regole del gioco. Decidere di spezzare l’equilibrio tra l’acqua dolce e quella salmastra sull’immaginaria linea promiscua tra il fiume e il mare, per me che non so nemmeno bene se sono un pesce volante oppure un uccello nuotatore. Quando provo ad alzarmi in volo sono travolto dalle vertigini, quando immergo la faccia sotto il pelo dell’acqua mi sento mancare il respiro…
La città mi è ostile, quanto il fuoco del dopobarba sulle ferite che mi procuro immancabilmente ogni mattina. Dio sa quanto vorrei lasciar crescere liberamente i peli che innocenti mi germogliano dal viso: quel cruento rito quotidiano non lo sopporto più già da svariati anni, ma non starebbe bene un impiegato allo sportello della banca con la barba incolta alla Che Guevara, la clientela non capirebbe. Così, seppur controvoglia continuo a radermi per indolenza, per non crearmi disturbi sociali e inutili discussioni con il Direttore. Meglio evitare inutili attriti, con lui e con i colleghi, giammai vorrei inimicarmeli, dovendo poi conviverci e subirne i musi o, peggio, la loro indifferenza. Per cui, ogni volta che me lo chiedono, vado a prendergli il caffè alla macchinetta di buon grado, ma sia ben chiaro: lo zucchero se lo girano loro! Io per il buon vivere sono disposto a tutto, l’importante è un ambiente di lavoro tranquillo e il ventisette, così con un po’ di accondiscendenza si evitano i conflitti e migliorano i rapporti.
Però non vorrei mai che Luciana capitasse da queste parti in certi momenti, per evitarlo faccio in maniera che in casa ci siano sempre soldi in contanti. Lei non è al corrente di come mi presti a certi compromessi, rovinerei l’immagine del personaggio che ho costruito pazientemente e che lei crede io sia, per cui non le dico niente di come mi trattano i colleghi, della stima quasi nulla che nutrono nei miei confronti.
Mi chiamano “Renato Zero” anche se io non gli assomiglio neppure un po’, magari avessi tutti quei capelli, e nemmeno canto. Credo che il senso di quell’irridente nomignolo sia puramente ironico, come dire che non valgo niente, che sono un po’ ebete, e non hanno nemmeno tutti i torti. Mi hanno persino dedicato una specie di poesia, che gira su tutte le scrivanie suscitando l’ilarità sguaiata dei colleghi e del Direttore. Fa pressappoco così:
Sono zero, son nulla
una capocchia di spillo
una palla di lardo
con la pancia un po’ molla.
Un’ampolla di niente
una cresta di gallo
uno sputo di colla
una sacca di muco
sono senza capelli
non ho libri né sogni
men che meno opinioni
poco più che uno sputo
una scia di lombrico.
Sono proprio nessuno
un alone di fiato
sono niente, son zero
genuflesso, piegato
basta uno starnuto
e volo via, in cielo.

Pare che Zancanella, il vile autore, voglia farne addirittura una canzone, ma io non è che ne sia così contento.
Ma quando sono a casa la frittata si rovescia, e glielo faccio vedere io a Luciana chi è che porta i pantaloni! Lei non sa come mi comandano, anche se sono più anziano di loro, di come s’approfittano dell’eccessiva indulgenza e della svagatezza che, ahimè, mi caratterizza. Così, se è il caso, non mi manca la fantasia (almeno quella) per dipingerle uno scenario irreale dove sono l’assoluto protagonista di considerazione, favori e gentilezze da parte dei compagni di lavoro. Insomma, una specie di piccolo eroe dello sportello al quale si passano le pratiche più complesse e generatrici di stima e rispetto da parte del Direttore, il quale mi tiene in buon conto per una promozione a vice.
In realtà, è vero, qualcosa mi passano, ma sono tutte gatte da pelare. Noiosissimi rendiconti mensili e controlli di cassa, oppure mandano al mio sportello orde di disperati ai quali negare prestiti o finanziamenti, dove ci vuole cuore di pietra e faccia come il culo.
Doveri che non si addicono a certe colleghe tutte tette e ciglia, che quando le mettono in vibrazione è pressoché impossibile opporre dei “no”. Dovrei rendermi inutilmente acido e antipatico, così poi mi terrebbero il muso chissà per quanto tempo. No, non me la sento proprio, molto meglio essere disponibile e godere di quei brevi ma intensi spettacoli di nittitazione e sciabordio di seni fatti apposta per me: «Margagliotto, ti prego sii gentile…»
De Umbertis e Zancanella in sottofondo se la ridono, dandosi allusive gomitate di scherno incuranti del fatto che io me ne accorga. Questo mi dà veramente fastidio, vorrei vedere loro nei miei panni rifiutare un favore alla Rinaldini. Tralaltro anche il Direttore nutre una certa simpatia per lei, e mai vorrei mettermi in urto.
Quando di tanto in tanto sbrigo le mie pratiche sessuali con Luciana, tengo gli occhi ben stretti e immagino di essere con lei, la Dott.sa Eliana Rinaldini, che mi solletica con le ciglia chilometriche e mi strofina addosso le sue mammelle enormi, in preda a un folle delirio carnale.
«Margagliotto, ti prego sii gentile, non ho trovato posteggio, ci puoi pensare tu, caro? Sai tra colleghi…» mi chiede con tale dolcezza, che dirle non posso sarebbe come rifiutare il gelato a una bambina.
Se qualche volta avanzo qualche piccola resistenza, lei cambia tattica e sfodera tutte le sue arti persuasorie, fingendo di adirarsi mi dice: «Ma dai, Renato…» corrugando le labbra in un’accattivante smorfia.
Quando mi chiama col nome di battesimo mi mette in una tale condizione di sudditanza che mi sento rinchiuso in un angolo, dove dondolo ritmicamente la testa avanti e indietro dicendo solo «sì, va bene, va bene.»
Con Luciana è diverso, rispondo sempre di no per partito preso, non sono il tipo che si fa sottomettere dalla moglie, io! Che si arrangi, quella stronza, non la sopporto più, non ricordo nemmeno quando e perché l’ho sposata. Sono stufo delle continue lagne e dei suoi discorsi logorroici e dispersivi. Giuro che una volta o l’altra l’abbandono all’autogrill, facendo anche in maniera che rimanga senza chiavi, telefono e soldi, con la speranza che si disperda nel nulla o venga investita da qualche T.I.R. guidato da un autista macedone ubriaco marcio, che voglia anche prendersi la libertà di violentarla prima di buttarla giù da un viadotto. Purché me la levi dai piedi, non starei troppo a sottilizzare sul come.
Mi osservo nel riflesso del vetro dello sportello, per vedere l’esito dell’ennesima rasatura: sto perdendo un mucchio di capelli, non vorrei diventare pelato come mio padre, non ho nemmeno 46 anni. La pancia, che deborda un bel po’ al di sopra della cintura dei pantaloni, mi crea qualche problema quando devo tagliarmi le unghie dei piedi. Ma devo farlo, altrimenti mi si bucano le calze e con l’andirivieni che c’è in banca qualche spiffero s’insinua sempre dietro il bancone, e io soffro terribilmente le correnti d’aria. Con la testa presa da questi vacui pensieri vengo scosso da una serie di pacche, prima sulla spalla e dopo in testa:
«Ehi “Renato Zero”, ma sei proprio sordo!» mi apostrofa Zancanella, con quella sua consueta arroganza che mi provoca un disagio profondo.
«Scusa, cosa c’è» rispondo con forzata cortesia.
«Gentilmente, dato che siamo impegnati, andresti a prenderci qualcosa da bere? E già che ci sei, fa’ il favore di usare la tua chiavetta, nella mia non c’è più credito, non ti dispiace, vero?» m’impone con sgradevole affabilità.
«Ma no, figurati» balbetto incapace di reagire all’ennesima violenza psicologica.
«Come sei buono Renatino, tu non sai mai dire di no» spiccica la Rinaldini con un sorriso a novantasei denti «ma sbrigati, ti prego, perché sai che a noi il caffè piace molto caldo» aggiunge crudele.
«Certo, certo» rispondo rassegnato.
Incapace di contrappormi, mi reco con la coda tra le gambe alla macchina automatica e prendo i caffè, vorrei sputarci dentro – se lo meriterebbero quegli stronzi – ma il dubbio che un caffè sputato possa finire alla mia Eliana mi fa desistere subito.
Torno indietro di corsa con le bevande nei bicchierini di plastica che mi ustionano le mani, ma tutto ad un tratto vado a cozzare contro un energumeno che si mette a urlare, con estrema eloquenza e determinazione: «Questa è una rapina! Faccia contro il muro e mani in alto!» e altre frasi appropriate alla spiacevole circostanza.
Trovatomi infelicemente sulla sua traiettoria, vengo scaraventato a terra con tutti i caffè che, dopo avermi scottato, mi imbrattano abito e camicia.
Il Direttore cerca di rassicurarci con tono pacato ma con evidente paura: «State calmi e fate quello dice il signore» ci dice con un certo tremore nella voce.
Nell’aria si respira una tensione che ha una consistenza quasi visibile. La Rinaldini, forse delusa per il suo mancato caffè, è molto agitata ed emette grida sconnesse che irritano oltremodo il rapinatore, il quale le urla «Zitta, sennò ti ammazzo!»
Lei per un istante si ammutolisce ma poi riprende più forte di prima. Il bandito, che non pare intenzionato a ucciderla sul serio, è in forte imbarazzo e fa la prima cosa che, molto comprensibilmente, gli passa per la testa. Le si avvicina, prima la guarda negli occhi verdi in preda a un’inarrestabile crisi di frullio di palpebre, poi le guarda le strabordanti tette e con un’inopinata lentezza comincia a slacciarle la camicetta, sempre di più. Il tutto si svolge in un silenzio irreale, tutti tratteniamo il respiro spaventati, ma affascinati e rapiti dall’imprevisto spettacolo. Le ciglia di Eliana di colpo smettono di vibrare e i suoi occhi sono impietriti sull’uomo che le stropiccia il seno con voluttà, in un crescente vortice compulsivo. Nel caso volesse reagire la donna deve tener conto che l’uomo è armato, ma non è chiaro se desideri farlo davvero.
La vista di lei in quella lussuriosa situazione mi attizza in modo indicibile, il mio sogno erotico si è trasformato in realtà. Solo che, purtroppo, il protagonista non sono io: mai avrei trovato il coraggio per compiere un simile gesto. Estremamente eccitato, ma anche in preda di una gelosia irrefrenabile, decido che Renato Margagliotto alias Uomo Lupo debba subito intervenire per difendere l’onore della collega, la Banca e il mio amor proprio.
Così mi faccio coraggio e, brandito un portaombrelli di rame, mi avvento, proprio come un vero lupo, alle spalle del tipo prono su Eliana impegnato in un feroce amplesso. Alzo il pesante oggetto al di sopra della mia testa, e con una forza così prorompente che mi trovo io stesso spiazzato, glielo scaravento addosso proprio nel mentre i due compiono un’improvvisa rotazione di 180°.
In poche parole: anziché il rapinatore colpisco in piena nuca proprio lei, la mia dea dell’amore, che stramazza con un urlo secco, un misto tra il dolore e la sorpresa.
Sono talmente costernato per l’esito della mia azione che rimango letteralmente a bocca aperta, che però mi viene subito richiusa dall’uomo. Con un colpo di reni degno di un campione di arti marziali mi rifila un calcio a due piedi dritto in faccia, che mi fa piombare a peso morto su Eliana. Poi, è tutto buio.

FINE

So bene di lasciarvi un po’ delusi per questo finale sospeso ma non me la sono sentita di accanirmi ancora sul povero “Renato Zero”. Perciò lascio campo libero alla vostra immaginazione, per dar vita a un esito della storia come più possa farvi piacere.
Ma se proprio non vi viene in mente niente, mosso da un moto di compassione letteraria, provo a darvi qualche via d’uscita:

TRISTE FINE: al risveglio in ospedale, con la faccia gonfia come un pallone, Renatino è piantonato dai Carabinieri, perché sospettato di essere un complice del rapinatore. Il direttore gli comunica che ovviamente è licenziato; il bandito lo aspetta in carcere per vendicarsi; la Dottoressa Rinaldini, che lo ha denunciato per lesioni gravi, non vede l’ora di riprendersi per fargliela pagare di persona e Luciana, infliggendogli dolorosissimi pizzicotti nel braccio, non smette di chiedergli «Ma chi diavolo è questa Eliana che continuavi a chiamare mentre deliravi?». Lui oppresso da tutte queste coincidenze negative, tenta inutilmente il suicidio con un intero tubetto di lassativi trafugato dal carrello degli infermieri. Il carcere, e le continue visite della moglie che non smette di domandargli chi sia Eliana, lo affosseranno definitivamente.

LIETO FINE: L’Uomo Lupo – alias Renato Margagliotto – riprende conoscenza sul pavimento della banca grazie allo sventolio di ciglia della procace Eliana che, con un fascinoso turbante di garza, lo chiama «mio eroe!». Il suo profumo fa da fragrante sottofondo al Direttore che gli comunica che ha deciso di nominarlo suo Vice. De Umbertis e Zancanella si congratulano con lui: «Grande Margagliotto! D’ora in poi ti chiameremo “Renato Mille”…‘mmazza’ che ganzo che sei!» Subito dopo, invece, con tono serio e sinceramente dispiaciuto: «Purtroppo c’è anche una brutta notizia: tua moglie è sparita, volatilizzata, insomma si sono perse le sue tracce…»
Renato, travolto da tutte quelle emozioni in una volta sola, non sa che dire, è troppo felice e senza una sola parola sorride beato e si riaddormenta estasiato dal soave profumo della mano di Eliana che gli accarezza la testa. In cuor suo la speranza che la vita si sia sovvertita davvero e che quel dolce risveglio non sia stato, alla fin fine, solo un misero sogno.

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