QuaranThreevial N°2: Utopica Vecchiaia. Un articolo di R. Dell’Ali

QuaranThreevial N°2: Utopica Vecchiaia

di Roberta Dell’Ali

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Vecchiaia di Chimù

Quando avevo circa dieci anni volevo fare la giornalista. La maestra Maria Concetta assecondava quelle mie innocenti velleità e un giorno, dopo averci spiegato l’ascesa del fascismo nei termini più adatti per dei bimbi di quinta elementare, mi assegnò la stesura di un articolo. Fu in quell’occasione che feci la mia prima intervista.

«Ciao nonna! Senti, ma tu te lo ricordi Mussolini?»

Nonna Enza era una signora molto composta e di poche parole, esprimeva quasi tutti i suoi sentimenti tramite la preparazione di succulente pietanze e aveva un enorme quantitativo di rosari e libricini di preghiera stipati in un angolo della cucina.

«Sì, me lo ricordo». Lei si sforzava sempre di parlarmi in italiano.

«E com’era?»

«Era piccolo piccolo e passava sempre sul ferry boat» – nonna Enza aveva questa cosa strana, una volta ogni tanto usava parole inglesi tipo “ferry boat”. Credo fosse un residuo della sua vita da immigrata negli U.S. – «mi ricordo che quando eravamo bambine avevamo tutte una tunichetta nera, come il tuo grembiulino di scuola, annonna, e un fiocco grosso al collo. A volte ci mettevamo tutti in fila al lungomare di Ortigia e aspettavamo che il duce passasse sul ferry boat per il saluto».

Mi capita spesso di immaginarmi da vecchia. Vestiti scuri, uno chignon bianchissimo e la pelle raggrumata attorno agli occhi. La vecchiaia è l’unico momento della mia vita futura per il quale so immaginare un luogo e un modo. Sono convinta che la passerò a casa mia, in Sicilia, dove trascorrerò le sere d’estate seduta su una sedia che piazzerò davanti alla porta di casa. Saremo io, Rebecca, Federica, Claudio e Leo, ci ritroveremo ricurvi e stanchi a parlare dei nostri nipoti e a lamentarci dei nostri acciacchi. Berremo vino e mangeremo dolci di nascosto ai nostri figli, ormai adulti.

Mia nipote sarà una bimba sveglia e, mi auguro, estremamente curiosa. Le racconterò tutto, non farò censure, forse a volte indorerò la pillola. Instaurerò un sincero rapporto di confidenza e quando mi chiederà degli anni venti le dirò che mi sentivo semplicemente impotente.

«Nonna! Ti ricordi il Covid-19?» mi dirà un pomeriggio mentre sceglie la caramella dal cassetto aperto della credenza in salotto.

«Sì, me lo ricordo» risponderò, prendendo una caramella Mou anche per me.

«E com’è andata, nonna? Oggi la maestra ha detto che eravate tutti chiusi a casa. È vero?»

«Sì e no, annonna. Stava a casa chi la casa ce l’aveva».

Mia nipote mi guarderà interrogativa, non capirà il senso delle mie parole e scartando la seconda caramella mi chiederà che cosa intenda dire con “chi la casa ce l’aveva”.

Mi soffermerò un attimo e sarò felice che mia nipote non capisca le mie parole, ma per amor dell’onestà e del senso storico le spiegherò la mia affermazione.

«Vedi gioia mia, prima, quando la nonna era giovane, il mondo non era così come lo vedi tu adesso». Forse dicendo queste parole avrò nostalgia del fiore della gioventù, ma farò finta di niente e continuerò la mia risposta: «Il diritto non era equo e inviolabile per chiunque come oggi. Molta gente viveva in condizioni disumane, fuggendo dalla guerra e vedendosi rifiutata la possibilità di una vita degna».

Cercherò di non scendere nel particolare per non urtare la sensibilità di una bambina che non ha idea di come potesse essere l’umanità nel 2020. Nella mia testa un po’ svagata, però, riemergerà tutto. Risalirà vivida la faccia di Gianni, il barbone mio amico che ai mercatini di Natale in via S. Giuseppe mi regalava due anelli sottili di ottone. Penserò al mio rientro a Bologna alla fine della quarantena e al momento in cui l’ho rivisto e l’ho trovato vivo e ci siamo abbracciati, anche se Gianni nel mentre aveva perso tutto e tutti e non era più lo stesso.

Ricorderò anche Sevi, una ragazza di Lesbo che avrò smesso di sentire da molti anni, e mi tornerà in mente quella volta che nel marzo 2020 – quando ancora esisteva Messenger – lei mi scriveva:

«Except from the fact that ten days ago the fascists burned down a school which was operating in One Happy Family facilities – in a very symbolic move that hit all of us – in the last days we are talking just about Corona, so all the conversations about refugees are frozen».

Ripenserò a quel periodo in cui era solo delirio nel mondo e, con un po’ di onestà, la reclusione a casa era la miglior condizione di grazia. Mi si bagneranno gli occhi, ma sarò veloce ad asciugarli perché non vorrò far vedere a mia nipote che piango, anche se forse dovrei fare proprio il contrario.

«Non capisco, nonna Roberta». Mia nipote ignara della bruttura del passato, continuerà a guardarmi dubbiosa e a ciucciare la sua caramella alla fragola, aspettando che io le risponda qualcosa.

Cercherò di spiegarle la complessità che il 2020 ha racchiuso e le dirò che la democrazia spietata di quel virus ha concesso alle persone di riscattarsi. Le dirò che in quel momento l’idea di comunità si è imposta come unica reale alternativa e che per la prima volta, dopo millenni di deprecabili reiterazioni storiche, l’umanità ha compiuto un passo avanti decisivo.

Racconterò a mia nipote di come all’improvviso le persone abbiano smesso di giudicarsi a vicenda e di come ognuno si sia assunto le proprie responsabilità, senza additare l’altro in quanto untore o problema sociale. Andrò a ripescare perle nella mia memoria stanca e le citerò Sofocle:

«Perciò nessuno che sia ospite, come ora sei tu, manderei via senza aiutarlo; perché so bene che sono un uomo, e che del domani nulla è in potere mio più che tuo».

Le spiegherò che l’umanità è stata lenta, ma che alla fine s’è lasciata illuminare.

QuaranThreevial N°2: Utopica Vecchiaia. Un articolo di R. Dell’Ali

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