Purea di mele – Viaggio in Tasmania, atto X – G.Bindi

Purea di mele. G.Bindi

Sono sveglio. Sollevato che la mia anima non sia stata irrecuperabilmente corrotta, cerco di capire che ore si sono fatte dalle fessure di sole che mi spiano il viso dalla finestra. Il mattino dopo una nottata del genere non è mai semplice: me lo conferma anche Claire che, stando a quanto mi dice, ne ha vissuti parecchi.
La mia testa sembra completamente vuota e anestetizzata; riesco a capire che ho un cervello soltanto se la scuoto violentemente: “Ah ecco, fa un male cane!”
Essendomi svegliato rarissime volte in quelle condizioni, non ho idea di come fare ad affrontare il problema più grande, ossia alzarmi dal materasso. L’incapacità di trasmettere a livello neuronale un qualsiasi comando motorio dal collo in giù, è paragonabile soltanto all’inamovibile sicurezza che passerò i prossimi tre giorni in questa posizione.

Claire non sta meglio di me, però mugola di avere la soluzione. La vedo allungarsi faticosamente verso la bottiglia di vodka ammezzata rimasta sul pavimento, prenderla e tirare giù due o tre bei sorsi. Dalla faccia contorta dal disgusto sento dire:
«Se non vomiti l’anima, ti riprendi!».
Buono a sapersi. Di ciò che mi ha detto credo solo all’ipotesi del vomito, ed ho il sinistro sentore che accadrà al 100%. Porto la bottiglia alla bocca soltanto per il mio stupido orgoglio maschile, il quale non vuole farmi essere deludentemente da meno. Ammetto di essere stato sulla soglia del punto di non ritorno per qualche secondo, ma contro ogni pronostico inizio a sentirmi meglio. Faccio per abbandonare il letto per stupirmi ancora di più della mobilità ritrovata quando sento una mano che mi trattiene:
«Non ho intenzione di lasciare il letto senza un po’ di amore…».
Diamine, la vita è troppo breve per non sfruttare i momenti in cui il tuo corpo non è paralizzato.

Guardiamo l’ora: l’una e mezzo. Abbiamo giusto il tempo di mettere a posto la baracca, andare a vedere un’ultima volta gli scogli di The Edge of the World, montare in macchina ed essere leggermente in ritardo per la festicciola a casa di Sam.
Il cielo è nuvoloso, ma leggendo il cartello di benvenuto a Stanley la mia uggia si dirada un pochino: “Città più ordinata d’Australia 1997”. Non avevo la minima idea che ci si potesse vantare di un premio simile.
Lo scenario che mi si para davanti però è incredibile: inspiegabilmente è stata installata lì una noce gigantesca, così, dal nulla e nel nulla. Il territorio circostante non suggerisce assolutamente la presenza di alcun rilievo e poi, all’improvviso, proprio dirimpetto al mare, alla fine di una misera strisciolina di terra, si ergono le verticali pareti rocciose di questo colosso. Ai suoi piedi, la cittadina sembra non provare neanche ad abbarbicarcisi.

Siamo davanti la porta della casa di Sam.
Ci troviamo davanti una coppia di coetani: l’amico di Claire, col suo folto e ondulato crine castano, e la sua italianissima ragazza, Benedetta.
Dopo le presentazioni io e lei partiamo con la solita domanda:
«Che cosa cazzo ci fai qua?».
È allo stesso tempo strano, consolante e malinconico ritornare a parlare in lingua madre dopo più di due mesi.
Loro due si sono incontrati a Londra nove mesi fa. Dopo la bocciatura al difficilissimo esame d’ingresso per stranieri dell’Università, ha deciso di trascorrere qualche mese in Tasmania, accompagnando Sam che aveva trovato lavoro nella sua isola natale.
«Non mi arrendo, l’anno prossimo ci riproverò. Adesso ci servono soldi e l’unico luogo per guadagnarne a sufficienza è qui».
Mi spiega che Sam è pagato lautamente dal governo locale per estirpare le piante nocive che infestano il territorio: una volta l’anno, per 3-4 mesi si addentra nel bush più fitto, dalla mattina alla sera, sterminando ogni organismo vivente che abbia preso il sopravvento sull’ecosistema originario. Quasi sempre piante e animali importati durante le varie ondate migratorie europee dei secoli scorsi. Una vera piaga per l’isola, tanto da spingere le autorità ad arruolare persone tramite corsi specialistici di un anno, oltre a pagarle migliaia di dollari al mese una volta idonee. Capisco quindi la tendenza di Sam a ritornare in patria quando necessario.

Tra gli invitati, oltre a noi, ci sono i membri della band di Claire, alcuni amici di Sam e Giovanni, italiano anche lui, amico di Benedetta. Dopo una mezz’oretta di convenevoli, scambi di nomi e strette di mano Sam, con l’aria di chi non sta più nella pelle, mi intima:
«Ce l’avete la roba?».
Lo guido verso il baule della macchina di Claire, dopodiché lo aiuto a portare in casa i pesanti sacchi di mele. Serve un’ulteriore inquadratura per apprezzare a pieno il poliedrico personaggio di Sam. A quanto ho capito, il ragazzo è cresciuto con ideali campagnoli e con una buona dose di orgoglio rurale, quindi una sensibile inclinazione all’autoproduzione. Durante la serata mi sarei ritrovato ad assaporare i vari tipi di birra fatta rigorosamente in casa qualche mese prima, il tutto sorbito con immancabili aneddoti:
«Ti giuro, la prima settimana non sapevo come fare. Avrò imbottigliato più di 300 litri di birra! Il mio fegato non è riuscito a stare dietro alla produzione. D’altronde quando ti metti a fare una cosa del genere, non è che ti sbatti per tirar fuori una pinta sola. Bevi pure, ce n’è quanta ne vuoi…».

Le mele sono per il sidro. La purea ottenuta dalla loro centrifugazione sarà conservata in dei bidoni di plastica, nei quali molto pazientemente avverrà la fermentazione. L’entusiasmo del suo primo sidro negli occhi, cozza con la quasi comica disorganizzazione. Da una parte la polpa che scende a spruzzi irregolari nel bidone, dall’altra un volontario che avvolge in un sacco nero gli scarti provenienti dal tubo di scarti. Per economizzare il tempo ci sono anch’io che tuffo le mani nei sacchi e immetto i pomi di Newton nella catena di montaggio.
I latrati della povera macchina, clamorosamente troppo piccola per la mole di lavoro, sono comici quasi quanto Sam che, con eccitazione fanciullesca e cattiveria evidentemente repressa, inserisce le mele dentro il beccuccio della centrifuga. Quest’ultime vengono brutalmente pigiate a colpi di stantuffo nel macchinario: modo molto carino per dire “buttate insanamente alla cazzo di cane”.
La resistenza fisica dei frutti più grossi è vinta con colpi ancor più violenti e vigorose imprecazioni che aiutano sia a non bloccare il processo industriale, sia ad assistere al raro fenomeno delle mele volanti in ricognizione per la stanza.

Finito il penultimo sacco, si è creata una nube densa e fitta. Un po’ per la poca aerazione dell’androne delle scale, un po’ per il pubblico che, incitando la produzione, si è fumato anche la Tarkine Forest, e un po’ – soprattutto, in realtà – per l’affascinante combinazione fra vapore di mela e motore della centrifuga che sta andando a puttane. Poche volte nella mia vita ho riso così tanto.
Ultimate le procedure, ulteriori birre e ulteriori sostanze avviano l’intima festicciola verso la conclusione.

Accompagno fuori Claire che sta andando via.
Ci diciamo che è stato bello e che sicuramente ci incontreremo più avanti; magari a Byron Bay, sul continente, dove si sta per trasferire.
Un casto bacio sulla guancia, gli sguardi che si incrociano un’ultima volta prima di mettere in moto l’auto. E, forse, la consapevolezza reciproca di non esserci mai amati veramente.

Chiedo gentilmente a Benedetta e Sam di poter passare la notte da loro.
Rimarrò là per altri tre giorni.

 

Gianluca Bindi

Purea di mele – Viaggio in Tasmania, atto X – G.Bindi

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