La prossima innovazione, un articolo di D. Petrelli || THREEvial Pursuit

La prossima innovazione, un articolo di D. Petrelli || THREEvial Pursuit

La prossima innovazione

di Dario Petrelli

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La prossima innovazione che dobbiamo apportare nella nostra società non è tecnologica. Non ha a che fare con una grande invenzione che ci consentirà di teletrasportarci, o di conquistare Marte, o di generare grandi quantità di acqua dal nulla (ok, quello magari aiuterebbe, ma non è questo il punto).

La prossima innovazione deve essere filosofica, etica, sociale. Deve riguardare il nostro modo di pensare: a noi stessi, alle nostre relazioni, al mondo che ci circonda. Ce lo diciamo già da tempo: solo un cambiamento radicale nel nostro modo di ragionare può aiutarci a trasformare in misura significativa il nostro modo di vivere. Non sarà il prossimo I-Phone a salvare la Terra – anzi, è molto probabile che il prossimo I-Phone contribuirà a peggiorarle.

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Ma quale potrebbe essere questa nuova idea, in grado di aiutarci a vivere meglio? Non lo so, ma sparo un esempio: il dare nuova, autentica importanza alla pausa. Sì, la pausa, intesa come mancanza di fretta, ansia, di voler fare, di voler avere, di essere sempre i numeri e le numeri uno. Mancanza di profonda, intensa avidità.

La pausa, come nel gioco di Zidane, quando dopo un dribbling a metà campo si ferma e guadagna secondi aspettando la sovrapposizione del terzino sulla fascia, per poi servirlo sulla corsa. Senza ansia, senza voler accelerare il ritmo a tutti i costi, aspettando che i tempi coincidano.

La pausa, come l’agricoltrice che evita di spruzzare pesticidi e veleni su ogni centimetro quadrato del suo campo per velocizzare il processo di crescita e maturazione dei suoi ortaggi, delle sue vigne, dei suoi alberi. La contadina che concede alla vita le condizioni migliori per venire a formarsi.

La pausa, come quella delle città che scoraggiano l’utilizzo dell’automobile nelle proprie strade. Esistono davvero queste città, no? Magari non sono così diffuse, non in Italia almeno, ma esistono. Fatevi una camminata, gente. Non abbiate fretta.

La pausa, come quella che esisterebbe in un mondo ideale dove non c’è l’obiettivo del profitto costante, il plus a ogni secondo che passa. Il plus che finisce per soffocarci tutti quanti: generando traguardi ogni volta più irraggiungibili nei nostri lavori; saturando i nostri smartphone di roba che ci martella e ci confonde; riempiendo gli scaffali dei supermercati e i nostri frigoriferi di cibo incommestibile basta che si compri.

Cazzo, a volte mi sento come incastrato nella home di Netflix, dove scorrendo dall’alto verso il basso finisci per perderti nell’oceano di serie tv che continuano incessanti a sbucare fuori dal nulla, e sono tutte uguali e ogni volta che ne inizio una nuova mi sento subito preso per il culo perché dai, siamo seri, cos’ha veramente di nuovo questa nuova serie tv?

L’innovazione di cui potremmo aver bisogno, insomma, è una rinuncia alle innovazioni. Perlomeno a quelle a cui ci siamo abituati così tanto da pensare che il nostro orizzonte debba essere sempre costellato dall’arrivo di nuovi prodotti, aggiornamenti, scoperte, esperienze, cose.

Troppe cose, forse ce ne vorrebbero meno, forse sarebbe il caso che tutti provassimo a rallentare per un po’.

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[E so bene che in questo momento storico un concetto simile non può che riportare alla mente il lockdown, ma quello in fondo non ha davvero a che fare con la pausa per come ne ho parlato fin qui: è piuttosto uno stop forzato nel tentativo di salvare il salvabile e far diminuire le morti. Non è il calciatore che si ferma col pallone tra i piedi per far salire la squadra, è il calciatore che viene espulso dopo un brutto fallo e abbandona la partita.

Certo, avremmo potuto sfruttarlo come un’occasione per ragionare a fondo su tematiche importanti e su come prevenire disastri futuri. Di solito nei film (o nei libri o in qualsiasi tipo di racconto), la pausa serve anche a preparare lo spettatore a cambiamenti inattesi nello svolgimento della trama. Dopo il primo lockdown invece abbiamo scoperto che non era cambiato nulla, e non è un caso se siamo ancora intrappolati in una situazione molto simile a quella in cui eravamo finiti a marzo].

La realtà è che la nostra è una società che va a mille all’ora sotto tutti i punti di vista. Si è già schiantata più volte ma ciononostante non accenna a frenare – sembra non sapere come si fa, a frenare. Sembra ansiosa di andare incontro allo schianto definitivo.

La svolta, allora, potrebbe consistere nell’imparare a decelerare. Cambiare velocità, ma verso il basso – e non sempre e solo verso l’alto come ci siamo condannati da soli a fare. Magari non funziona, o magari invece potrebbe piacerci. Il cambio di ritmo, del resto, aiuta a rendere la fruizione di un’esperienza meno monotona.

Insomma, avete afferrato il concetto, no? Niente di nuovo in fondo, se ne parla da tempo e risale agli anni ’90 il motto di Alexander Langer – personalità poliedrica i cui contenuti paiono farsi più urgenti a ogni anno che passa – “lentius, profundius, suavius”, che tradotto significa: diamoci una calmata.

Capito, piattaforme di streaming? Datevi una calmata anche voi. Sul serio, c’è troppa roba su quella home e non si riesce mai a capire cosa scegliere: è un labirinto notturno pieno di potenziali scelte sbagliate e video che partono in autoplay per farti smarrire la via. Forse è meglio prendersi una pausa, anche dalle serie tv.

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