Pressione, un racconto di M. Barucci || Street Stories ||Three Faces

Pressione, un racconto di M. Barucci || Street Stories


RACCONTO di Marco Barucci_Pressione_Frenopersciacalli

Pressione

di Marco Barucci

Illustrazione di Frenopersciacalli

Vodka, whisky, mirto… facciamo brandy, stasera mi sento molto altolocato. Cerco di evadere dalla realtà con emozioni placebo entrando nelle vite effimere di celluloide di chi crea mondi. Non so se gli artisti siano più felici (Chuck Palahniuk afferma di no), ma di sicuro le loro opere rendono me un po’ meno infelice, almeno per qualche ora. Sono una persona semplice, i miei genitori non hanno l’angolo bar, ma solo un piccolo sportello nella grande credenza, proprio sotto il televisore. Lì c’è la dispensa degli alcolici. Chissà poi per chi, non viene mai nessuno. Perlomeno nessuno che beve. Sembra quasi che conservino tutte quelle bottiglie per incoraggiare la mia carriera da alcolizzato. Un piccolo ateneo etilico, in cui farmi le ossa. E il fegato. È il mio angolo vivace, una piccola Las Vegas domestica. E stasera ho un po’ più voglia di vivere, o almeno di far finta di vivere. Ma prima di scegliere il film, subito dopo aver afferrato la bottiglia che mi accompagnerà come una dama appassionata nella visione, alzo gli occhi sullo schermo nero della tv spenta. Ed è lì che lo vedo. E mentre lo vedo lì, riflesso e immobile, mentre mi guarda, sento anche la sua caratteristica morsa, una mano poderosa che mi strizza le interiora come un’arancia per berne il succo. E la sento sempre lì. Allo stomaco. Quando lui sta fermo in un angolo, e mi guarda con quegli occhi bianchi, non riesco più a far niente. Non esisto più. Con i suoi rami malsani si infila nelle fibre del mio corpo, mutandolo in una perfetta proiezione di ciò che sento realmente: niente. E mentre bevo grandi sorsi di brandy, eccolo che lo sento pompare dentro di me, il carburante della morte, l’essenza della tristezza o come forse è meglio conosciuto alle grandi masse, lo spleen, il male di vivere. I dottori lo idealizzano come un cupo e grosso mostro peloso. Il mio non è così. Il mio è una pallida mummia rinsecchita, bianca e con la pelle sottile e increspata come l’involucro dei coniglietti di cioccolata pasquali. Occhi totalmente bianchi e vuoti, vuoti come la mia esistenza. Sia i polsi che le caviglie sono legati tra di loro a qualcosa di ignoto, probabilmente alla mia anima. Dal suo corpo partono delle ramificazioni, nere come pelle morta che iniettano tristezza e disperazione, succhiando via ogni fibra di energia vitale. A ogni fitta che crepa e annerisce ogni mio briciolo di felicità, sento un ghigno bavoso e marcio tradotto in un rumore inquietante, che quel mostro emette sfregando i denti bacati e decomposti sparsi per la sua bocca. Un bruxismo che forse è la colonna sonora della mia attuale non vita.

Dopo un po’, con lo stomaco pieno di alcol e l’essenza svuotata, mi immergo in un sonno profondo. Proprio lì in terra, sotto la televisione. Sotto gli occhi marmorei del mostro oscuro. Del mio male di vivere. Della proiezione del mio io interiore. L’unico lenitivo è dormire e cercare la via giusta per riuscire a sognare. E se il sognare non è altro che un viaggio tra i piani della mente, allora voglio traslare quei piani. Voglio vivere da protagonista gli incubi a cui sono sopravvissuto. La maggior parte delle volte non riesco. L’idea che durante quelle ore di sonno io sia uguale alle altre persone del mondo mi calma. Il mio io si accartoccia su sé stesso, cessa di vivere per poche ore in un rifugio tenebroso, fantasticando sull’eventualità di non vedere le luci di un nuovo mattino. Ma stanotte un alito di speranza si mischia al mio respiro. Un secondo prima sono sdraiato in salotto, completamente buio. Il secondo successivo sono sempre in casa, ma destrutturata e ricomposta in maniera minimale, quasi spogliata di tutti i dettagli. Mi guardo intorno, vedo il divano, il tavolo, la credenza, il mobile. Ma non la televisione. Al posto dei liquori ci sono dei vetri soffiati artigianalmente e dipinti a mano. Le piante risplendono di rugiada e i raggi solari entrano fendendo la stanza con poderosa iridescenza. Persino io sono cambiato. La mia pelle è liscia e il mio umor vitreo scintilla come appena lucidato. Le cicatrici sulle braccia, sul petto e sulle spalle non ci sono più. Come se fossi stato purificato da un battesimo che mi ha redento dal passato autolesionistico. Quando poi alzo gli occhi, lei è di fronte a me. Statuaria, fluttua su di un piedistallo invisibile e mi sorride. In lei proietto un flebile guizzo di serenità che è nascosto in qualche remoto anfratto del mio diaframma.
«Ricorda: solo l’arte ti salverà».
«Ma io mi sento opprimere da un mondo che non sento mio» le dico con debole pensiero.
«La speranza, ebbrezza della guarigione solo per chi ha voglia di esplorare. Chi non si ferma rompe i confini. Solo colui che affronta il sentimento in questione si eleva da esso. Rompi la pressione».
E, svanendo come la condensa di un vetro spannato, mostra dietro di sé un uomo con dei baffi enormi che mi guarda in silenzio con il volto ruotato di tre quarti. Mi guarda senza prestarmi attenzione. Una sfinge proiettata oltre il tempo. Oltre me.

Poi mi sveglio. Ho il respiro che sembra immagazzinare più aria di quanta i polmoni ne possano contenere. Le ossa dolgono, ma solo perché ho dormito sul pavimento. Con ritrovato vigore cerco di mettermi in piedi. Ma non sono io, sono diverso. Questa giornata voglio viverla. Adesso il dolore del mio cuore pulsa e si fa sentire. Come un tamburo di guerra, rimbomba in ogni fibra del corpo svuotato di volontà. Guardo lo schermo ancora nero della televisione. Vedo qualcosa di rettangolare abbandonato sul divano. Mi volto e vado a prenderlo. È La gaia scienza di Nietzsche. Accenno un sorriso tirato, come un post anestesia dal dentista. Ho bisogno di Proz… scuoto la testa. Allungo le braccia, che si stirano lentamente in direzione della credenza, la apro e prendo un cartoncino bianco da disegno. Dopodiché mi fiondo nel mobiletto degli alcolici. Lo apro con una energia nuova e agguanto le quattro bottiglie, cercando di elaborarle con criterio sulla tela improvvisata. Guidato dalla rinata volontà ho cercato il suo volto. Il mirto lo uso per evocare il nero dei suoi capelli scuri come il calore, la vodka per il candore fragile della sua pelle e il whisky per il rassicurante e accogliente colore dei suoi occhi. E il brandy per le sue preziose e luminose labbra.

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