Sì, i Placebo esistono ancora. Un articolo di M. Barucci || THREEvial Pursuit


Sì, i Placebo esistono ancora

di Marco Barucci

Tra le poche certezze della vita, ci sono sicuramente: la morte, le tasse e il fatto che tutti gli anni, puntuale come un orologio, durante i giorni in cui si svolge il Festival di Sanremo, viene riproposta sui vari canali l’unica esibizione dei Placebo sul palco dell’Ariston. Quel lontano 2001 era ancora denso di rabbia giovanile che alimentava come benzina la musica della band inglese. Ne sanno qualcosa gli amplificatori che furono percossi da Brian Molko con la sua chitarra, utilizzata a fine esibizione come una mazza da guerra. Nell’immaginario comune, quell’evento rappresenterà un’istantanea per inquadrare i Placebo.

Per anni sono stati quel momento, almeno in questo Paese. E forse per chi non li segue lo sono ancora. Un progetto che ha superato i venticinque anni di attività, quando ancora giovanissimi vennero scoperti e promossi da un certo David Bowie. Il 2022, infatti, li vede uscire con un nuovo album che si piazza subito nelle prime posizioni di molti paesi europei e extraeuropei. Dopo sei anni dall’ultimo disco (una raccolta per celebrare il quarto di secolo di carriera) ritornano con l’album Never let me go, tredici brani che compongono un messaggio sentimentale, ma allo stesso tempo catastrofico che cerca di fotografare la situazione in cui viviamo.

È stata proprio una fotografia a dare inizio a tutto, quella scelta come copertina. Brian Molko e Stefan Olsdal, unici due componenti rimasti della formazione originale che ormai si potrebbe benissimo definire un duo, hanno trovato l’immagine di una spiaggia nel sud della California. Un luogo usato come discarica per anni, dove veniva buttato di tutto, finché non venne ripulito verso la fine degli anni Sessanta. Le onde dell’oceano avevano levigato i vetri, restituendo alla spiaggia delle pietre colorate che attraverso la luce creano un prisma di colori diventato la copertina del disco.

Never let me go, ultimo album dei Placebo – 2022

«È una storia bellissima sulla resilienza della natura», afferma Molko. «E anche su come gli uomini cagano dove mangiano. Distruggiamo i luoghi in cui abitiamo. Siamo l’unica specie a farlo. Ma con il tempo e la nostra assenza, la natura si darà una ripulita».

Ci si discosta quindi dall’identità glamour, androgina e gender fluid che li ha caratterizzati per tutta la loro carriera, per imbracciare altre armi nel nome di una nuova, essenziale crociata. Si sono sempre definiti outsider che fanno musica per outsider, ma stavolta il messaggio è più totale e maturo, rivolto a tutto il genere umano. Potrebbe essere una perfetta colonna sonora per il ciclo di documentari Il mondo senza di noi, trasposizioni del romanzo omonimo dello scrittore, giornalista e insegnante statunitense Alan Weisman. C’è un senso di catastrofe imminente e ci riguarda tutti.

«È dura essere ottimisti guardando quel che stiamo facendo al pianeta», spiega Olsdal. «Se mi chiedo quale sia lo scopo di ogni essere vivente, mi rendo conto che tutti vogliamo semplicemente sopravvivere. È l’unica cosa che siamo stati programmati a fare. Quando sono in giornata buona penso che in qualche modo, viste le risorse che sappiamo tirare fuori, ce la faremo. Altri giorni sono meno positivo perché vedo la nostra tendenza a distruggere e l’egoismo con cui uccidiamo i nostri vicini». Prosegue Molko che ha le idee molto chiare: «È così che immagino il mondo tra un millennio: un pianeta dove gli animali possono nuovamente prosperare, dopo che noi uomini abbiamo fatto di tutto per distruggerlo in nome del profitto». Come recitano gli ultimi versi della canzone Try better netx time:

Somebody take a picture, Before it’s too late”

L’altro grande tema del disco è quello che getta uno sguardo alla tecnologia e ai risvolti che ha sui rapporti sociali, anche in fatto di privacy. Questo argomento era già stato trattato anche in passato dalla band di South London che si è sempre posta con dualismo verso le tecnologie, soprattutto se si parla di social network e strumenti di controllo. Quindi, come una colonna sonora di uno scenario orwelliano da 1984, troviamo pezzi come Surrounded By Spies che dipingono uno stato d’animo sofferente riguardo la società odierna.

In una riflessione, Olsdal afferma: «Ci sono molte cose positive grazie alla tecnologia. Ma questo progresso ha un impatto su tantissimi aspetti della nostra vita e non sono certo che ne abbiamo capito il prezzo. Veniamo venduti e dovremmo chiederci chi ne trae beneficio. Ma è come una palla di neve che rotola così veloce che è impossibile fermarla». E prosegue Molko: «Vaghiamo come sonnambuli per la città e neanche ci accorgiamo che i nostri spostamenti possono essere seguiti dalla soglia di casa fino alla destinazione. Mi sono detto: se i miei bravi vicini possono farlo, a che punto si può arrivare? È la versione micro di un fenomeno macro».

I due sopravvissuti della formazione originaria dei Placebo:
Stefan Olsdal, bassista, e Brian Molko, voce e chitarra.

Vengono poi approfonditi temi già accennati nel precedente disco Loud Like Love (2013) con la celebre Too many friends, inno alla dipendenza da social appunto. Una critica alla tecnologia che ci rende schiavi, ci priva dell’umanità nei rapporti interpersonali. Anche la normale fruizione di un concerto viene avvelenata dal filtro di un dispositivo attraverso il quale lo spettatore vede il concerto. Mentre scrivo questo articolo hanno fatto decine di date a supporto dell’album, e non sono mancati episodi in cui Molko ha interrotto una canzone a metà per litigare con persone nelle prime file che stavano continuamente con lo smartphone in mano a riprendere l’esibizione. Verso metà tour è iniziato ad apparire su un maxischermo, prima di ogni concerto, in cui si invitava la folla a non riprendere il concerto con il cellulare.

C’è inoltre un aspetto che merita particolare risalto ed è la stessa lavorazione dell’album, avvenuta con un processo singolare. Pianificando e sviluppando a ritroso i normali passaggi dello sviluppo creativo. Sono partiti quindi dalla famosa foto della spiaggia con il caleidoscopio di colori e glitch degni di Matrix. Successivamente sono stati scelti i titoli delle canzoni. E poi solo in ultima battuta sono stati composti i tredici brani. Questo è stato un grande stimolo per l’espressione artistica di Brian e Stefan che, come molti, venivano da un periodo post-pandemico tutt’altro che semplice. E nonostante questo hanno reagito, perché fondamentalmente Never Let Me Go è un disco che vuole infondere speranza in un futuro migliore.

«La nostra ossessione per la ricchezza ci porterà all’estinzione. Abbiamo bisogno di speranza».

Speranza in un miglioramento dell’uomo, il quale riuscirà finalmente ad abitare la Terra con armonia. Molko ha già in mente il suo futuro: «Magari fra dieci anni mi ritroverete su un’isola con il mio pezzo di terreno, sarò il tizio che si fa la doccia con l’acqua piovana e che coltiva l’orto. Ecco come voglio diventare».

Infine, un curioso aneddoto, che però rende molto bene la cifra intellettuale della band. Un fatto successo in occasione del concerto tenutosi a Mantova lo scorso 29 Giugno. Prima dell’esibizione di Bionic, un pezzo del loro primo disco omonimo, Brian Molko ha dedicato la canzone a tale Pier Paolo Pasolini. Una dedica affatto scontata. Questi sono i Placebo.

Sì, i Placebo esistono ancora. Un articolo di M. Barucci || THREEvial Pursuit

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