Partigiani e memoria divisa (v.2), un articolo di G. Bindi || Threevial Pursuit

Partigiani e memoria divisa (v.2), un articolo di G. Bindi || THREEvial Pursuit


Partigiani e memoria divisa

Dall’estate di sangue del 1944 all’occultamento dei colpevoli

di Gianluca Bindi

brecht resistenza

Questa è la versione ampliata del THREEvial Pursuit uscito lo scorso 25 Aprile 2020 e aggiornata dall’autore alla luce di nuovi studi effettuati (NdR)

Ci risiamo. Ogni anno, per la festa della Liberazione, ci tocca sentire ogni genere di lordura sulla memoria dei partigiani che si sono sacrificati durante il periodo infernale dell’occupazione tedesca in Italia, tra la fine del ’43 e il 25 aprile 1945. Delle migliaia di morti causate dal passaggio delle truppe tedesche sulla penisola, solo in Toscana ci furono, in neanche tre mesi, tra le 4000 e le 5000 vittime civili1. Di chi è la colpa? La vox populi odierna sembra puntare il dito praticamente soltanto sui partigiani. Nelle migliori delle ipotesi, festeggiare la Liberazione dai nazifascisti e la conseguente fine della Seconda Guerra Mondiale è diventato divisivo. In questo articolo, il più brevemente e chiaramente possibile, descriverò come è stato possibile un tale trasferimento di colpe in poco più di 75 anni, provando a essere una guida contro le male voci e le fake news che tentano di cambiare la percezione della memoria di un evento complesso.

I briganti

È colpa dei partigiani se ci furono rappresaglie; se non avessero attaccato l’esercito tedesco quest’ultimo non avrebbe rastrellato e ucciso civili innocenti.

feldmaresciallo Kesselring rastrellamenti partigiani
Il feldmaresciallo Kesselring

Ormai è diventato un ritornello ricorrente. E, anche se a volte c’è stata una diretta conseguenza causale fra uno scriteriato attacco partigiano ai tedeschi e la messa a ferro e fuoco di interi paesi, non è stato sempre così. Anzi. Riassumiamo brevemente la situazione aggiornata all’estate del 1944. L’Italia è divisa in due: a nord c’è la Repubblica Sociale italiana (stato fantoccio del Reich con a capo Mussolini), mentre a sud gli Alleati stanno liberando a mano a mano la penisola. Nel mezzo c’è l’esercito tedesco in ritirata con reparti delle SS che stanno inondando di sangue la popolazione civile. Perché? I tedeschi stanno attuando una strategia militare denominata ‘ritirata aggressiva’. Ufficialmente stanno impegnando l’esercito Alleato durante la risalita per guadagnare tempo e reperire manodopera schiava; infatti secondo il capo delle truppe, il feldmaresciallo Kesselring, l’unica speranza per la Germania per evitare la sconfitta è finire di costruire una linea corazzata di difesa sugli Appennini tosco-emiliani, denominata Linea Gotica. In pratica, però, non è altro che un’indiscriminata attuazione dei più efferati crimini di guerra su civili inermi. E c’entrano poco o niente gli attacchi dei partigiani.

Per cominciare il 17 giugno 1944 Kesselring dipana un ordine a tutte le sue truppe, prendendo spunto dal cosiddetto ‘Foglietto di istruzioni’ o Merkblatt 69/1 in cui:

  1. Veniva cancellata la linea di demarcazione fra la popolazione civile e i partigiani; ergo tutti potenzialmente potevano essere partigiani, anche donne, vecchi e bambini.
  2. Totale arbitrarietà ai comandi locali su chi fiancheggiasse o appartenesse a bande di partigiani in una determinata zona;
  3. Infine, Kesselring in persona, garantiva quella che poi sarebbe passata alla storia come ‘cambiale in bianco’, ossia non solo la totale copertura a comandanti e soldati che avessero ecceduto nelle misure repressive contro la popolazione, ma anche esemplari punizioni a chiunque avesse esitato o avuto comprensione verso i ‘nemici’ civili2.

Ma questo è solo il punto di partenza. Molti eccidi toscani sono stati attuati con gelida razionalità, al fine di liberare territori per la ritirata e, preventivamente, attaccare zone in cui si presumeva ci fossero (o fossero sostenute attivamente o passivamente) bande armate. Quindi, i massacri non avevano tanto lo scopo di reazione ad attacchi subiti, ma costituivano una vera e propria tattica logistica e militare. Provo a spiegare in maniera semplice.

Dopo la conquista di Roma da parte degli Alleati (4 giugno 1944), “la Wehrmacht era in rotta completa (…). Il destino delle truppe tedesche in Italia pareva irrimediabilmente segnato”3. Sarebbe un’occasione d’oro per sferrare l’attacco decisivo e porre fine alla guerra (almeno in Italia), visto che “nell’estate del 1944, dopo lo sbarco in Normandia, ridotta a combattere su tre fronti, la Germania non aveva nessuna possibilità di arrivare almeno a un negoziato con i suoi nemici”4 e che, come ammette proprio un generale nazista:

“Nel periodo dal 4 giugno, giorno della conquista di Roma, fino al 16 giugno, la 5a Armata Alleata aveva compiuto un’avanzata di centoquaranta chilometri. Era un ritmo corrispondente all’inseguimento di un avversario battuto.”5

L’esercito alleato fallisce l’opportunità di annientare i tedeschi nei pressi del lago di Bolsena, facendoli riorganizzare dietro una linea di difesa, denominata Albert, che partiva nei pressi di Grosseto, “passava a nord di Chiusi e Perugia e finiva sull’Adriatico a sud di Ancona”6. È chiamata anche Linea Trasimeno, proprio per lo sfruttamento del lago come difesa naturale. A questo punto il fronte è stabilizzato “anche grazie al modo dilettantesco con cui Alexander e Clark (i principali generali Alleati, rispettivamente al comando delle armate britanniche e americane, nda) conducevano le operazioni”7.

Paolo Paoletti ci aiuta a fare il riepilogo della situazione: “il 23 giugno tutto l’esercito tedesco aveva completato lo schieramento dietro la Linea Albert. (…) Il 28 giugno, il XIII corpo britannico riuscì a sfondare la Linea Albert, per cui presto tutte le posizioni tedesche divennero indifendibili”8.

Da qui in poi, come abbiamo visto prima, la lotta ai partigiani, o a tutti i civili considerati tali, si inasprisce in maniera sanguinosa poiché “il terrore di ogni ufficiale tedesco era che, ad un assalto frontale anglo-americano, potesse accoppiarsi una azione dal retro di formazioni ‘ribelli’, delle quali, spesse volte, si ignorava la forza o la si sopravvalutava”9. E sarà proprio questa fobia a sfociare in manovre cosiddette di ‘desertificazione delle retrovie’ e, di conseguenza, in veri e propri massacri di civili inermi. Infatti, prendendo a esempio il 29 giugno, ossia appena un giorno dopo lo sfondamento della Linea Albert, i tedeschi applicano la prima opera di desertificazione sistematica per rintanarsi dietro un’altra importante linea di difesa: la Linea Arezzo. Desertificazione che provoca ben tre eccidi in un giorno solo:

  • Civitella della Chiana (Arezzo) 146 vittime. È uno degli episodi che rappresenta più propriamente il concetto di ‘memoria divisa’ in Toscana. Per anni è stata creduta strage di rappresaglia, visto che in uno scontro fra partigiani ed elementi dell’esercito tedesco del 18 giugno furono uccisi tre tedeschi. Gli abitanti fuggono temendo la vendetta, ma non succede niente, anzi, vengono rassicurati a rientrare. Ben 11 giorni dopo le pattuglie tedesche effettuano la strage in cui persero la vita anche 3 bambini e 29 donne. Le circostanze non sono ancora del tutto chiarite, ma di sicuro si può escludere la rappresaglia, anche perché altrimenti le vittime avrebbero dovuto attestarsi a 30 (10 uccisioni di uomini per ogni tedesco ucciso).10
  • San Pancrazio (frazione del comune di Bucine, in provincia di Arezzo) 58 vittime. In teoria questo episodio, considerato secondo me erroneamente rappresaglia, fa riferimento sempre all’uccisione dei tre tedeschi a Civitella della Chiana del 18 giugno, cosa alquanto strana, come detto sopra, sia per il tempo passato sia per il numero delle vittime.11
  • Guardistallo (Pisa) 55 vittime. La notte fra il 28 e 29 giugno un distaccamento di una locale banda partigiana cerca di dirigersi a sud per attraversare il fronte e andare incontro alle truppe Alleate. Nel farlo viene a contatto, alle prime luci dell’alba, con l’esercito tedesco in ritirata dietro la Linea Arezzo. Ne segue un conflitto a fuoco dove due partigiani perdono la vita e altri sono fatti prigionieri. Segue un rastrellamento nelle case vicine, dove civili innocenti vengono passati a colpi di mitra e lanci di bombe a mano. In tutto sono uccisi 9 partigiani e 46 civili. Lo scontro a fuoco pare non fosse premeditato, detto ciò, visto che altre fonti riportano zero vittime tedesche, anche qui è difficile parlare di rappresaglia. Una risposta a un attacco in una fase delicata per la Wehrmacht sì, degenerata in escalation anche per merito del Merkblatt 69/1 che, come si è visto, portava a non fare distinzione fra partigiani e popolazione civile.12
linee nazifasciste
Le linee difensive e i luoghi degli eccidi perpetrati dai nazifascisti (by Brucio)

Dalla Linea Arezzo in poi, l’esercito tedesco sfrutta abilmente il territorio del Chianti, costituito interamente da rilievi. È perfetto per la tattica della ‘ritirata aggressiva’:

“Il Chianti, con il suo territorio ondulato, e con quel succedersi continuo di piccoli rilievi, significava per gli Alleati un altalenare su e giù per colli, vigneti, oliveti, e campi coltivati. Si capirà subito come questo terreno, trasformato in campo di battaglia, fosse estremamente pericoloso, specialmente per gli attaccanti (…).”13

Le linee difensive si intensificano e diventano piuttosto linee di arresto momentaneo. Ce ne sono molte, tutte dai nomi femminili, che ricoprono il territorio in fittissime tappe fino all’Arno (ovvero la Linea Heinrich, dove il fronte si arrestò per 40 giorni): Emma, Hilde, Irmgard, Nora, Karen, Olga “ed infine la lunga Lydia – Mädchen – Paula”14. E con la stessa logica, nei territori a ridosso o in concomitanza con queste linee, poco prima dell’arretramento delle truppe, l’esercito tedesco ha continuato a desertificare civili gridando al ‘partigiano’, sotto il riparo della ‘cambiale in bianco’ fornita da Kesselring. Per Biscarini, le zone a maggior rischio di stragi sono anche quelle di confine ‘orizzontale’ fra le diverse armate tedesche:

“Il podere Palazzaccio di Arceno (teatro dell’eccidio di Castelnuovo Berardenga, Siena, 9 vittime15, nda) si trovava sulla linea di confine tra la 14a e la 10a Armata. Chi si occupa di storia militare sa che i limiti territoriali tra due unità sono settori delicatissimi. La zona era parte di una linea di arresto tedesca detta ‘Hilde’, che sbarrerà il passo agli Alleati fino al 15 luglio.”16

“Lo stesso 4 luglio, a Meleto e Castelnuovo dei Sabbioni17, in provincia di Arezzo, caddero massacrati rispettivamente 73 e 97 civili (…). Ma anche questi due paesi, seppure al momento dei fatti non fossero direttamente coinvolti, o vicini, a linee difensive tedesche, nell’immediato si trovarono prossimi alla posizione tedesca del monte S. Michele, sui monti del Chianti, i quali oltre a sbarrare per giorni l’avanzata dei sudafricani verso Firenze, delimitavano ancora una volta i settori tra le due armate germaniche.”18

Dunque a questo punto possiamo dire che la strategia della Wehrmacht è abbastanza chiara: non la dichiarata quanto folle volontà di massacrare la popolazione per distruggere le bande, ma soprattutto tattica militare che assolveva a un altro compito, ben più importante: ovvero la paralisi delle coscienze tramite lo spargimento di sangue senza senso, per arrivare a recidere a monte il cordone ombelicale fra popolazione civile e Resistenza (risultati maggiori e costi minori rispetto all’affrontare i partigiani). Massacri che comportarono soltanto l’intensificarsi della lotta perché, un uomo che ha perso parte o la totalità della sua famiglia per ritorsione, codardia, efferatezza, o a cui è stata bruciata la casa, non può far altro che continuare a combattere. E così via, in un circolo vizioso in cui i tedeschi si sentivano ancora più autorizzati a colpire a ogni contrattacco ricevuto e, contemporaneamente, vedevano confermata la loro tesi fasulla sulla colpa dei morti degli eccidi sui partigiani.

“(…) Le colpe partigiane sono solo un pretesto che non giustifica le centinaia di vittime a fronte di qualche soldato tedesco ucciso e ferito (…). Nel corso dei mesi la ratio della rappresaglia subisce una serie di slittamenti progressivi verso qualcosa di sostanzialmente altro, evidenziando che la logica della terra bruciata non può essere giustificata all’infinito.”19

Un’ulteriore svalutazione della tesi iniziale viene direttamente dal fronte amico. Gli Alleati incoraggiavano le bande a interventi sia armati sia di sabotaggio tramite sovvenzioni, approvvigionamenti di armi e proclami direttamente dalle frequenze di Radio Londra; tanto che nel ’45 i processi ai tedeschi si preferì istituirli in corti militari britanniche perché i crimini contro i civili erano stati commessi per reazione ad attività incoraggiate dagli Alleati stessi.20

Infatti, il capo delle forze Alleate nel Mediterraneo Alexander (così come anche Badoglio21), già da maggio incitava “a uccidere in ogni occasione i tedeschi, incurante delle inevitabili conseguenze che sarebbero ricadute sulla popolazione civile”22.

Un’altra pressione per l’intervento armato contro l’invasore sono i contadini. In quel frangente, subito dopo le vittime per la guerra, c’erano quelle per la fame. Quando la Wehrmacht transitava con tutti i suoi innumerevoli effettivi, saccheggiava bestiame, raccolti, cibo e ogni tipo di rifornimento alla popolazione locale, che già non sapeva come sfamarsi.

Questa è una testimonianza presa da un’intervista riguardante l’eccidio di Fattoria del 6 luglio del 1944 (frazione di Ponte Buggianese, provincia di Pistoia)23, uno dei casi reali di rappresaglia, dove ci furono 5 vittime (alcune fonti dicono 8) a fronte di 2 uccisioni di soldati tedeschi (alcune fonti dicono 1, altre addirittura zero) per un confronto a fuoco coi partigiani del luogo. Confronto, però, scaturito da un ricatto:

“Una ragazza che stava accanto proprio a me (…) e un’altra andavano a portare (ai loro familiari, nda) i panni per cambiarsi in padule, sulla sera. (…) Trovarono due tedeschi e le portarono via (…) al comando alla Casabianca. Poi intervenne (…) uno sfollato ungherese (…) e cercò di liberarle. Vollero 500 uova e 2 prosciutti e le liberarono. E lì (…) quando lei incominciò a gridare che la portavano via, questa ragazza incominciò a gridare e ci fu una sparatoria, con questi tre, quattro, cinque, sei che chiamavano partigiani.”24

Questa testimonianza invece è proprio a ridosso dell’eccidio del Padule di Fucecchio del 23 agosto 1944 (174 vittime civili)25:

“Risulta perciò da testimonianze indubbie che i contadini del luogo, i quali avevano fornito viveri ai partigiani, insistettero onde ottenere il loro intervento”26.

resistenza partigiani

Così come il sacerdote del paese, Primo Egidio Magrini, che conferma le razzie tedesche e la mobilitazione contadina27. Ciò delinea ancor più chiaramente l’identità dei partigiani in questa prima fase di guerra civile: gente comune che fa una scelta, spinta sia dal rifiuto dell’ideologia nazifascista, sia soprattutto da motivazioni di sostentamento e di protezione dei legami familiari e della propria comunità (la famigerata questione privata). In quella situazione assurda e funesta, non si poteva non scegliere.

Quindi, tornando alla tesi iniziale, non ci fu nessuna prova di una minaccia partigiana che giustificasse alcun tipo di strage da parte dell’esercito tedesco (semmai si possano giustificare) prima dello sfondamento della Linea Gotica. Anzi, ci sono molti indizi che portano a constatare che la brutalità degli eccidi, almeno fino a tutta la primavera del ’44, non ha avuto nessun rapporto con il pericolo effettivo rappresentato dai partigiani28. Solo dopo la strage di Monte Sole – Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944, 770 vittime)29 si ebbe una svolta nel movimento; infatti, dall’autunno del ’44:

“il movimento partigiano crebbe a tal punto che ormai si doveva parlare di una vera e propria guerra in cui i partigiani armati acquistarono sempre più, agli occhi della Wehrmacht, lo status di combattenti”30.

Da carnefici a ‘povere’ vittime: i fascisti collaborazionisti

Non preoccupatevi, il peggio deve ancora arrivare. Sì, perché la crudeltà dei nazisti va di pari passo con i loro complici fascisti. Anche qui breve ricapitolo. Il 10 luglio del 1943 viene effettuato lo sbarco Alleato in Sicilia. Mussolini vede il suo esercito disgregarsi e il consenso cadere a picco. Il 25 luglio il re e alcune massime cariche fasciste attuano un colpo di stato: il duce è imprigionato sul Gran Sasso. Il generale Badoglio, nuovo capo del governo, prima dichiara che l’Italia onorerà gli impegni di guerra presi a fianco della Germania; poi, invece, l’8 settembre firma l’armistizio e passa dalla parte degli Alleati. La popolazione italiana gioisce credendo che sia la fine della guerra, ma la situazione si presenta subito drammatica. Hitler è su tutte le furie: prima fa liberare Mussolini con un commando di paracadutisti (12 settembre) e lo mette a capo della Repubblica Sociale Italiana; poi schiera le sue armate sulla Linea Gustav (dal Lazio all’Abruzzo) per contrastare palmo su palmo l’avanzata Alleata. L’Italia è divisa in due. Il re e Badoglio fuggono da Roma e si rintanano a Brindisi, non dando alcuna indicazione all’esercito italiano impegnato sui vari fronti. I tedeschi cattureranno 600.000 soldati italiani allo sbando deportandoli nei campi di concentramento; molte migliaia invece furono fucilati sul posto. Altri riusciranno a tornare e a unirsi ai primi nuclei della Resistenza.31

Durante la ‘campagna d’Italia’ di Kesselring molti fascisti rimasti fedeli al duce e a Hitler fiancheggiano la Wehrmacht macchiandosi di crimini abominevoli32. Oltre allo spionaggio, i fascisti, conoscendo a menadito i luoghi dove erano nati e cresciuti, guidano i tedeschi in quasi tutti i massacri di civili. Non solo, lo fanno nella maniera più spregevole: si travestono da militari del Reich e si coprono il volto per non essere riconosciuti dai propri compaesani. Con i loro preziosi consigli procurano la morte di migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini che parlano lo stesso dialetto e che appartengono alle loro stesse radici, senza nemmeno avere il coraggio di presentare la propria faccia. Sempre prendendo spunto da alcune testimonianze dell’eccidio del Padule:

“Italiani camuffati al Pratogrande di sopra. Entrare in una corte, un mucchio di soldati a quella maniera e due bendati… del paese. Gente che si conosceva, sennò ‘un venivan bendati, è chiaro.”33

“«Entrarono in casa e cominciarono a mitragliare». Oreste Silvestri sente dire Scendete giù criminali, addirittura in accento toscano; anche poco dopo, quando è ferito e si finge morto, mentre lo rovesciano con un forcone sente in italiano: Sparategli ancora! (…) L’accento toscano è notato, specialmente a Pratogrande e alle case Simoni e Silvestri.”34

Ah, per ‘criminali’ il camerata intende civili supposti fiancheggiatori di partigiani, anche se varie fonti escludono la presenza di essi nella gronda della palude. Le vittime dell’eccidio sono state quasi esclusivamente donne, vecchi, bambini e sfollati totalmente innocenti e incapaci di difendersi (la vittima più giovane era di pochi mesi, mitragliata in culla, la più vecchia era di oltre novant’anni, cieca, fatta saltare con una granata messa in tasca del suo grembiule).

Qui si va oltre l’ideologia di guerra, si va oltre anche la tesi (non perdonabile né tantomeno comprensibile a questi livelli) della vendetta dei tedeschi ‘traditi’ dal proprio alleato. Addirittura il duce in persona (in maniera tardiva visto che nel diario della 14a Armata tedesca viene riportata la sua approvazione ai massacri35) nell’agosto del ’44 protesta timidamente contro le stragi sistematiche sui civili, non venendo minimamente ascoltato36. Il destino della guerra era segnato già a giugno del ‘44 (gli Alleati erano sbarcati in Normandia e la Linea Gotica, ancora lontana dall’essere ultimata, sarebbe stata oltrepassata a settembre). Ma l’obiettivo dei coraggiosi e temerari fascisti, coscienti di non avere più speranze di vittoria, è quello di praticare uno sfregio sulla popolazione civile, una ferita sanguinosa e sfigurante sulla psiche della comunità che tutt’ora non si è rimarginata. Tanti collaborazionisti furono riconosciuti comunque e dopo la fine della guerra fuggirono, con famiglie al seguito, dai paesi che loro stessi avevano contribuito a massacrare. Altri fascisti furono uccisi sia da ex partigiani, sia da gente comune che non aveva dimenticato, in una scia di sangue che continuò in tutta Italia per almeno due anni e per la quale, ancora oggi, la stampa di destra diffonde la retorica dell’ingiusto trattamento che quei ‘valorosi’ uomini si sono visti infliggere dopo il cessate il fuoco.37 I carnefici si trasformano in vittime. Ancora oggi quasi tutti i nomi dei collaborazionisti dell’epoca rimangono ignoti. Ciò ha contribuito alla dislocazione delle colpe dei morti della Resistenza, ma non è l’unico motivo. Il fattore determinante, purtroppo, è il ruolo che ha avuto la giustizia italiana e internazionale nei processi del Dopoguerra. Proviamo a capire cosa è successo.

La (in)giustizia del Dopoguerra

Il processo a Kesselring fu istituito a Venezia e durò dal 10 febbraio al 6 maggio 1947. Fra tutti i crimini commessi sotto il suo comando (ricordo che fu feldmaresciallo delle truppe tedesche in Italia da settembre ’43 a fine ottobre ’44 e che tutti gli ordini dei massacri ai civili durante questo periodo erano stati emanati direttamente da lui), l’accusa gli contestò soltanto l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma, e quello di Fucecchio. Le indagini che i gruppi di investigazione Alleati avevano svolto tra il ’44 e il ’46 mostrarono evidenti segni di squilibrio e molti eccidi furono archiviati con la motivazione della mancata certezza dei responsabili.38 La presa di coscienza delle stragi italiane non fu subito lampante, tanto che inizialmente si pensava che i crimini commessi facessero riferimento quasi totalmente contro militari e civili Alleati39. Infatti fra i capi di imputazione non figuravano addirittura gli eccidi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema (12 agosto ‘44, 391 vittime)40. Sul banco degli imputati, il feldmaresciallo “negò di aver saputo di atrocità commesse contro le popolazioni civili41. Ciononostante Kesselring fu sentenziato colpevole e fu condannato a morte tramite fucilazione.

A questo punto ci fu un colpo di scena inaspettato. Contro la sua condanna reagirono duramente Churchill e Alexander42, ossia il primo ministro inglese e il comandante delle forze Alleate nel Mediterraneo (quest’ultimo aveva combattuto contro di lui per mesi nella risalita della penisola). Le pressioni furono così forti che la condanna fu commutata in carcere a vita dal giudice militare Hardling43 e, ad ottobre del 1952, gli fu concessa la grazia44. Kesselring è morto da uomo libero nel 1960.

Sant'Anna di Stazzema
Sant’Anna di Stazzema

Il perché è da ricercare nelle scelte e nella politica internazionale dell’Italia nel Dopoguerra. Negli anni Cinquanta il nostro Paese si ritrovava di nuovo alleato della Germania (o di quello che ne rimaneva) assieme a Stati Uniti e Inghilterra, in un blocco atlantico teso a contrastare qualsiasi deriva di sinistra; anche se questo voleva dire non condannare un criminale nazista che le forze Alleate avevano combattuto a fianco fino all’ultimo giorno della Seconda Guerra Mondiale.

“Alle forze moderate e conservatrici, che gestirono il potere nei decenni immediatamente successivi alla Liberazione, non è difficile attribuire la responsabilità di aver usato in chiave strumentale risentimenti, rancori, sentimenti di dolore autentico in funzione di crociata anticomunista, quindi antipartigiana”45.

E ciò era stato tremendamente in linea con l’Amnistia Togliatti, vagliata dal governo italiano il 22 giugno del 1946 con l’obiettivo di acquietare gli strascichi della sanguinosa guerra civile. Un conto però è amnistiare, un altro è insabbiare. Infatti solo negli anni Novanta sono stati messi a disposizione gli archivi inglesi, americani e tedeschi sulle stragi in Italia, consentendo una maggiore e dignitosa ricerca storiografica.46 Nel 1994 a Roma addirittura fu rinvenuto dal procuratore militare Antonino Intelisano presso la Procura generale militare in via degli Acquasparta un armadio con le ante rivolte verso il muro, contenente 695 fascicoli di inchiesta sui reati e i crimini di guerra durante l’occupazione nazifascista e testimonianze dei superstiti raccolte dai servizi segreti britannici; fu denominato ‘Armadio della vergogna’47. Grazie al vaglio di questi documenti top secret la magistratura fu in grado di venire a conoscenza, processare e condannare (anche se tardivamente) molti criminali nazisti ancora a piede libero. Il contenuto dell’armadio è stato interamente desecretato nel 2016 ed è disponibile, tramite ordine, sul sito della Camera dei Deputati.

Questo ‘oblio’ volontario è stato il fattore determinante per la nascita della cosiddetta memoria divisa, ossia la scissione fra i fatti avvenuti nel 1944 e la percezione antipartigiana diffusa oggi. Ciò che è arrivato ai familiari delle vittime e a tutte le comunità colpite dai vergognosi intrallazzi politici e insabbiamenti in clima guerra fredda, è stata l’assenza di condanne esemplari ai colpevoli nazifascisti; il che “equivaleva ad una implicita assoluzione”48. Questo ha portato a un corollario pericoloso: se nessuno paga, le migliaia di morti, oltre ad essere state insensate nei metodi, sono diventate anche senza movente. Perciò, se da una parte venivano amnistiati gli assassini, le memorie colpite hanno dovuto rintracciare un colpevole tramite cui comprendere i massacri: i partigiani. Se da una parte i nazifascisti hanno usato criminosamente le stragi come strumento di battaglia e non come rappresaglia non venendo condannati, i partigiani si sono ritrovati rei “non solo e non tanto per avere commesso qualche azione di guerra infelice o errata, ma per il fatto stesso di essere esistiti come patrioti e di avere combattuto49.

Oggi è venuto il tempo di far crollare questo castello di costrutti fasulli e far reintraprendere alla memoria una migrazione verso il proprio punto d’origine dal quale è stata sfrattata: la verità. Non perdiamo questa occasione.

partigiani

1 U. Jona, Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane. Diario di diciassette mesi di sofferenze e di eroismi, ANFIM, Firenze 1992, elenco dei morti consultabile a questo link.

2 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia. 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 333.

3 C. Biscarini, Morte in Padule, 23 agosto 1944: analisi di una strage, Edizioni dell’Erba, Fucecchio 2014, p. 11.

4 C. Biscarini, ivi, p.12.

5 Cfr. F. von Senger und Etterlin, Combattere senza paura e senza speranza, Longanesi, Milano 1968.

6 P. Paoletti, Il passaggio del fronte all’Impruneta, Associazione Intercomunale N.10 Area Fiorentina, Firenze 1985, p. 23.

7 C. Biscarini, Morte in Padule, cit., p. 18.

8 P. Paoletti, Il passaggio del fronte all’Impruneta, cit., p. 19.

9 C. Biscarini, Morte in Padule, cit., p.18.

10 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3211.

11 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3494.

12 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=4596.

13 P. Paoletti, Il passaggio del fronte all’Impruneta, cit., p. 24.

14 Cfr. P. Paoletti, ivi, pp. 25-27.

15 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3996.

16 C. Biscarini, Morte in Padule, cit. p.22.

17 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3181.

18 C. Biscarini, Morte in Padule, cit. p.22.

19 I. Tognarini, Kesselring e le stragi nazifasciste. 1944, estate di sangue in Toscana, Carocci, Roma 2002, Regione Toscana, Firenze 2002, pp. LXII-LXIII.

20 M. Battini e P. Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944, Marsilio, Venezia 1997, p. 200, che cita Record of a meeting held in Hobart House to discuss Minor War Criminal Trials, 20 agosto 1945, PRO WO 32/14566.

21 Cfr. R. Lamb, War in Italy 1943-45. A brutal story, Penguin Books, Londra 1993, pp. 92-93.

22 V. Ferretti, Kesselring, Mursia, Milano 2009, p. 224.

23 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3676.

24 Intervista a Eugenio Chiappelli e Iliana Giuntoli del 18/06/2003, effettuata su incarico del comune di Ponte Buggianese da Gian Paolo Balli, registrate su videocassette miniDV e depositate presso l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea di Pistoia, viale P. Petrocchi 159, Inventario n° 110 “Palude Fucecchio – parte 4, dal minuto 59.00 a 1.02.26”.

25 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=338&grande_strage=18.

26 Cfr. Relazione dell’attività formazione partigiani Silvano Fedi di Ponte Buggianese, 30 settembre 1944, ISRT, fascicolo Silvano Fedi n. 15.

27 P.E. Magrini, Barbarie e vittime. Memorie di tre giorni di ferocia tedesca a Ponte Buggianese nel 1944, Pescia 1945, ristampato in M. Bonanno (a cura di), Barbarie e vittime. Memorie di padre Primo Egidio Magrini, Editrice CRT, Coscienza, realtà, testimonianza, Pistoia 2004, pp. 5-9.

28 Cfr. Klinkhammer, L’occupazione tedesca, cit., p.338.

29 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=5705.

30 I. Tognarini, Kesselring e le stragi nazifasciste, cit., p. XLIII.

31 Cfr. A. M. Banti, L’età contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, Editori Laterza, Bari 2009, pp. 236-239.

32 Cfr. Klinkhammer in L’occupazione tedesca (op. cit.), pp. 430-433. L’autore fa riferimento a dati ufficiali della repressione congiunta nazista e fascista che si attesta a 120.000 morti soltanto fra i civili in 20 mesi di occupazione, ma le stime sono decisamente al ribasso.

33 Intervista del 12 giugno 1997 a Eugenio Cappelli e Iliana Giuntoli, in M. Folin (a cura di), Popolo se m’ascolti… Per le vittime dell’eccidio del Padule di Fucecchio. 23 agosto 1944, Diabasis, Reggio Emilia 2005.

34 Testimonianza di Oreste Silvestri, Special Investigation Branch (SIB), 15 febbraio 1945, in L. Baiada, Raccontami la storia del Padule. La strage di Fucecchio del 23 agosto 1944: i fatti, la giustizia, le memorie, Ombre Corte, Verona 2016, p. 106.

35 “Il comandante in capo del Gruppo di Armate afferma che il duce acconsente ormai a provvedimenti più duri e che, di conseguenza, la proposta dell’Armata di fucilare, in caso di assalto delle bande, 10 uomini atti alle armi fra la popolazione locale per ogni soldato tedesco ucciso risulta attuabile”. KTB n°4, AOK 14, microfilm T. 312, roll 491, National Archives Washington, in C. Biscarini, Morte in Padule, cit., p.15.

36 Cfr. V. Ferretti, La Resistenza nel pistoiese e nell’area tosco-emiliana (1943-1945), Consiglio regionale della Toscana, Firenze 2018, pp. 44-45.

37 Rispetto per tutti i morti tranne per quelli usati in malafede per coprirne altri.

38 Cfr. I. Tognarini, ivi, pp. XXVII-XXVIII.

39 Ibidem.

40 Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=4908 .

41 I. Tognarini, ivi, p. XXIX.

42 War Office 32/15490, 11A.

43 Cfr. I. Tognarini, ivi, p. XXX.

44 Cfr. I. Tognarini, ivi, p. LXXIV.

45 I. Tognarini, ivi, p. XLVII.

46 Cfr. I. Tognarini, ivi, p. LXXXVI.

47 F. Giustolisi, L’Armadio della Vergogna, l’Espresso, 9 novembre 2000.

48 I. Tognarini, ivi, p. LXXIV.

49 Ibidem.

Partigiani e memoria divisa (v.2), un articolo di G. Bindi || THREEvial Pursuit

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