Parla di noi – Viaggio alle Fiji – K.Guevara

 

Parla di noi.K.GuevaraL’idea di andare alle Fiji nacque per caso da una conversazione senza troppe pretese, mentre io e mia sorella ci stavamo gustando un altro tramonto stesi sulla spiaggia di Torquai, in Australia. Erano gli ultimi mesi di viaggio insieme, e volevamo trovare il tempo di visitare qualche isola del Pacifico, e, tra tutte, scegliemmo le Fiji. Anche se non ne sapevamo molto, avevamo una gran voglia di arrivare e visitare l’arcipelago. Questo era lo spirito del nostro viaggio: esplorare e vivere tutto quello che ci era possibile in quella regione tanto remota ed esotica.

A gennaio 2012, come programmato, siamo partiti dall’aeroporto di Sidney. Mentre ci avvicinavamo alla porta di imbarco, per caso, sentimmo i nostri nomi scanditi dagli altoparlanti: ci informavano che il volo stava per decollare e che quella sarebbe stata l’ultima chiamata. Ci guardammo, mia sorella ed io, e cominciammo a correre disperatamente fino al gate. Una scena qualsiasi delle tante che compongono la routine aeroportuale, se non fosse per il particolare che eravamo scortati da sei ragazzi fijani alti, capelli in stile afro, che correvano, in ritardo anche loro, facendosi largo in mezzo alla moltitudine. Mentre correvo con loro mi domandavo che tipo di persone avrei incontrato sull’isola, dato che quello era il mio primo contatto con le Fiji.

Dato che non avevamo pensato a preparare un piano di viaggio da seguire, appena arrivati ci siamo organizzati e sistemati come meglio potevamo, anche grazie al grande aiuto e alle preziose informazioni delle persone che abbiamo incontrato.

Non ci mettemmo molto a scoprire dove trovare un ostello e quali mezzi pubblici utilizzare per arrivarci. Abusando del termine “Bula” – che significa “ciao” nella lingua nativa – e di un sorriso sincero sempre ben stampato in faccia, abbiamo raggiunto la reception dell’alberghetto. Come abbiamo messo piede oltre la soglia, una graziosa e simpatica signora ci ha accolto, presentandosi.

Dopo le dovute presentazioni e un’interessante conversazione, nella quale ognuno raccontava chi era, da dove veniva e perché era lì, siamo rimasti sorpresi di fronte a un atto di generosità che apprezzammo molto, rivelandoci da subito quanto il popolo fijano sia ospitale: invece di mettere a nostra disposizione una camera dell’ostello, ci invitò a passare la notte in casa sua, in compagnia della sua famiglia. Molto grati dell’invito accettammo al volo e un attimo dopo stavamo già interagendo e socializzando con le persone accomodate nel salottino della sua abitazione.

Tutti erano molto gentili, molto interessati a conoscere le storie che avevamo da raccontare, e curiosi di capire cosa ci avesse portato fino a loro. In questa occasione erano presenti amici, vicini e parenti della nostra nuova amica, che stavano passando la notte lì prima di tornare al loro villaggio nella foresta, nella zona più interna dell’isola.

Tra un discorso e l’altro, sorseggiando “cava”, una bevanda tradizionale che avevano preparato con alcune radici per omaggiare il nostro arrivo, abbiamo passato gran parte della notte svegli, parlando e ascoltando le storie che tutti raccontavano.

Durante quella stessa notte ci estesero un altro invito: di accompagnarli fino al villaggio della loro tribù, dato che si sarebbero messi in viaggio la mattina dopo. Di fronte a una circostanza del genere sarebbe stato molto difficile dire di no, e non avendo la minima idea di cosa ci avrebbe aspettato, la curiosità e la voglia di conoscere da vicino una cultura tanto affascinante, ci incoraggiò ad accettare quella proposta.

Alcune ore dopo, di mattina presto, eravamo di nuovo in strada, ma questa volta in compagnia degli abitanti nativi del posto, diretti alla capitale, Suva. Dovevamo passare di là per sfruttare un passaggio in camion per continuare il viaggio e rifornirci di provviste prima di proseguire.

Da Suva fino al villaggio impiegammo più di tre ore di viaggio nel bel mezzo della jungla, accovacciati nel rimorchio posteriore di un grande camion. Più avanzavamo nell’entroterra dell’isola più ci accorgevamo di quanto fosse stata folle l’idea di accettare l’invito.

Non che ci fosse qualcosa di sbagliato o sospetto, per lo meno non sembrava, ma non avevamo la minima idea di dove ci trovavamo, nel mezzo di un’isola completamente sconosciuta e con persone mai viste prima. Per precauzione, io e mia sorella ci presentavamo come marito e moglie: un trucchetto che si è rivelato utile nel relazionarsi con le altre persone ed evitare approcci spiacevoli.

Durante il tragitto, che proseguiva lungo una strada sterrata, abbiamo conosciuto altri nativi: vivevano tutti nello stesso villaggio, membri della stessa tribù. C’erano persone di tutte le fasce di età, un popolo caratterizzato da tratti somatici misti africani e polinesiani. Avevano usi e costumi primitivi e selvaggi, che a volte incutevano una sensazione un tantino scioccante. Per fortuna eravamo in compagnia dei nostri amici…

Arrivati al villaggio fummo subito presentati al capo della tribù che ci diede il benvenuto, ricevendoci con dei doni.

Il villaggio era in una regione remota dell’isola, nel centro di una valle formata da montagne altissime, coperte da un denso strato di foresta: l’unica via d’accesso era rappresentata da quella strada piena di buche da cui eravamo arrivati. Eravamo nel cuore pulsante delle isole Fiji, nel bel mezzo di un’esperienza allucinante e senza precedenti.

Mentre muovevamo i primi passi tra le capanne che componevano il villaggio, facevamo caso all’ammirazione delle persone, che rimanevano sorprese quando scoprivano che non eravamo missionari o partecipanti a un qualche altro tipo di progetto sociale. Presto capimmo che quell’incontro era tanto strano per noi quanto per loro. In pochi parlavano inglese, e anche così riuscivamo a capirci senza grandi difficoltà, di quando in quando aiutati da qualcuno dei nostri amici che traduceva quello che veniva detto in lingua nativa. Dopo aver fatto un bagno nell’acqua cristallina e rinfrescante di un fiume nei dintorni del villaggio, tornammo verso la capanna di legno e paglia che ci avrebbe ospitato durante il nostro soggiorno.

Aiutammo a preparare la cena, che fu servita a lume di candele e lampade ad olio, condividendo tra tutti quello che ciascuno aveva. Poi restammo gran parte della notte parlando e bevendo altra “cava”. Tra un discorso e l’altro, venimmo a conoscenza del fatto che in quella regione era cominciata un’intensa attività di sfruttamento del sottosuolo ad opera di imprese straniere – australiane, inglesi e cinesi – dedite all’estrazione mineraria, che portava con sé consguenze spiacevoli per la vita della tribù stessa.

Quando chiedemmo quale era la posizione del governo delle Fiji di fronte a questa situazione, tutti cominciarono a ridere e ci spiegarono che erano alla mercè della sorte: l’intera tribù rischiava di estinguersi in favore dello “sviluppo del paese”. Condividemmo con loro le nostre storie e gli raccontammo del progetto della centrale idroelettrica di Belo Monte, portato avanti in Amazzonia. Parlammo dell’inadeguatezza e della negligenza dei governi di fronte alle questioni sociali e ambientali, che vengono dimenticate in favore degli enormi profitti utili al continuo sviluppo della società capitalista.

Infine ci chiesero di condividere queste informazioni con più persone possibili, perché volevano mostrare al mondo la realtà che si nasconde dietro ai progetti e ai fini politici.

Di fronte a quella richiesta, che mi suonò come un appello disperato al diritto alla vita, dissi loro che avrei divulgato il loro messaggio, per rendere coscienti le persone attorno al mondo su quello che stava succedendo lì. Dopo questa
risposta ci dissero che in quel momento avevano capito il motivo della nostra presenza in quel luogo: secondo loro, tutto aveva un collegamento con qualcosa di misterioso, e noi eravamo stati inviati per aiutarli.
Senza sapere bene cosa dire, ringraziammo di cuore e sorridemmo. La notte proseguì con molte altre conversazioni, toccando i più disparati argomenti.

La mattina dopo, prima dell’alba, ci preparammo a partire. Salutammo i membri della tribù, ringraziandoli ancora una volta per l’ospitalità, la generosità e i bei momenti condivisi assieme.

Continuammo il viaggio, coscienti che non saremmo stati più gli stessi di quando eravamo partiti. Quell’esperienza con i nativi, nell’entroterra dell’isola, in mezzo alla foresta, ci aveva segnato non solo come ogni altro viaggio, ma soprattutto come persone ed esseri viventi dello stesso pianeta. Stavamo sperimentando e vivendo sulla nostra pelle il potere trasformatore del viaggio, ed era proprio questo a darci la forza di andare avanti.

Kalki Guevara

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