Otto monete d’oro, un racconto di S. Riccesi || Street Stories

Otto monete d’oro

di Stefano Riccesi

Illustrazione di Mìles

Il rumore dei passi sulle scale. Chiaro, regolare, troppo simile al battito di un orologio. Per ogni gradino salito, un po’ più stretta la morsa sul cuore. Poi la porta dell’ufficio, il clic della serratura. Ed eccola lì, la poltrona di pelle tanto odiata. A qualunque ora del giorno, Ada teneva le finestre chiuse e le tende tirate. Voleva che entrare là dentro avesse la natura dell’oblio, segnasse un confine inaccessibile. Si sedette, soltanto la lampada sul tavolo a gettare un po’ di luce intorno. Passò lo sguardo sugli scaffali, sui quali se ne stavano stipate le cartelle dell’archivio. Appoggiò la borsa sul tavolo e ne estrasse la busta che aveva ricevuto quella mattina. Otto monete d’oro e un foglio con un nome. Le otto monete indicavano che un ciclo vitale sulla Terra doveva compiersi. Il nome, una vita da giudicare. A lei toccava esaminare il caso e decidere se avallare la proposta, avviando così la procedura di eliminazione, o se graziare quell’essere umano e chiedere un nuovo nominativo. Non poteva dire più di due no: il terzo nominativo era sempre qualcuno che sarebbe dovuto morire, senza appello. E poteva succedere che per evitare la morte di una persona la cui vita era stata, come quella della maggior parte delle persone, un misto di bellezza e peccato, fosse sacrificato un bambino piccolo o un completo innocente. A volte era andata meglio. Salvare due ragazzi da un possibile incidente d’auto le aveva dato la possibilità di consegnare alla morte un corrotto signore della finanza. Ma il gesto finale, rispedire la busta con un nome, la faceva comunque sentire un’assassina.

Era o non era responsabile? La morte è un dardo scoccato al limite della tensione dell’arco, e arriva spesso quando il bersaglio è impegnato nelle tante occupazioni di cui sembra fatta la vita. Molti si chiedono perché, ma la risposta è comunque celata, e l’arciere irreperibile. Ci sono le reti e ci sono gli ingranaggi, ma nessuno ha mai visto il comitato centrale, se così si può dire. Ada era solo un ingranaggio della giustizia cosmica, ma allo stesso tempo aveva un cuore umano. Aveva finito per sentirsi addosso tutta l’oscurità dell’universo, e ciò le aveva fatto perdere il sonno. Di sicuro non aveva mai ricevuto un libretto di istruzioni. Avrebbe preferito essere tra quelli che dovevano decidere chi sarebbe stato trafitto dal dardo dell’amore, anche se a volte era proprio l’amore a innescare quelle reazioni a catena che avrebbero portato qualcuno da lei come candidato a morire. Un altro al suo posto forse avrebbe scelto di uccidersi. Lei non ne aveva l’animo. E da qualche parte dentro di sé, si sarebbe sentita responsabile di aver scaricato il barile. Il suo destino, non lo augurava a nessuno.
«In fondo, non ti chiediamo nient’altro che fare quello che fanno tutti: giudicare» le era stato detto.
Ada era una donna piccola di statura, dal corpo legnoso e corti capelli color paglia. Aveva occhi castani abbastanza grandi che spesso copriva dietro un paio di occhiali scuri. Le piacevano gli animali, un po’ tutti. Forse perché non era lei l’addetto alla morte del mondo animale, in quel distretto dell’universo.
Guardò bene il nome. Poi prese dallo scaffale il fascicolo relativo al candidato. Sorrise. Si trattava di un rampollo di una famiglia bene, all’apice della scalata per la dirigenza di una nota azienda di comunicazioni. Qualche anno prima a una festa erano finiti a letto insieme. Non era stato niente. Aveva pensato, guardandolo addormentato, che se in futuro fosse stato scelto lui il mondo non avrebbe perso niente. Meno auto di lusso, meno prostitute, meno riunioni al vertice, meno droga. Non era neanche riuscito a farla venire.
Ada si chiese se non ci fosse un messaggio implicito nell’arrivo di quel nominativo: “Eccoti accontentata”. Allora decise di stare al gioco e si disse: “Ok, sì, perché no. Facciamolo fuori”. Si sentiva allo stesso tempo esasperata, furiosa e abissalmente triste. La fase successiva richiedeva di scegliere lo scenario del decesso, tra due opzioni, e il modo in cui sarebbe avvenuto. Di solito la busta arrivava una settimana dopo il suo verdetto. Ada scelse una hall d’albergo e un collasso cardiaco.

Era una cosa che non aveva mai fatto, assistere a una delle ‘sue’ morti. Si presentò all’albergo per tempo e ordinò un drink, che sorseggiò seduta su uno dei divani della hall. Julian arrivò insieme ad alcuni amici e collaboratori, sembrava aver da poco tirato cocaina. Osservò i bei lineamenti, lo sguardo di bambino che gioca con i destini degli altri. Ma sì, eccola, la chiave. Ada ci rivedeva ironicamente molto di sé. Si domandò, come molte altre volte, se per le persone normali ci fosse davvero libero arbitrio. Lei era costretta, ma lui? Era possibile provare insieme disprezzo e compassione, vedere in una persona tanto l’artefice quanto la vittima del proprio destino?

Si ricordò come tutto era cominciato. La mattina in cui erano venuti a prenderla e l’avevano obbligata con le minacce a salire sulla limousine. Il meeting dei prescelti, il signore con la barba e il grande schermo dietro.
«Voi siete dei privilegiati» diceva. «Siete la mano di Dio, anzi: siete molto di più. Voi penserete con Dio. Deciderete con Dio e per Dio. Mai onore fu più grande e certamente nessun onore viene senza responsabilità».
Ada ebbe l’impressione che ci fossero anche degli entusiasti tra i suoi compagni, vide sguardi eccitati, spiritati, elettrizzati, insieme a sguardi terrorizzati e disgustati. Fu detto chiaramente che non c’era possibilità di rifiutare. In cambio vita lunga e sana per i familiari, stipendio elevatissimo.

Cercò di non distogliere gli occhi, di imprimersi bene addosso quell’immagine, la vita che abbandonava il giovane corpo, gli occhi sbarrati e poi d’un tratto velati, lo sgomento e la paura sul volto. Poi il rumore, le grida. Pensò che non stava provando né orrore né sollievo, e per un istante sperò di essersi finalmente anestetizzata. Poi ebbe voglia di vomitare. Uscì di corsa dall’albergo, sotto un sole battente. Ebbe il tempo di pensare che a volte il giorno ha meno pietà della notte, perché non concede rifugio. Domani sarebbe ricominciato tutto ma oggi, finalmente, provava dolore fino in fondo, e questa sarebbe stata per sempre la sua unica libertà.

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