Olivia + Victor, un racconto di B. Bendinelli || Street Stories

Olivia Victor Bendinelli INT

Olivia + Victor

di Benedetta Bendinelli

Illustrazione di Sheida Assa

Dal tetto di una casa affacciata su Warwick Way, Victor gridava –Happy birthday to you!-.

Erano le cinque del mattino, faceva un freddo cane e lui e quella stronza della sua amica si erano arrampicati fin sopra la terrazza del ristorante italiano Il Forno, passando dalla finestra in mansarda. Avevano scavalcato il muretto a mattoncini che separava i due edifici (un gioco da ragazzi) per poi arrivare fino all’ampio tetto scuro di una casa qualunque, non chiedendosi nemmeno cosa ci fosse sotto di loro. Si affacciarono sulla strada e riconobbero la via. A quell’ora i rumori erano i soliti di qualsiasi angolo di Londra: le spazzole delle camionette per pulire i marciapiedi, il beep della retromarcia dei camion che scaricavano al Tesco o al Sainsbury’s, le bottiglie rotte gettate nei cassonetti dagli spazzini russi, i colpi sordi dei grossi fusti di birra lanciati nelle cantine dei pub. La solita metallica sinfonia, cosa che per loro ormai non era più fastidiosa. Victor aveva un sorriso strano, Olivia se ne era accorta perché di solito lui teneva le labbra serrate. Questa volta i denti si vedevano, li notò per la prima volta. I canini si facevano spazio prepotentemente sugli incisivi giallastri, e una macchia scura di tabacco e caffè usciva dall’arcata inferiore. Sarebbe stato bello se non fosse stato per quel difetto.
Happy birthday to you! -, sembrava solo un grido straziato. Stava mostrando i denti come un cane in procinto di afferrare l’osso lanciato in aria. Victor era nato in un borgo siciliano: madre spagnola e padre bastardo. Si era trasferito a Londra a sette anni, giusto in tempo per la primary school, per le botte dietro la scuola e le sigarette precoci. Nessuno gli aveva mai dato spiegazioni: quella era la sua vita. A diciassette anni prese a lavorare in un news-agent pachistano, facendo le consegne di giornali per i ristoranti aperti a colazione. Ogni tanto leggeva la Gazzetta, se la cavava ancora bene con l’italiano e apprezzava il colore rosa della carta stampata.
– Tanti auguri a te! -.
Olivia aveva sempre cercato di spronare il suo amico a migliorare la lingua madre ma in nessuna occasione era riuscita a farlo esercitare. Quel mattino Victor parlava una lingua tutta sua. Era come se l’universo intero riuscisse a capirlo, avrebbe potuto anche parlare in arabo o cinese e Olivia o chiunque sotto di loro sarebbe stato in grado di afferrare il concetto.
– Olivia, ora mi ammazzo! -.
Era ubriaco fradicio e fatto di cocaina. Aveva preso qualche pasticca blu al Nag Nag Nag a Tottenham, dopodiché si era messo a bere Foster con i tizi sdentati del Big Issue. E ora si trovavano in cima a un tetto. Olivia lo aveva visto fare di tutto, una volta si era addirittura presentato con un coltello conficcato nella coscia. Lo aveva portato all’ospedale di Chelsea, vergognandosi un po’. Gli avevano salvato il muscolo e tutto il resto, dandogli sei mesi di prognosi e riposo. Dopo due settimane era di nuovo per strada: un po’ per lavorare, un po’ per tutto il resto. Lo aveva visto con le manette, con gli occhi neri, le vene gonfie, le mani rotte. Certe cose pensava accadessero solo in televisione, ma da quando aveva conosciuto Victor si sentiva come in un film: non pensava fosse tutto vero, o almeno il pensiero che si trattasse di una grande menzogna la rincuorava, come se quella vita esistesse solo in una dimensione parallela. Prima o poi tutto questo sarebbe finito.

Si era trasferita a Londra a diciotto anni, c’erano stati i mondiali, la maturità, i genitori separati e il cane morto. Cosa mai avrebbe dovuto fare? I suoi più cari amici facevano già il mestiere di famiglia o erano andati a studiare a Milano, Roma, Torino. Qualcuno si era fermato a pensare, qualcuna era rimasta incinta. Tutti facevano qualcosa. Olivia di solito aspettava l’estate per andare al mare e la sua ambizione più grande era raggiungerne una, una qualsiasi. Il caso volle che qualche coglione di periferia si trasferisse a Londra, a fare le pizze e i soliti casini. Le sembrava un ottimo punto di partenza, lo zero assoluto. In fondo il cane era morto, la scuola era finita, i genitori avevano altro a cui pensare e la fortuna era proprio tutto quello su cui poteva fare affidamento.
La sua prima casa era una specie di soffitta, all’ultimo piano di una casa popolare nell’ultimo quartiere dell’ultima zona londinese.
– Che posto di merda -.
Lo avrebbe ripetuto per i seguenti due anni, spostandosi da un buco all’altro di quella città che puzzava di soldi e vomito. Conobbe Victor in un pub di Fulham Broadway, quando trasmettevano la finale di Wimbledon. Lei non ne capiva molto, Victor si sedette accanto a lei e cominciò a spiegare le regole del gioco mentre stracciava l’etichetta dorata di una birra. – This thing you do, they say it shows some sort of sexual disorder -. Olivia non sapeva dove aveva sentito questa storia e probabilmente non era l’affermazione più appropriata da fare ad uno sconosciuto. – Well, that is so true! -. Parlarono di sesso dimenticandosi del tennis, ma alla fine dei giochi non andarono a letto insieme. Olivia aveva confessato di riuscire a scopare solo da innamorata o da ubriaca e Victor le aveva risposto che non avrebbe mai scopato una donna ubriaca e innamorata per paura di non togliersela più dai piedi. Da lì in poi fu tutto un parlare. La loro relazione era fatta di conversazioni, affermazioni e negazioni. Concetti e teorie. Idee e soluzioni. Uccidere i piccioni di Trafalgar Square come gli Happy Mondays in quella scena di 24 hours Party People; percorrere tutta la Circe Line facendo pub crawl ad ogni fermata; entrare a Boujis senza invito per sedersi accanto al principe Harry; prendere un qualsiasi Night Bus per arrivare ovunque, tanto di notte Londra era il posto più sicuro al mondo o almeno loro credevano fosse così.

Una volta riuscirono ad incontrare Harry, e riuscirono a prendere il glorioso N81 da Victoria Station verso il Kent. Passando da Elephant & Castle, Shooters Hill, dove il bus fermava proprio davanti la stazione di polizia, per arrivare a Gravesend, con la sua bianca e terrificante torre dell’orologio, fino a Gillingham, ultima fermata. Quella non era già più Londra, era la terra di nessuno: il nome stesso, Kent, voleva dire confine, bordo, e chi se ne frega delle linee marginali, esistono solo quando vengono varcate. Quello era un posto per studenti poveri, diceva Victor, che di soldi ne aveva visti ben pochi nella sua vita. – This is just a parking for losers, we are visiting the losers, Olivia! -.
Erano le sette o poco più, non si vedeva nessuno in giro se non qualche studente in uniforme, con le gambe atrofizzate dal freddo, che probabilmente era uscito di casa in anticipo, un po’ per la noia un po’ per evitare il viaggio in autobus con i bulli di quartiere.
What are we doing here, Vic? -. Olivia voleva già tornare a casa, quello era il suo giorno libero e non voleva certo passarlo in qualche provincia affumicata. Victor la guardò in faccia serio come non mai e cominciò a parlare, questa volta in un italiano corretto e rabbioso. – Non hai nulla qua lo capisci? Cosa vorresti fare adesso, tornare a casa per andare in giro? Puoi farlo anche qua. Tornare a casa per bere una cazzo di birra pisciosa? Puoi farlo anche qua. Vuoi tornare a casa per visitare un museo o un fuckin’ stupid gothic bulding you knew nothing about it? Puoi farlo qua, lo capisci? Questo posto di merda che chiamiamo città, che chiamano Londra, oh my God can’t you see? Non esiste niente, è tutto una linea piatta e nera, infinita. Siamo come, how do you say, “acrobati“ right? Camminiamo tutti su questo filo e facciamo tutti quanti la stessa identica cosa, andiamo avanti cercando di non cadere. E se cadiamo sai cosa c’è sotto? A whole big, fat nothing!
Era chiaro che fosse sotto l’effetto di qualche droga; qualsiasi cosa lo rendeva asciutto e depresso, ma in fondo le droghe non erano altro che un amplificatore dell’anima: Victor era davvero asciutto e depresso. Ma aveva ragione, Olivia lo sapeva benissimo, anche se quella certezza era una porta segreta che non aveva mai voluto aprire. Per questo motivo era diventata amica di Victor, perché sapeva che prima o poi lui le avrebbe mostrato la verità, the whole big, fat nothing.
– Victor stai delirando, voglio solo tornare a casa adesso -.
Tornarono indietro quel giorno stesso, dopo nemmeno due ore di sosta.

Dopo quella notte non provarono più ad uscire dai confini, per i seguenti cinque anni restarono a Londra, tra la prima e la terza zona, e diamine se era una prigione. Olivia si innamorò di un certo Stan da Manchester. Provò la convivenza e non le piacque, a malapena lo capiva quando parlava. Victor si fece arrestare ancora per motivi ogni volta diversi. Conobbe una donna molto più grande di lui con il quale condivideva il disprezzo per la vita, una ragazza giovane non lo avrebbe mai assecondato nel suo nichilismo così precoce. Dopo pochi mesi lei scoprì di volere un figlio: si alzò una mattina e chiese a Victor di metterla incinta. Lui la cacciò di casa, dimenticandosi che quella non era casa sua. Alla fine dei conti finirono insieme, sotto lo stesso tetto, Olivia e Victor, a parlare di soldi, di animali allo zoo, di cibo in scatola, di film porno, di droghe leggere, di arte contemporanea, di musica techno, di giornalismo scaltro, di donne morte, di dittature e di stronzi.

Victor adesso lavorava per una ditta italiana che faceva consegne nei ristoranti, anche se non si sa bene come gli avessero concesso la licenza per guidare un minivan. La lingua lo aveva di certo avvantaggiato, perché in qualche modo riusciva a cavarsela bene quando qualcuno si lamentava. Lo usavano come scudo per i complaints, faceva le consegne e rispondeva bene alle minacce. Per lui quello era un lavoro perfetto, se ne stava tutto il giorno da solo a fumare sigarette dentro un ammasso di ferraglia. Passava gran parte del turno di lavoro senza toccare la terra con i piedi e in un certo senso si sentiva un privilegiato. Vedeva gli altri sotto di lui camminare in fila indiana per prendere l’autobus, per prelevare cash, per fermare un taxi, per pisciare dietro un angolo, per entrare alle poste, per sparire dentro una banca. Si quello era un lavoro da illuminati come lui: “Fuck the system”.
Olivia continuava a lavorare nei club, nei pub, nei bar. Ovunque ci fossero persone, ovunque ci fosse promiscuità e noncuranza. La folla la tranquillizzava, non si sentiva sola e poteva vedere il peggio degli altri, per accettare il suo.

Quella notte di febbraio Olivia e Victor si erano trovati a casa. Non capitava quasi mai di avere gli stessi orari. S’incontrarono sul pianerottolo, che coincidenza. Stranamente non avevano nulla di cui parlare. Eppure c’era un elefante rosa nel soggiorno. – Hey Vic? Are you sure you got nothing to say to me?-. No, non aveva nulla da dirle, se non che alla caffettiera si era di nuovo bruciato il manico di plastica. – You know Vic, you’re just a useless piece of shit, I don’t know why I still hang out with you -. Victor non si era offeso, non era la prima volta che lei lo chiamava pezzo di merda. Gli aveva anche detto che era inutile, stronzate. Però voleva mostrarle perché usciva ancora con lui, perché gli era ancora amica. La prese per un braccio e la portò di sopra, in mansarda. C’era puzza di curry e cocaina.
– Andiamo, porta il culo fuori, andiamo sui tetti -. Mentre si trascinavano oltre la finestra Olivia aveva già perdonato Victor per la dimenticanza. Passarono attraverso la terrazza de Il Forno, sopra Nando’s, dove ancora si sentiva l’odore di pollo sbruciacchiato, passarono attraverso gli impianti di areazione del Dim T, il loro ristorante cinese preferito per quando avevano due soldi in tasca. Più avanti ancora riconobbero sotto di loro l’insegna verde di quel locale brasiliano, dove servivano cuore di gallina o altri organi bolliti. Wilton Road era piena zeppa di ristoranti, vivevano in mezzo al cibo e ai rifiuti. Dopo aver scavalcato l’ultimo tetto arrivarono al confine, al bordo. Come quando erano nel Kent. – Ecco Olivia, this is why you hang out with me -. Victor stava superando il limite, aveva già un piede sul bordo del muretto, oltre l’inutile sbarra di ferro che recintava tutto il perimetro. Quel sorriso che Olivia non riusciva a comprendere somigliava ad una smorfia di dolore, come un mal di denti o un calcolo renale. Anche Olivia si sporse leggermente e si accorse che quella era Warwick Way, ne avevano saltati di caminetti. Victor si reggeva a malapena in piedi, non gli era passata la sbronza ed era ancora fatto come un cavallo.
– Tanti auguri, Olivia! – Finalmente qualcosa di sensato: era davvero il compleanno di Olivia.
Happy birthday to you! – L’altro piede era già sul cornicione. Il sorriso mostrava i denti spezzati e tutte le vertigini di una vita passata al confine, al bordo. – Olivia, ora mi ammazzo -.
Questo era il motivo. La morte lei non l’aveva mai vista, nemmeno ci pensava ma sapeva che quella fregatura le sarebbe toccata, come a tutti quanti. – This is why, Olivia: io sono la cosa più vicina che hai alla realtà -.
Era vero, Victor era come un allarme per lei, una voce costante che le ricordava che prima o poi sarebbe finito tutto: quel big, fat nothing era intorno a lei, era in ogni cosa e tutto sarebbe imploso in uno straziante gemito universale, era solo questione di tempo. Victor aveva ragione. Voleva ammazzarsi davvero, farla finita o forse era solo quello schifo che gli girava nel sangue. – You know what, Vic? You could certainly kill yourself. Potresti saltare adesso, spaccarti l’ osso del collo sopra quel bidone rosso e nessuno noterebbe nemmeno il tuo sangue -. Olivia sapeva essere così stronza che anche Victor a volte ne restava terrificato e affascinato allo stesso tempo. Non sarebbe mai saltato giù. Prese Olivia per la mano di nuovo, quella donna era così diversa da lui. – Hey Victor, you are the most incredible idiot that I ever met -.
Tornarono a casa, attraverso tutti i camini di Warwick Way, fino a Wilton Road. La mattina era appena cominciata e loro non avevano sonno, c’era ancora molto di cui parlare. Le risse dei neri a Peckham, i francesi spocchiosi del pub vicino la metro di Earl’ 冱 Court, Amy Winehouse, l’orribile accento dei tassisti indiani, gli squotter di Hackney, tutti i polacchi rabbiosi a mangiare carne al Café 1001, le nere ciccione che sputano in metro, i poliziotti e quelle merde dei buttafuori, Starbucks, Sotheby’s, Putney Bridge e tutti i ponti di quella città che prima o poi avrebbe finito gli argomenti.
Oppure no.

Olivia + Victor, un racconto di B. Bendinelli || Street Stories

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