Né Kafka né pesce, un racconto di S. De Luca || Street Stories

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Né Kafka né pesce

di Sabrina De Luca

Illustrazione di Marcho

Non posso raccontarvi della mia infanzia perché sono nata a ventotto anni e non ne avrò mai ventinove. Tutto ciò è sempre apparso abbastanza curioso ai miei genitori, che un giorno mi hanno semplicemente trovato in camera a guardare il computer, tra i poster e le foto di momenti che non ricordo di aver vissuto.

Dei libri che riempiono gli scaffali non saprei dirvi granché, ma sono lì e non mi dispiacciono. Spesso li guardo e a volte li tocco, variano dai dodici ai ventuno centimetri di altezza e quotidianamente li riallineo per mantenere quel certo tipo di ordine che aiuta a riflettere meglio. La riflessione e la consapevolezza migliorano in genere il tenore di vita, sia essa breve, mediamente breve o inequivocabilmente impossibile.
Quasi sempre mi esprimo a gesti e riconosco una certa utilità al pollice opponibile, detto anche primo dito.
Una volta ho sognato di svegliarmi scarafaggio: tutto si svolgeva nella massima naturalezza, nessun tipo di ansia mi costringeva ed era molto bello vedere tutto da una prospettiva diversa. Per l’intero sogno ho osservato la gamba di una scrivania: era di legno di cipresso, le cui caratteristiche sono quelle di essere un legno versatile e prezioso per soddisfare le molteplici esigenze della vita umana, ma ero scarafaggio perciò non ho compreso la sua eccellenza. Ho solo tentato di salirci, non sapevo che la mia struttura non me lo avrebbe permesso, ma io ci ho provato ugualmente e mi sono capovolta sul dorso, e così sono rimasta per il resto del sogno, un segmento di tempo indefinibile, all’incirca quaranta secondi. Lì distesa sulla schiena stavo abbastanza bene e muovevo le zampe per tenermi in forma; siccome non potevo più osservare il legno di cipresso mi sono messa a guardare una macchia nera, che via via focalizzavo e strutturavo. Alla fine del sogno ricordo di aver capito che era la linea dei pavimenti, quella linea che divide una mattonella dall’altra, una cosa abbastanza comune.
Quando poi mi sono svegliata ho accusato un qualche tipo di mancanza, o di assoluta assenza. Penso di aver sofferto di sindrome del sogno fantasma, la visione onirica ha continuato nonostante la sua interruzione.
Del mondo ne so abbastanza, sono abbastanza nella media, la mia vita è abbastanza comune, sto abbastanza bene. Abbastanza, che vuol dire quanto basta, come dicono nelle ricette. Sto bene come il sale e il pepe in una ricetta qualunque.

Sono un’acuta osservatrice: osservo molto e osservo bene, soprattutto osservo tutto ciò che mi circonda: scrivania, libri a scaffale, scaffale, pareti, scritte sulle pareti… in modo particolare una che recita Niente trucchi da quattro soldi, firmato, Carver.
Ciò nonostante, non so cosa siano i trucchi né i soldi, ma so che quattro significa tre più uno, nel nostro sistema numerico; nel nostro sistema alfanumerico, invece, sono comprese le lettere latine dalla a alla zeta, oltre ai numeri arabi dall’uno al nove. Quattro è nella media, cioè, abbastanza nella media, quanto basta nella media, nella media della media, perché è più o meno a metà. Le lettere invece servono per scrivere, mentre per parlare bastano i pensieri, una lingua e i denti.
Gli umani, cioè anche io quando non sogno, hanno molti denti (trentadue per l’esattezza) e se per ridere si usano tutti, allora si dirà che si è fatto un sorriso a trentadue denti, nozione a dir poco imprecisa, perché comunque non si vedono tutti, ma abbastanza.
È comunque un problema che non mi riguarda visto che di solito non rido, ma mantengo un’ espressione che non dice granché. L’hanno definita una mezza espressione, sarebbe a dire un’espres.
Né carne, né pesce, nénné.
Principalmente passo il mio tempo davanti al computer a riflettere sulle mezze frasi firmate da questi autori che conosco un po’ si e un po’ no, con le mie solite mezze espres che mi rendono una persona abbastanza generica. Un po’ come i farmaci generici, che sono tutti uguali, ma cambia il nome. Certe volte mi sento come l’involucro di quelle pasticche.

Non mi dispiace riflettere sui prezzi in calo di fine stagione e sulle offerte da nove euro e novantanove, che sono quasi dieci ma soprattutto nove. Penso al centesimo che fa la differenza, a volte cose molto piccole e molto inutili fanno cambiare idea alle persone.
Io, l’unica volta che ho cambiato idea, è stata quando ho pensato che forse era meglio cambiare e invece poi era meglio di no. Basta cambiare anche pochissimo e poi uno non sa più chi è. Con un solo centesimo ci si ritrova completamente diversi.
Perciò è sempre bene mantenersi costanti nel niente, come la linea dei pavimenti o un encefalogramma piatto. Mica ci si aspetta niente da un encefalogramma piatto, al massimo si osserva, e a me, come già vi ho detto, piace osservare.

Una volta mi hanno detto che sono come un arcobaleno visto da una classe di daltonici, che non so bene che vuol dire, ma gli arcobaleni sono carini, mi pare. Linee di niente nel mezzo al cielo.
Comunque, aldilà di quello che le persone dicono o non dicono, continuo a starmene buona buona nella mia stanza senza troppo vantarmi dei miei appellativi. Ascolto ogni cosa, non sudo mai. Sono anche specializzata nelle false partenze. Si può falsamente partire in molte occasioni. Mi piace preparare le valige per andare da nessuna parte, le faccio e rimangono lì, a farmi compagnia. In molti potranno pensare che non faccio mai niente, ma io guardo i vestiti prescelti per un clima inesistente e penso “Però! Che bella valigia!”.
E mentre la gente chiede il permesso per fare le cose, io chiedo il permesso di non farle, o di farle così così, a sufficienza diciamo, perché la sufficienza è sufficiente. Adeguata, abbastanza soddisfacente, proporzionata al bisogno.

Vivo nel mondo del quanto basta, parimenti conosciuto come mondo dell’abbastanza, in cui non si fa mai né troppo, né troppo poco. Ho la sindrome della vita fantasma.

Né Kafka né pesce, un racconto di S. De Luca || Street Stories

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