Di mostri e persone, un racconto di N. Casucci || Street Stories

Di mostri e persone

di Nicola Casucci

Illustrazione di Poski

1. Poco prima dell’epilogo

Roby e Sara sono in piedi nella taverna di Sara: mura in pietra e un piccolo arco centrale a dividere la zona cantina (vini di media qualità, disposti secondo le gradazioni di colore delle etichette) dalla zona relax (un divanetto scolorito trovato al mercatino delle pulci). Per l’occasione un tavolo da picnic pieghevole è sistemato, aperto, esattamente sotto l’arco. Sopra il tavolo, Roby dispone il kit di dissezione comprato la settimana prima sul web. Sara lo guarda con l’aria perplessa e preoccupata che tiene su ormai da un mese. A sentire Rachele, in realtà, quell’aria sospettosa Sara l’ha adottata da quando Roby è andato a vivere da lei, esattamente un anno fa.
«Roby, secondo me…» Sara non dice mai niente d’istinto, rimugina a lungo per trovare le parole giuste al momento giusto, «questa è una cazzata grande come una casa».
«Sarina cara» Roby al contrario difficilmente si ferma a pensare prima di aprire bocca. «Cazzata o no, ormai siamo qua, io e te, ed è giusto che andiamo fino in fondo. Giusto… il concetto di giustizia forse non è il più adatto a descrivere ciò che stiamo per fare: ma ormai non possiamo tirarci indietro».
Sara si porta entrambe le mani sul viso, le distende sulle guance come a voler impersonare L’urlo di Munch. Crede che stringendosi il volto tra le mani potrà impedire al suo corpo di percepire le vibrazioni della voce di Roby. “Non ricominciare con la solita storia”, lo pensa e basta, Sara, mentre strizza forte gli occhi. Roby accarezza due piccoli bisturi monouso e li estrae dall’astuccio che odora di plastica.
«Questa è la nostra opportunità di eliminare una volta per tutte i nostri demoni. Dico nostri in senso lato, inteso come dell’umanità intera. Tutto inizierà qui, in questo scantinato. Poi altri ci seguiranno, e insieme ci libereremo di ciò che ci opprime».
“Smettila, ti scongiuro”, Sara pensa sempre più forte. Le mani ora scendono a coprire la bocca, nella speranza che, con effetto speculare, stesso destino tocchi alla bocca di Roby. Lui non stacca gli occhi dagli attrezzi in acciaio che ha estratto e disposto occupando metà del tavolo.
«Non è né una teoria new age né chissà quale complotto malato. Prendi Rachele, che faceva tutte quelle battute idiote e poi… lo sai meglio di me come si è ridotta. Ha confermato ciò che dico da sempre, ciò che osservo nelle persone quotidianamente. Le vedo ricurve, con la schiena messa a dura prova da un peso che non è solo frutto della gravità. È un peso che le piega in tutte le direzioni, che spinge soprattutto dall’interno verso l’esterno. Non come diceva Rachele, che voleva convinc…»
«Basta con Rachele, cristo santo!» Sara non avrebbe voluto interrompere quel flusso di coscienza, sa bene cosa rischia. Ma più di ogni altra cosa sa che mai e poi mai deve pronunciare la domanda che le sta salendo dal petto. Quella che adesso raggiunge la gola e che, nonostante le deglutizioni, arriva a far vibrare le corde vocali: «E Stego, allora?»
Roby, ammutolito, alza finalmente la testa dai suoi attrezzi. La cerca con lo sguardo, vuole capire se c’è cattiveria in quella domanda o se è solo una reazione allo stress del momento. Lei è ferma, in piedi, braccia incrociate sul petto, occhi fissi su una pietra sporgente a metà taverna. Roby decide che una litigata è l’ultima cosa di cui c’è bisogno. «Stego è un’altra storia, lo sai bene. Comunque scusami, mi sono lasciato trascinare, e… hai ragione: Rachele non c’entra niente». Roby usa un tono accondiscendente, non può permettersi di far scappare pure Sara. Non ora. Domani, magari. Si alza in piedi, le si avvicina, e con una mossa da manuale di comunicazione persuasiva da quattro soldi le poggia dolcemente una mano sulla spalla. Sara non sembra impressionata. «Io ti capisco. Lo capisco, Roby, quello che dici. Davvero! Ma io…» c’è una pausa che Roby percepisce come un colpo di teatro ma che per Sara è un colpo al cuore, «io sono stanca».

2. Rachele

Mi chiedo come potevo essere amica di quei tipi là. No… forse è ingiusto nei loro confronti. In fondo gli volevo bene. A Sara e a Stego soprattutto. Ma anche a Roby, siamo cresciuti insieme. Poi, davvero, non so dire cosa gli sia successo. Di punto in bianco ha sviluppato questa teoria per cui così come i mali della società ci vengono inoculati (chissà come), allo stesso modo possiamo estirparli da noi stessi. Una teoria che in lui era diventata una fissa, declinata sul piano fisico per giunta. Mi faceva paura: vedeva in tutte le persone la presenza dei «germi della società». Li chiamava proprio così, lo ricordo bene. Guarda la schiena di Tizio come è deforme. Guarda i bozzi che si intravedono sulla schiena di Caio. Era ossessionato, cazzo… si era convinto che la forma della schiena fosse modulata dalle spinte dei demoni che ognuno ha dentro di sé. Porca puttana, solo a dirlo a voce alta mi sento una scema. Questa cosa su Stego ha avuto un impatto devastante. Con me, invece, Roby tagliò ogni rapporto per colpa di quel cazzo di lavoro da Gucci; e per la smania di fare carriera che mi vedeva addosso. Me lo vedeva nei movimenti della schiena, diceva. Diocristo, era un incubo. Il patatrac avvenne con la mia promozione: una botta di culo dovuta al trasferimento in Cina di un mio superiore e alla gravidanza contemporanea di due colleghe. Secondo lui quell’avvenimento mi aveva trasformata in una… aspetta, ecco: «crumira delatrice che asseconda le voglie del capo per sopravanzare il prossimo». Me le sono scritte, sono le parole esatte pronunciate da Roby. Ci ho pianto per mesi. Cosa cazzo dovevo fare? Avrei dovuto licenziarmi per colpa di un avanzamento di carriera? Su che base, poi? Sulle linee e i bozzi della mia schiena? Finché non scopro come si riesce a campare senza lavorare, vaffanculo a Roby e alla sua cazzo di teoria.

3. Stego

Mi chiamano tutti Stego perché ho la schiena come quella di uno stegosauro: un po’ appuntita, con tante piccole creste formate dalle spine delle vertebre troppo in evidenza, per colpa della mia magrezza. Io posso dire di essere il più debole del gruppo. O forse è quel periodo che me lo ha fatto credere. Intendo il periodo in cui Roby se ne uscì con la sua stramba teoria, quella dei demoni interiori che ti deformano la schiena, spingendola in fuori in un tentativo violento di modellarti a loro immagine e somiglianza. Che poi è coinciso col periodo in cui l’unica cosa di cui avevo bisogno era una realtà diversa da quella in cui vivevo. Non lo so se ci credevo, a ciò che diceva Roby. Forse, in qualche modo, ci speravo. Ecco, la speranza: lei mi ha fregato. Fatto sta che ho provato a mettere in pratica la conclusione di quella bizzarra teoria, la cosiddetta ‘soluzione finale’. Con un taglierino da cartoleria, sterilizzato alla bell’e meglio sul fornello in cucina, mi sono fatto un taglio lungo tutta la colonna vertebrale, poco profondo ma abbastanza da creare un piccolo risvolto di pelle e sangue. Ci sono riuscito solo perché ero fattissimo. Non solo quella volta: lo ero sempre. Era una necessità: bere e calarmi di tutto per plasmare il mondo esterno al personaggio deforme che mi sentivo d’essere. Comunque, per la storia degli sfregi sulla schiena (che è andata avanti un bel po’) non incolpo Roby. Anzi. Chiacchierare con lui mi ha sollevato dal peso di essere l’unico con un mostro che gli scava sul dorso. Come ne sono uscito? E chi ha mai detto che ce l’abbia fatta? Sono morto un anno fa. Mi hanno trovato disteso nel salotto della casa al mare dei miei. Dicono che sono morto dissanguato, pieno di tagli profondi. Ma ero morto già da molto tempo.

4. Sara

Ogni volta che devo rivelare chi sono e come sono arrivata fin qua, mi irrigidisco. Ho un’unica certezza, che dice molto sul mio conto: per raccontare di me dovrei parlare innanzitutto di Roby. Per il resto meglio interpellare gli altri, anche riguardo alla storia dei parassiti che vivono in simbiosi col nostro corpo per piegarlo alla loro volontà. Io cosa posso aggiungere? Se sto con Roby è perché di lui mi fido, gli voglio bene e… non è poi così male. Lo so, ormai l’ho capito, lui con me si comporta più come uno scienziato con la cavia che come un amante con l’amata. È il suo modo di applicare su di me la sua teoria demonocentrica. Non me l’ha mai detto esplicitamente, ma sono sicura che ai suoi occhi la mia schiena si deforma ogni volta che accondiscendo ai suoi desideri o sono succube dei suoi modi di fare. Ma mi va bene così. Più o meno. Come andrà a finire non lo so. Forse nemmeno finisce. Magari non è mai iniziata.

5. Epilogo

Roby è seduto a torso nudo sulla sedia di fronte al tavolo da picnic. Si piega in avanti, appoggiando torace e addome, scoperti, sulla metà del tavolo libera dagli attrezzi da dissezione. «Devi solo seguire le indicazioni che abbiamo scritto ieri». Sara sfoglia le pagine di un quaderno in cui si susseguono disegni anatomici elementari e didascalie piene di imperativi. Senza dire niente, immerge un pugno di cotone nella bacinella col disinfettante. Lascia gocciolare quello in eccesso e strofina forte sulla schiena di Roby, seguendo la linea della colonna vertebrale. Posa il cotone sul tavolo e prende un bisturi monouso. Roby muove appena il collo per incrociare gli occhi di Sara. Lei impugna con decisione il bisturi e non stacca lo sguardo dalla linea creata dalle vertebre di Roby. Adagia dolcemente la lama sulla sporgenza di una vertebra cervicale. Senza premere, la fa scorrere dritta fino all’ultima delle vertebre lombari. Sulla schiena compare una sottile linea rossa, come se invece della lama d’acciaio Sara avesse usato un pennarello. Roby tossisce piano. «Vai fino in fondo». Sara torna al punto di partenza. Poggia il bisturi all’inizio della linea rossa ed esercita una piccola pressione. La lama è risucchiata nella carne come un coltello nel burro. Il corpo di Roby si scuote di un tremito involontario. «Brava. Affonda bene». La mano di Sara è ferma come non si sarebbe mai aspettata. Prende fiato e inizia la discesa del bisturi lungo la schiena. Il percorso dell’attrezzo d’acciaio lascia dietro di sé una scia di liquido rosso vivido e poi biancastro e poi nero. Roby si agita e Sara è costretta a fermarsi a metà, sulle vertebre toraciche. Il sangue invade piano tutta la parte superiore della schiena e scivola sui fianchi. I due lembi della ferita si allargano verso l’esterno. Mentre il flusso di fluidi sanguigni continua imperterrito, Sara vede distintamente piccole nuvole grigio scure uscire dal taglio. Un odore di cenere invade la stanza. Il fumo insiste e si fa più denso. Prende forme umanoidi. «Ci siamo riusciti? Sara! Stanno uscendo?», la voce di Roby è intermittente. Sara poggia il bisturi insanguinato sul tavolo. Si piega in avanti per riuscire a guardarlo negli occhi. «Sì, ci sei riuscito». Il profilo fumoso sembra sorriderle. Forse la ringrazia per il suo ruolo di cavia. «Ora però alzati da qui e vattene».

6. Roby

Il taglio ha funzionato, e Sara mi ha sbattuto in strada. I demoni in fumo uscivano copiosi, mi roteavano sul viso cercando di rientrare dal naso e dalla bocca. Li ho respirati e tossiti via. Ma ero senza forze, e mi hanno trascinato dove volevano loro… fino a qui: al cimitero monumentale. Di fronte c’è una vigna enorme con un capanno per attrezzi e trattori: dormo qua da qualche mese, ormai. Con pochi accorgimenti riesco a essere praticamente invisibile, e la mattina presto sono già di ritorno al cimitero. Dentro, nell’ala est, c’è il mausoleo della famiglia Calzanti. Il più giovane ad esser seppellito lì è Roberto Calzanti: Stego, per gli amici. Non passa giorno che non ci pensi. Cazzo. I miei demoni lo sapevano bene quando mi hanno guidato fin qui. Rivedo anche Sara, in carne e ossa. Dice che viene per Stego, lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Non mi guarda neanche più in faccia, ma ha preso l’abitudine di lasciarmi scorte di cibo in scatola ogni volta che passa di qua: non lo fa per piacere, immagino che sia un gesto guidato inconsapevolmente dalle spinte degli esseri intrappolati dentro di lei. Rachele non so che fine abbia fatto. Ogni volta che vedo una signora con figli al seguito, trascinati a salutare un nonno che non hanno mai conosciuto, so che potrebbe essere lei. Rientrerebbe nel suo personaggio: autoritaria e accondiscendente verso le tradizioni. Io, invece, cosa ci faccio veramente qua dentro? È complicato da spiegare. Mentre i demoni mi stavano abbandonando ho avuto paura di restare solo, credo. Alla prima occasione, con gli sbuffi di fumo ormai al termine, ho ceduto. Mi è capitato a tiro un poveraccio, l’ho bloccato, gli ho vomitato addosso tutta la storia e gli ho proposto di sottoporsi alla ‘soluzione finale’. Non aveva niente da perdere, o forse nemmeno ha capito ciò che gli ho detto. Ho deciso io per lui. Così, mentre incidevo la schiena di uno sconosciuto, il taglio sulla mia si andava gonfiando di un’iniezione vitale di ego: eccolo, il mio demone, ora più denso che mai. Ed è così che vado avanti. Sono sempre in simbiosi coi miei mostri, ma stavolta sono io che tengo le redini. Ogni nuova incisione mi carica di fumo grigio e spesso che dura due-tre giorni. Quando ho espulso quasi tutto, e rischio di essere libero per sempre, ecco che sono pronto a trovare qualcuno da salvare dai suoi malesseri.

Di mostri e persone, un racconto di N. Casucci || Street Stories

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su