Mitocondri, un racconto di P. Zardi || Street Stories ||Three Faces

Mitocondri, un racconto di P. Zardi || Street Stories


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Mitocondri

di Paolo Zardi

Illustrazione di Stefania Venuti

Ispirato dal Canto XI del Purgatorio

Io e mia moglie vivevamo, senza figli, lungo le mura del primo centro storico, in uno stato di vaga, squilibrata irresolutezza: le finestre della cucina guardavano il Duomo, quelle del salotto si affacciavano sull’ampia plaga della cintura urbana. Mia moglie, che insegnava all’Università, andava al lavoro a piedi; io, invece, aspettavo il pullman sotto un platano maculato, dal quale, in autunno, si staccavano foglie grandi come pagine di giornale; percorrevo, poi, una decina di chilometri a una velocità che cresceva all’affievolirsi del traffico, assistendo impassibile alla dissoluzione della città. Lungo i bordi della strada, oltre i campi arati, scorgevo agglomerati di case, microscopici villaggi, quartieri in via di definizione, e quando tornavo a casa la sera, nel buio dell’inverno, le lucette lontane mi ricordavano le pallide costellazioni che si affollano ai margini delle galassie; poi lei decise di entrare in politica.


Divenne consigliere comunale, e venne scelta come assessore – a cena, nella cucina rivolta verso il centro della città, parlavamo dei progetti che seguiva nel campo del sociale, di piani regolatori, di trasporto pubblico e zone pedonali. Da sindaco, un anno dopo, si era occupata di istruzione, campi nomadi, assistenza agli anziani. Aveva fatto una rapida carriera. Al lavoro mi domandavano di lei. Fu chiamata alla segreteria nazionale del partito: il martedì mattina prendeva il treno per la capitale e tornava il giovedì sera. La aspettavo al binario cinque, le prime volte perfino con un mazzo di fiori; mentre era lontana, ci sentivamo al telefono e mi raccontava retroscena politici e aneddoti gustosi su colleghi e avversari; qualche volta mi capitava di vederla al telegiornale – rilasciava dichiarazioni – e leggevo le sue interviste online. Il fine settimana, per rilassarci, inforcavamo le biciclette e andavamo a pedalare lungo gli argini; talvolta qualcuno la riconosceva e sulle idee politiche prevaleva sempre l’ammirazione per chi ha raggiunto una qualche forma di fama. Parlavamo di strategie; lei apprezzava il mio punto di vista perché, diceva, rappresentava il punto di vista dell’uomo qualunque: ero, per lei, la pancia del Paese. Aveva obiettivi chiari che perseguiva con lucidità. Sosteneva di non essere interessata al potere: le stava al cuore il bene del Paese – io guardavo il fumetto che si formava davanti alle sue labbra nell’aria fredda della domenica mattina e mi domandavo fino a dove sarebbe potuta arrivare.

Divenne Presidente del Consiglio. Poiché era la prima donna della storia a occupare questa posizione, ricevetti anch’io l’attenzione, presto opprimente, dei media. Ai margini di un campo incolto che si stendeva di fronte al lato meridionale dello stabile occupato dall’azienda per la quale lavoravo, tutte le mattine sostavano giornalisti e curiosi. Da principio, per educazione e vanità, rispondevo all’unica domanda che mi veniva posta con formule sempre differenti: “Com’è essere il marito del primo ministro?”

Ero la prima First Lady con la barba. Ma avevo un lavoro, dei colleghi, una vita mia, anche se qualcosa era cambiato: ora nel pullman salivano una fermata prima della mia, e scendevano dopo di me, tre uomini che si davano il turno; avevo un numero di telefono per le emergenze; se cambiavo orario, dovevo avvertire. Non mi licenziai e mia moglie non me lo chiese. Con il tempo, tuttavia, capii che non potevo sottrarmi a certi eventi pubblici; le avrei fatto un torto a rimanere a casa. Nelle prime foto comparivo con un viso mogio, fino al secondo G8, quando, in una visita turistica organizzata per le mogli dei presidenti, mi innamorai, ricambiato, della bellissima moglie del primo ministro di un Paese confinante.

Eravamo andati a vedere una serie di laghi incantevoli, sotto un cielo pieno di luce. Ci eravamo spostati con un pullman carico di guide, interpreti e guardie del corpo. I nostri posti ci furono assegnati dal caso: io e lei vicini, e subito iniziammo a parlare con una confidenza inaspettata. Durante quella lunga giornata condividemmo le aspirazioni che avevamo dovuto abbandonare, e recriminammo sul ruolo ingrato che ci era stato assegnato. Il mio lavoro, avrei dovuto ammetterlo, non mi stava portando da nessuna parte: la carriera che avevo davanti era quella che accompagnava ogni tecnico informatico verso la pensione, con piccoli scatti di anzianità, un impercettibile crescendo di responsabilità e poi l’inevitabile discesa verso mansioni poco impegnative; tuttavia, da quando mia moglie era diventata Presidente del Consiglio, mi era stata preclusa perfino la possibilità di pensare che le cose, quelle che mi riguardavano, avrebbero mai potuto prendere una piega differente. Per la mia amante era diverso. Era stata console in un Paese straniero e aveva fatto parte dei consigli di amministrazione di diverse società di Stato. Ora, poiché sulla loro coppia presidenziale gravava il rischio del conflitto di interessi, aveva dovuto lasciare tutto, abdicare, ritirarsi a quella vita privata. Nessuno dei due esprimeva il proprio risentimento in modo compiuto; però entrambi covavamo dentro un piccolo desiderio di rivalsa.

Parlammo per tutta la giornata. Quando poi, nel pomeriggio, vicino a una cascata vedemmo due uccelli impegnati in un complicatissimo corteggiamento, allora la sua mano sfiorò la mia e io ebbi un piccolo fremito. Quando rientrammo nel residence nel quale ci aspettavano i mariti e mia moglie avevamo capito che era successo qualcosa di irreversibile, e di impossibile.

L’attesa degli eventi internazionali era fonte di ansia continua; e quando finalmente succedeva che i primi ministri dei Paesi si incontrassero, allora, appena riuscivamo a sfuggire allo sguardo dei nostri ingombranti controllori, ci abbracciavamo e ci baciavamo e piangevamo, talvolta per la commozione di essere di nuovo insieme, talvolta per la disperata situazione in cui ci trovavamo. Ci sentivamo come due quindicenni impegnati in quel genere di amore reso grande dagli ostacoli; allo stesso tempo, eravamo come bambini che i genitori si portavano dietro a una cena ufficiale, e che poi sotto i tavoli, portavano avanti una conversazione parallela e misteriosa.

Poiché immaginavamo che le nostre comunicazioni fossero sottoposte a qualche forma di controllo sviluppammo un linguaggio segreto nel quale ogni cosa ne significava un’altra. Seguivamo da lontano, ma con attenzione, gli sviluppi delle crisi politiche che ciclicamente complicavano le vite delle nostre rispettive nazioni. Sapevamo che i nostri destini, la possibilità di vederci ancora una volta, in luoghi sempre straordinariamente belli, dipendevano dal successo politico dei nostri coniugi; ma se da un lato mi risultava facile sostenere le idee di mia moglie, dall’altro la politica del marito della mia amante, aveva tratti che ritenevo agghiaccianti. Una volta avevo provato a parlarne con lei, per capire come la pensasse, quale fosse la sua opinione in merito. Mi disse che non erano affari suoi; nondimeno, non potevo non considerare, nell’immagine che avevo di lei, quel dettaglio. A me stesso raccontavo che si era innamorata di quell’uomo per errore, o senza considerarne alcune caratteristiche che sarebbero diventate rilevanti con il tempo; anch’io quando avevo scelto la donna che avrei sposato non potevo immaginare che un giorno sarebbe salita così in alto nella gerarchia del potere. Ma lei non si era mai dissociata, né pubblicamente, né nelle chiacchierate sottovoce che facevamo sotto un albero, o in riva a un lago, a distanza di sicurezza dalle guardie che si occupavano di noi. Le nostre vite, comunque, erano cambiate, ed eravamo stati travolti da quei cambiamenti delle regole che informavano le nostre giornate, e quei weekend di potere dove noi (io e le mogli dei premier) trascorrevamo insieme un tempo sospeso.

Andò avanti così per un anno, e mentre i rapporti tra i nostri Stati andavano deteriorandosi, la distanza forzata donava a quel sentimento imperfetto, e per forza di cose incompiuto, una potenza ineguagliabile: la amavo alla follia, anche se non avrei saputo dire perché. Decidemmo, infine, che avremmo rivelato al mondo il sentimento che ci univa. Aspettammo il successivo G8 con impazienza. Il viaggio in aereo fu lungo e turbolento. Nei giorni precedenti, mia moglie aveva smesso di guardarmi: qualcosa la impensieriva. Forse, mi dissi, aveva intuito quello che stava per succedere. Vidi la mia amante appena arrivato ed ebbi un tuffo al cuore: era straordinariamente bella. Cenammo tutti insieme – suo marito, brillante come sempre, era al centro dell’attenzione, con il solito profluvio di battute in tutte le lingue e portamento imponente; mia moglie, silenziosa, pareva goffa in modo irrimediabile. La mattina successiva ci fu la gita per le first ladies. Visitammo la città; sporgendomi dalla cima al campanile di una chiesa – da là si vedeva il centro ordinato. Pensai per un attimo a casa mia, al suo essere in bilico tra due mondi. Ci sfiorammo le mani tutto il tempo. Il pomeriggio tornammo nel residence. In camera, da solo, fremente per la giornata passata insieme, accesi il televisore. C’era mia moglie che parlava; il titolo che scorreva sotto faceva riferimento al discorso che aveva pronunciato poche ore prima, e che segnava un passo irreversibile nelle relazioni tra i due Stati. Lo ascoltai poco dopo, seduto sul bordo del letto.

Viviamo in tempi difficili. I nostri popoli chiedono risposte forti a problemi complessi. Più di qualche volta ci è sembrato di essere in pericolo, sotto l’assedio tumultuoso della folla che preme alle porte della nostra oasi di benessere e serenità; e più di qualche volta la nostra reazione è stata pratica, concreta, per quanto ruvida. Le mura che per secoli sono state erette attorno alle città sono l’espressione più limpida dello sforzo instancabile dell’uomo di garantire un futuro sicuro ai propri figli. E chi difende il proprio popolo, finisce sempre per essere visto come un eroe – perfino Stalin è considerato un buon patriota, a casa sua.

In questi mesi ci siamo confrontati più volte, nelle stanze della diplomazia dei nostri Paesi, alla ricerca di una strategia condivisa per gestire questo problema che pare centrale. Abbiamo valutato ogni possibile strada nel tentativo di fornire un’unica risposta. Ci abbiamo provato in tutti i modi. Oggi, però, il nostro Paese, che qui ho l’onore di rappresentare, ha deciso di fare un passo indietro e di sospendere, a tempo indeterminato, qualsiasi trattativa legata alla definizione di una linea comune: troppo profonde sono le differenze che ci separano.

Per anni ho insegnato Genetica all’Università. È una materia ostica, complicata; tuttavia, alcuni suoi concetti possono essere compresi anche da chi si occupa di tutt’altro – ad esempio da chi ha il compito di considerare il valore delle vite degli uomini e delle donne che, abbandonata la loro casa, si mettono in mare con la speranza di avere giorni migliori. Permettetemi, solo per un istante, di raccontarvi una storia che mi sta a cuore.

Nel nucleo di ogni nostra cellula, nel sottile filamento che determina ciò che siamo, è scritta la storia del percorso che ha portato a noi: mescolati tra di loro, ci sono i contributi delle innumerevoli persone che popolano l’albero genealogico del quale noi siamo l’ultimo frutto: ciascuno di noi è il risultato di combinazioni diverse, ed è questo che ci rende unici. Tuttavia, fuori dal nucleo, ospitiamo fin dal principio alcuni organelli cellulari, dotati anche loro di un DNA: sono i mitocondri, le centrali elettriche in grado di produrre energia. Senza di loro, nessuna cellula potrebbe vivere. Li abbiamo ereditati da nostra madre: i mitocondri degli spermatozoi non entrano nell’ovulo. Io, quindi, ho ricevuto i mitocondri da mia madre, che li ha ricevuti, uguali, dalla sua. Sono quasi arrivata alla fine della storia: mentre il DNA del nucleo è il frutto di infinite combinazioni, quello dei mitocondri viene trasmesso sempre uguale. Il DNA dei miei mitocondri è diverso da quello del signor primo ministro che ho qui accanto, ma esattamente uguale a quello di mia madre. Qualcuno ha iniziato a domandarsi quanto ampia sia la distanza tra i mitocondri ospitati nelle cellule degli esseri umani che popolano il mondo e, nel caso specifico, gentile primo ministro, in che momento il mio albero genealogico si sia separato dal suo. Il risultato è inequivocabile e sorprendente: io, lei, gli altri rappresentanti delle nazioni qui presenti, e le persone che popolano le nostre nazioni, i cui destini dipendono dalle nostre decisioni, e gli uomini e le donne che vivono in una iurta mongola, in un grattacielo di Tokyo, in una casa di lamiera ai margini di una metropoli africana, nelle favelas sudamericane e nelle case ordinate della provincia statunitense, tutti noi abbiamo una madre comune, una donna ben precisa, appartenente al genere homo sapiens. Gli scienziati la chiamano Eva mitocondriale. Viveva in qualche parte dell’Africa centomila anni fa. La discendenza di tutte le altre donne si è estinta. Che ci piaccia o no, siamo parenti in modo più stretto di quello che crediamo. E a me, personalmente, piace.

Un capo di Stato cura anche gli interessi del suo popolo; un capo di Stato garantisce anche migliori condizioni di vita per i cittadini che rappresenta. Prima di ogni cosa, però, la politica dovrebbe perseguire un’idea migliore di mondo. Settecento anni fa un mio connazionale, Dante Alighieri, incontrò, in uno dei gironi del Purgatorio, Ombretto Altobrandeschi: mentre spingeva un enorme masso per scontare la sua pena, quell’uomo, che durante la vita si era fatto guidare dalla superbia, pronunciò queste parole:

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn’uomo ebbi in despetto…

Come vede, gentile primo ministro, quest’uomo, che durante la vita ne aveva combinate di tutti i colori, aveva capito troppo tardi come stavano le cose. Io, invece, non voglio aspettare un tempo così lungo. È per questi motivi che il mio Paese non intende più ignorare il legame profondo che unisce tutte le persone che vivono su questo pianeta; la consapevolezza ci spinge a scegliere la strada più difficile perché è la più giusta. Da oggi, noi daremo asilo a chiunque ne farà richiesta.

La donna goffa della sera prima era tornata a essere la persona che avevo incontrato trent’anni prima, durante una marcia contro la Guerra del Golfo; era la donna che per anni era andata a dare una mano nelle mense dei poveri, senza chiedere nulla in cambio, quella che si domandava, alle assemblee di condominio, nelle sedute in Parlamento, in quelle riunioni tra i potenti del mondo, “Come si potrebbe fare meglio di così?”. Mentre io diventavo grigio davanti a un computer, e poi recriminavo sul destino che mi aveva piazzato accanto a una donna molto più potente di me, lei aveva sviluppato le migliori qualità degli esseri umani; io intrecciavo una relazione impossibile, e lei rimaneva ferma sui suoi principi. Non ero mai stato sicuro che esistesse un criterio per distinguere il bene dal male; tuttavia, sapevo che quel discorso usciva dalle labbra di una donna che aveva deciso di stare dalla parte giusta, a qualsiasi costo. E mentre con la mano asciugavo le lacrime che non riuscivo più a trattenere, improvvisamente mi fu chiaro che era ancora possibile scegliere; che la strada migliore non era per forza la più semplice. Mi alzai in piedi e mi affacciai alla finestra. Fuori, la città antica si stava facendo bella per la sera. In lontananza, si vedeva il luccicare ribollente delle periferie.

Ora sapevo dove volevo stare.

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