Minù, un racconto di L. Notarianni || Street Stories

Minù TESTA web

Minù

Un racconto di Luca Notarianni

Illustrazione di Rame13

 

Sono morto.
«Minù, è inutile che mi guardi così, sono morto».
Il gatto continua a fissarmi con lo sguardo vacuo.
«Piccola, non è che per morire bisogna per forza smettere di respirare, lo si può fare in diversi modi. E fidati, io sono morto».

Mi avvicino al gatto porgendoli il dorso della mano, aspettando che strusci la sua testolina pelosa per confortarmi un po’. Mi fissa per qualche secondo prima di andar via, evitando accuratamente ogni contatto con la mia mano. Stronza!
I gatti dovrebbero fare i colloqui di selezione. Almeno ti ignorerebbero e basta, e magari, per sbaglio, ogni tanto, qualcuno ti assumerebbe pure. Anche le persone che fanno i colloqui di selezione ti ignorano, ma hanno un unico e grande difetto: parlano. E quando parlano, riescono sempre a trovare la giusta parola per alimentare il demone della rassegnazione che cresce dentro di te.

Oggi la parola è stata: “hai poca esperienza”. Una delle più gettonate. Quando avevo ventitré anni, capitava spesso di sentirmi dire “hai poca esperienza”. Adesso ne ho trentaquattro e, beh, non è cambiato nulla. Credo che oggi il demone della rassegnazione abbia ottenuto un bel pasto con cui sfamarsi. Ho provato a spiegare che i due anni da pubblicitario in realtà fossero sei, che pagandomi in nero non potevo metterli sul curriculum, ma non ha funzionato.
«Insomma Minù, ho poca esperienza».

Come se il mio passato non fosse mai esistito. Sembra che io sia nato oggi, già grande, già fallito. Tutta la mia vita stracciata come un foglio di carta sul quale non c’è più spazio per scrivere.
Anni passati in un’azienda per poi essere buttato fuori per taglio del personale. Li avevo addestrati bene, visto che la pubblicità potevano farsela anche da soli. Io ero sacrificabile.
Anni passati a fare l’elettricista con zio, che però non mi poteva pagare sempre. D’altronde il lavoro era poco e, come diceva lui, i soldi restavano comunque in famiglia. Già! La sua famiglia.
Anni passati a fare stage di qualsiasi cosa: marketing, agente immobiliare, promoter. Per poi essere accantonato pochi mesi dopo, come un cellulare nuovo che per un periodo attira l’attenzione, prima che tutti si rendano conto che in realtà non vale un cazzo. Come quando ho fatto lo stage in “advertising consultant”.

«Minù, tu lo sai dire advertising consultant?» Il gatto mi guarda come se fossi scemo, giustamente.
L’advertising consultant è quello che facevo io: il pubblicitario. Finito lo stage, a tempo pieno, pagato trecento euro al mese, mi dissero: «sei molto bravo, ma cerchiamo altro». Cercavano un altro stagista da trecento euro al mese che si bevesse le loro cazzate.

«Minù, è inutile che fai quella faccia. Ho trentaquattro anni, ho fatto almeno cinque lavori diversi, e ho poca esperienza per tutti.»
Forse è meglio non pensarci. Girandomi verso la finestra incrocio una mia foto di qualche anno fa, sempre pronta a ricordarmi chi fossi. Sorridente e felice, differente da come sono ora. Una foto strappata. Nell’altra metà c’era Erica. Eravamo a Barcellona insieme, poi lei si è rotta le palle di me, delle mie lamentele e del fatto che non sorridevo più. È andata per la sua strada e io, in fondo, sono felice che almeno lei una strada l’abbia trovata.
«Ma che cazzo avrai mai da ridere tu, che sono sette anni che mi tormenti con il tuo sorriso!»
La foto non risponde, e io mi tormento da solo.

«Minù, quello lì nella foto pensava di diventare qualcuno, ma tu continui a guardare me come se fossi un coglione».
D’altronde sono io ad essere finito da solo in una stanza a parlare con un gatto, mentre lui è ancora fermo in quella foto, a sette anni fa. Sorridente e felice.
Domani ho un altro colloquio, pensiamo a quello. “Società di sviluppo nell’ambito commerciale di vendita di prodotti per la casa”, praticamente una ditta che fabbrica cessi. Ma così è poco appetibile, come sarò poco appetibile io con la mia faccia da funerale.

«Dove ho messo il curriculum, Minù?»
Guardo il gatto che da una mezz’ora, oltre a fissarmi in modo assente, sta covando proprio sopra il mio curriculum aggiornato.
«Brava Minù, sicuramente quelle carte sono più adatte a farti da poggiaculo, che ad altro».
Mi avvicino e la scaccio gentilmente. Lei miagola stizzita nel dover abbandonare il suo trono appena conquistato.
«Ok, esperienze lavorative? Queste. Competenze? Perfette. Può andare».

È il mio ventiquattresimo curriculum stampato. Ognuno con capacità specifiche rispetto al colloquio che mi attendeva. Un colloquio, un curriculum diverso. L’esito? Lo stesso, sempre. Un finale che alimentava da sempre il mio demone, destinato a vincere.
«Forse Minù, dovrei iniziare a dar retta al demone della rassegnazione. È dai vincenti che si impara qualcosa, no? A te frega solo della prossima volta in cui ti darò i croccantini che, nonostante tutto, non ti ho mai fatto mancare.» Stronza.

Mentre incrocio nuovamente la mia foto sorridente, penso a Marco, e non so perché. Marco è un mio amico d’infanzia, finito a farsi regolarmente di cocaina. È stato in carcere, ha fatto la comunità, un bel percorso terapeutico, e gli hanno pure trovato un lavoro come magazziniere, anche senza esperienza, perché lo dovevano assumere per forza. Lo invidio, e non perché lavora, di quello sono felice. Lo invidio perché ha un ruolo, un’identità. È sempre stato un tossico e ha fatto il suo percorso. È l’identità che fa la differenza.
«Minù, ricordatelo, non è quello che fai che conta, ma quello che sei».
Chi dovrebbe assumermi se a trentaquattro anni non so ancora chi sono?
Una macchietta. Questo sono.

«Guarda Minù, l’unica caratteristica che accomuna me e quello nella foto sorridente, è questa macchietta rossa sulla guancia. Questo angioma che mi accompagna da sempre. È l’unica cosa che mi dia un’identità, anche se in almeno cinque occasioni credo non mi abbiano assunto per colpa sua. Comunque, mi distingue dal resto dell’universo».
Sono le 22:00, è in ritardo. Dopo qualche secondo suonano alla porta. Apro e prendo quello che avevo ordinato. Preparo tutto per domani: curriculum, giacca, camicia bianca e cravatta nera di mio padre. Metto l’acqua e i croccantini a Minù, l’unica che mi sia stata vicina in questi anni. Ci facciamo un occhiolino. Mi volto verso la foto di me che sorrido e prima di addormentarmi mi alzo, con un pennarello rosso e faccio delle linee. Mi allontano per guardarla meglio e penso: “ora si che puoi sorridere amico mio”.
Mi sdraio sul letto, infilo l’ago nella vena e mi addormento. Stavolta sorrido anche io.

Due giorni dopo la polizia trovò il cadavere di Mattia nella sua stanza. Overdose da eroina. Nel braccio aveva ancora la siringa, servita a iniettare la prima e ultima dose della sua vita. A scoprirlo i vicini, attirati dal continuo miagolio di Minù che, da compagna rispettosa qual era, avevo atteso un giorno prima di richiamare l’attenzione del mondo esterno.
Quello stesso pomeriggio i poliziotti recapitarono alla madre di Mattia uno scatolone con i suoi affetti personali. La madre, in lacrime, aprì la scatola. In cima c’era una foto strappata di lui sorridente, con l’angioma sulla guancia messo in risalto da un pennarello rosso e intorno al volto delle linee rette come a formare una bara.
Ora sì che puoi sorridere.

 

Minù è un racconto di Luca Notarianni tratto da StreetBook Magazine #4

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