Il reale nelle Microfictions, un articolo di R. Cannarsa || Threevial Pursuit

Il reale nelle Microfictions

di Rocco Cannarsa

“[…] Considerato da critici e lettori una delle opere più importanti e influenti degli ultimi anni, tradotto in dodici lingue, pubblicato in Francia da Gallimard nel 2018Microfictions è un’«opera-monstre», uno di quei libri che diventano imprescindibili, dei quali «si deve» parlare e che soprattutto «si deve» leggere, un’impresa letteraria e editoriale quasi folle che testimonia – se ancora ce ne fosse bisogno – come Régis Jauffret, forse ancor più dei grandissimi Emmanuel Carrère e Michel Houellebecq, sia ormai diventato «l’autore», che dalla Francia racconta al mondo i lati meno apparenti, meno accettabili, meno morali, quindi più veri dell’essere umano”.

(Sinossi dell’edizione italiana di Microfictions)

Mentre proponevo al Biagio la recensione di Microfictions di  Régis Jauffret, e proprio mentre il pensiero stava divenendo parola, già me ne ero pentito. Immaginavo che la reazione provocata sarebbe stata di stupore, curiosità e, di conseguenza, entusiasmo. Tralasciando le altre proposte, di fatto, ha accettato al volo. Mea culpa, mi ritrovo a parlare di un libro lungo, triste e, per giunta, ostico.

“Avviso ai lettori: maneggiate con prudenza, questo libro è materiale semplicemente incendiario”, recita la scritta rosso sangue che spicca dal candore bianco della copertina. Edito in Italia da Edizioni Clichy, che ci regala le meravigliose parole di apertura, questo libro è un’antologia di racconti che si maschera da romanzo o viceversa. Quando ne lessi qualche pagina al mio amico Marco, già in videochiamata seppur ancora non fossimo in tempo di quarantena, «è un pugno in un occhio» mi disse. Ci prese al volo. Questo libro è un pugno in un occhio, ma un pugno da ko.

Mille pagine, cinquecento racconti. Un colosso, un “mattone”. Non li ho letti tutti, sono sincero. È un libro la cui lettura procura dolore, e il mio sempre più lieve desiderio di autolesionismo mentale viene abbondantemente sfamato da poche pagine giornaliere. Questa non sarà una recensione, se lo fosse lascerebbe a desiderare, né un (non)-consiglio di lettura. È una riflessione su ciò che definiamo poetico. Se intendiamo questo termine come ciò “che è ricco di suggestione, di fascino” potremo dire che questo è un libro poetico.  

“Sono scappato in macchina. Mi sono fermato senza benzina in una periferia in costruzione. Accanto ai cantieri c’è un hotel bianco come un transatlantico, la cui cima si perde nel cielo sporco. Sono corso a chiedere alla reception una camera sopra le nuvole per buttarmi fuori bordo come un secchio di vergogna”.

(tratto da Candy Crush Saga, Microfictions)

L’interrogativo nasce quando accostiamo alla materia trattata nel libro lo stesso termine nell’accezione di “necessario al poeta, in quanto costituisce occasione di poesia”. Perché Jauffret racconta il dolore, racconta l’amarezza, i segreti, le perversioni, le eccitazioni, la voglia di fare del male, la debolezza-forza di non sopportarsi più.

Dal punto di vista estetico le immagini crude che Microfictions ci getta in faccia assicurano l’efficacia artistica che ne garantisce l’elemento poetico. Se vi aggiungiamo la nitidezza magistrale dal talento letterario di Jauffret siamo costretti a subirne amplificato il forte impatto emotivo.

“I bambini hanno riso. Anche se la loro madre è colpevole, non sopporto che le manchino di rispetto. Li ho spediti a finire la cena in giardino. «Siete fortunati, ormai c’è solo neve sciolta». Sono abituati ai maltrattamenti, la prospettiva di fare un pic-nic di notte non li ha colpiti più che vedere un paio di ceffoni pronti a colpirli in faccia. Mi sono dimenticato di loro e mia moglie che non ha né visto né sentito credeva fossero a letto. Li ha ritrovati la mattina, stipati nel capanno degli attrezzi. «In stato di ipotermia»”.

(tratto da Jean-Jacques Rousseau, Microfictions).

E a questo punto viene da chiedersi: quanto l’esasperazione del tormento facilita l’empatia? Quanto più semplice diventa colpire il lettore?

È un non-dilemma: è più facile creare pathos col dolore. La tensione, che ci fa vibrare, stridere, quelle corde sempre tese della nostra debolezza del tutto umana, e che fa portare i più coraggiosi alle lacrime. E la colpa è del metaforico masochismo che caratterizza quelle anime poetiche con l’attenzione perennemente destata verso il fuori, verso la vita, e con una spinta immaginativa forte quanto basta per trovare della bellezza anche nella sofferenza (letteraria, ovviamente).

La scrittura? Il tono, il ritmo, lo stile? Che cosa dire… ti inghiotte, mangia, sbrana, e tu la preghi di fermarsi, finché davanti al suo reiterato rifiuto chiudi con decisione il libro, ritornando nella realtà del mondo, sperando, con tutta la forza che hai dentro, che non abbia nulla a che vedere con ciò che hai appena letto. Non sarei d’accordo con l’editore, che ne parla come: “[…] uno di quei libri che diventano imprescindibili, dei quali «si deve» parlare e che soprattutto «si deve» leggere” eppure eccomi qui a parlarne, perché è un’opera che non può passare inosservata, e non solo per le dimensioni.

“Dopo che me ne ero andato mia moglie e Léon erano tornati in salotto. La madre aveva asciugato gli occhi del figlio promettendogli uomini, donne, animali fantastici, fiori prodigiosi, una stella che lui avrebbe tenuto come un palloncino con un filo lungo cento milioni di anni luce per mostrare a quel contabile in quali boschi si riscaldano i Léon. «Aveva rallentato il pianto, sembrava che le credesse». Lo aveva lasciato solo giusto il tempo di fare una doccia perché lui l’aveva innaffiata delle sue lacrime dalla testa ai piedi. Lui aveva scelto l’attimo in cui lei usciva fresca e profumata dal bagno per prenderla per le gambe, portarla in terrazza e saltare la balaustra come fosse una siepe. Lei si era gettata nel vuoto dietro di lui come se avesse scambiato l’aria con l’acqua e si fosse immaginata di poterlo salvare dall’annegamento”.

(tratto da Canto Tibetano dei morti, Microfictions)

Il progetto di Microfictions è francese per eccellenza, la “Commedia umana” del nuovo millennio. Tutto, o almeno gran parte, di quello che è lo struggente della quotidianità, ecco cos’è questo libro. Su Jauffret Le Magazine Littéraire scrive: «Lo sapevamo già, ma adesso è ufficiale: questo è il più grande scrittore vivente». Potrebbero avere ragione, ma c’è una parte di me che crede che trattare la vita a senso unico, trovandone letterarietà solo nel male, nel 2020 non sia abbastanza, potrebbe, anzi, iniziare ad essere definito “un vincere facile”. O forse, al contrario, è un lavoro lodevole, ché rintanati nelle nostre finte certezze, necessitiamo di chi guardi con occhio empatico ma critico, il male che, latente, tacito, boccheggiante eppure vivo, ci circonda.

Il reale nelle Microfictions, un articolo di R. Cannarsa || Threevial Pursuit

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