Mi manca il bidet – Viaggio in Francia – S. Natali

Mi manca il bidet - Sara Natali

Quando mi hanno proposto di scrivere sulla mia esperienza all’estero la prima cosa che ho pensato è stata: “sarò l’unica che grazie al suo racconto dissuaderà la gente dal partire”. Mi chiamo Sara, ho 24 anni e mezzo e vivo a Parigi da quasi un anno.

Tutto è cominciato con lo stato di disorientamento post-laurea. Studio lingue fin dal liceo, quindi si può dire che da sempre ho tenuto in considerazione l’idea di passare almeno una parte della mia vita all’estero, ma, dopo aver discusso quella famigerata tesi, mi sono ritrovata spiazzata, esitante, completamente incapace di prendere una decisione sul da farsi.

Nel 2012 ero stata in Erasmus nel sud della Francia e dopo questa esperienza meravigliosa, che consiglio a chiunque di fare, avevo iniziato a prendere veramente sul serio l’idea di trasferirmi oltralpe; dopotutto adoro il suono di quella lingua, i croissant e il fascino dei suoi abitanti, quindi perché no, mi ero detta. Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo amicizie, relazioni, famiglia, abitudini, incertezza e paura; tutte cose che mi facevano indugiare. Quella stasi insoddisfacente e inconcludente, però, mi stava divorando, e così un giorno, dopo l’ennesimo litigio con mia madre, ho colto la palla al balzo e ho prenotato un volo di sola andata per la capitale francese – visto che ci siamo, facciamo le cose in grande.

Fin da subito non si è dimostrata cosa semplice; innanzi tutto avrei dovuto trovare una casa, poi – sarebbe stato il caso – anche un lavoro. Una delle mie migliori amiche dell’Erasmus era francese, viveva a Parigi e si era proposta di aiutarmi per i primi tempi; mai sentita, mai vista. Fortunatamente anche un altro mio amico viveva nella capitale e conosceva una ragazza che offriva un posto letto in casa sua; sarebbe diventata la mia prima coinquilina. Mi sono messa sotto come una formica saggia e produttiva per trovare un lavoro e per tre settimane ho girato la città in lungo e in largo, perdendomi e lasciando curriculum in ogni dove, per poi tornare a casa con i piedi distrutti e mille domande. Almeno fino a quando non mi hanno presa a lavorare in un negozio di vestiti, lo stesso dove ho lavorato fino a poco tempo fa.

Bene. Avevo una casa, avevo un lavoro. A quanto pare le cose sarebbero state in discesa a partire da quel momento; povera illusa. Innanzi tutto, abitavo nella così detta banlieu”, ovvero la periferia, e non di quella carina. Ogni giorno mi toccava un bel tragitto da pendolare, tra bus, bici, metro, e quando tornavo a casa alle 9 dopo una giornata estenuante la sola cosa di cui avrei avuto bisogno sarebbe stata una birra in compagnia, seduta sulla terrazza di un bar; ma ero sola, e non c’erano bar dove abitavo, quindi la mia massima aspirazione settimanale divenne l’episodio di Games of Thrones del lunedì sera.

Detta così sembra che sia un’asociale sociopatica, ma vi assicuro che non è affatto facile entrare nei giri dei Parigini; mi ci sono voluti quasi 3 mesi perché fossi invitata ad uscire con i miei colleghi. Avevo anche provato ad uscire da sola per vedere se riuscivo a conoscere gente; la prima volta sono rimasta un’ora seduta su un marciapiede a guardarmi intorno nella speranza che qualcuno, mosso da una particolare bontà d’animo, mi invitasse ad unirmi al proprio gruppo, mentre la seconda sono riuscita addirittura a raccattare un tipo estremamente bizzarro che mi ha proposto di fargli da hostess per delle serate badminton esclusive per ricconi. A quel punto decisi che quello sarebbe stato il mio ultimo tentativo.

Anche a lavoro l’inizio non è stato per niente rose e fiori; sebbene la professione di commessa non richieda chissà quale qualifica, farlo come primo vero lavoro, in un’altra città, in un’altra lingua, non è qualcosa di così scontato come sembra, soprattutto perché gli altri se ne fregano completamente se non capisci più della metà dei discorsi, se non ne sai niente di come si fa una detaxe, o se non sai come si dice “canottiera” in francese. In questo, come del resto nella quotidianità ordinaria, la cosa più frustrante è capire e non riuscire a farti capire. Il tuo cervello funziona come sempre, fa un sacco di collegamenti, è attivo e ricettivo, ma quando vuoi spiegarlo non ci riesci e ti senti stupido. Penso che l’handicap della comunicazione sia stato il più grande ostacolo, perché senza la libertà di poter dire quello che mi passava per la testa, di fare una battuta spontanea, senza il sarcasmo o i miei amati toscanismi, non mi sentivo nemmeno veramente me stessa. Attendo ancora in gloria il famigerato sogno in francese, la prova del nove universale che a quanto pare sancisce la piena padronanza di una lingua straniera.

Ma torniamo ai fatti; dopo un’aggressione e quattro mesi passati a dormire su un materasso per terra, era giunto il momento per me di lasciare Ivry sur Seine e di trovare un appartamento a Parigi, quello che qui viene chiamato “studio”, ovvero un loculo nel quale fatichi a rigirarti, affittato a cifre iperboliche. Come se non fosse già dura di per sé trovare qualcosa di accettabile a Parigi, ci si mette anche la burocrazia a rendere le cose più complicate, impedendo a chiunque non possegga un garante francese di affittare qualsiasi cosa, a meno che il proprio salario non corrisponda ad almeno tre volte il valore dell’affitto; non era il mio caso. Sono stata costretta a rivolgermi ad un’agenzia, ovviamente molto costosa (perché bisogna sapere che a Parigi non esiste la parola economico, al massimo esiste poco caro) che mi ha aiutato a trovare il mio attuale appartamento; la proprietaria è una pazza nevrotica irragionevole, il pavimento ha una pendenza tale da rendere impossibile il mantenimento di un qualsivoglia equilibrio e nel bagno puoi fare pipì, lavarti i denti e farti la doccia allo stesso tempo. Ma a parte questi piccoli dettagli, non posso proprio lamentarmi, abito in un quartiere fantastico, in una posizione ottima e comodissima, e ci sono un sacco di cose da fare.

Sicuramente se penso a come vivevo prima in Italia, al fatto che la mia stanza era forse più grande della mia attuale casa, al fatto che non dovevo rendere conto ai vicini e che avevo la bellissima campagna valdienivolina tutto intorno a me, potrebbe sembrare che ci abbia totalmente rimesso; da un lato è vero, certo, tante cose della mia vita precedente mi mancano – mi manca la sicurezza che ti danno una famiglia e un gruppo di amici alle spalle, mi manca la comodità alla quale ti abitui in 23 anni di vita, mi manca la nostra cucina, mi manca il bidet, mi manca l’autenticità di uno stile di vita che se non altro ho avuto la fortuna di conoscere e del quale vado orgogliosa. Dall’altro lato, però, qui a Parigi ho qualcosa che al contrario nella mia vita precedente mi era sempre mancato, ossia un’assoluta libertà di fare ciò che voglio, senza dover rendere conto a nessuno; è il rovescio della medaglia della solitudine che caratterizza le grandi città: da un lato ti senti solo e abbandonato al tuo destino, dall’altro sai che puoi fare quello che ti pare e piace, nessuno ti giudicherà, nessuno, quando cammini per strada, sa chi sei, di chi sei amico o parente, quanti soldi hai nel portafogli o quante corna in testa. Ti senti un individuo nel vero senso della parola.

Adesso posso dire di stare bene, ma vivo di alti e bassi; Parigi non è una città facile, l’80% dei Parigini è sgradevole, i sorrisi sono rosicati, le risposte acide all’ordine del giorno e soprattutto è costosa, incredibilmente costosa. Uno dei miei timori prima di partire era proprio quello di distruggere l’idea magica e romantica che mi ero fatta di Parigi, fatta di tramonti rosa, magnifici edifici dai tetti di ardesia, pomeriggi passati a bere caffè nella terrazza di un bar e bellezza in ogni angolo. Ecco, la bellezza resta sicuramente, ma ti ritrovi talmente inghiottito dagli impegni e dalla frenesia quotidiana, che devi quasi importi di notarla, questa bellezza, e dirti: “fermati e guarda in che spettacolo di città vivi, e cosa vedono i tuoi occhi nel tragitto casa-lavoro”.
Nei momenti in cui mi sono sentita triste, frustrata, sola, mi sono chiesta se stessi facendo la scelta giusta, dove mi avrebbe portata tutto questo, cosa mi aspetto dalla vita e da me stessa; penso che la sola vera cosa che mi spinge a non arrendermi è la pura e semplice sensazione che per il momento questo è il mio posto, che sì, dovrò affrontare prove più o meno difficili, ostacoli e difficoltà varie, ma del resto è la vita no? Voglio farcela, e ce la voglio fare da sola.

A distanza di un anno sono abbastanza soddisfatta di dove sono riuscita ad arrivare; mi rendo conto che ci vuole una sana dose di coraggio, non tanto per il fatto di mollare tutto a tempo indeterminato, ma soprattutto per il fatto di farlo da sola. Spesso sottovalutiamo l’importanza della gente che ci circonda, della famiglia, del giro di amici, anche di coloro che consideriamo solo delle conoscenze; invece sono importantissimi, e te ne rendi conto quando torni a casa il giorno dopo Natale e non c’è nessuno a cui puoi raccontare che quando hai preso l’aereo per tornare ti veniva da piangere. So che senza la mia famiglia non potrei essere dove sono adesso, e ne sono grata ogni giorno per tutto quello che hanno fatto e continuano a fare per me, per la fiducia incondizionata che nutrono nei miei confronti e nelle mie capacità. Per questa ragione sento un po’ la responsabilità di fare le cose bene, di non esagerare, di rigare dritto, forse anche troppo, sicuramente più di quello che mi chiedono.

Vivendo fuori dall’Italia si acquisisce un maggiore distacco emotivo e si impara a guardare le cose con uno sguardo più obiettivo. Ci si accorge di quanto effettivamente nel tuo paese non tutto è così nero come sembrava da laggiù, e che spesso i problemi che potevi riscontrare li trovi anche altrove, oppure ne trovi altri. Ci sono tante cose che detesto nei Parigini e sono lieta di avere un punto di vista esterno per potermene accorgere e per dirmi “io sono diversa”. Noi Italiani avremo sicuramente mille altri difetti, ma da quando vivo qui mi sento più che mai italiana, orgogliosa delle mie origini che difendo a spada tratta contro l’ignoranza dei più. Mi sento molto legata alla mia terra, alla mia storia, alla mia cultura, e il fatto che al momento abbia scelto un altro paese per vivere, non significa affatto che rinneghi il mio, ma semplicemente che sono curiosa di scoprire altre terre, storie, culture.

Ho descritto questa esperienza aggiungendoci un po’ della drammaticità che mi caratterizza, e mi rendo conto che la tendenza a lamentarmi continuamente è la sola cosa per cui posso dire di essere già a tutti gli effetti una Parigina; detto ciò, non ho mai sopportato coloro che se ne stanno lì a piagnucolare sulla propria sorte e non fanno niente per cambiarla, quindi lungi da me che questo articolo venga letto in questa chiave. Prendo totalmente atto delle mie scelte, sono consapevole del mio libero arbitrio e, nel raccontare questa mia avventura, ho cercato di essere il più possibile fedele al mio percorso, che obiettivamente non è stato una passeggiata, ma che è anche costellato da tante cose belle.

Penso sia normale per chiunque appartenga alla fascia 20-30 anni porsi delle domande, mettersi in discussione; per quanto mi riguarda, non so ancora esattamente cosa ne sarà di me, dove sarò fra cinque anni e con chi. L’idea mi spaventa un po’, ma se c’è qualcosa che ho imparato trasferendomi in una grande città è che il mondo gira incredibilmente in fretta, che i giovani sono competitivi e intraprendenti, e che ogni lasciata è persa; giunta alla soglia del mio quarto di secolo, comincio anche io ad aver voglia di costruire qualcosa di mio. Non so se Parigi sarà la città della mia vita, ma credo che possa essere un buon punto di partenza. Anzi, penso di essere già partita, già per strada.

 

Sara Natali

Mi manca il bidet – Viaggio in Francia – S. Natali

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