Liberi pensieri postatomici, un racconto di A. Maglione || Street Stories ||Three Faces

Liberi pensieri postatomici, un racconto di A. Maglione || Street Stories


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Liberi pensieri postatomici

di Alessia Maglione

Illustrazione di Marco Pace

Partendo dal presupposto che di strani esseri viventi nella mia vita ne ho visti molti, fin dall’inizio dei tempi ho sempre pensato che l’uomo fosse quello più bizzarro. Non solo per il suo aspetto, ma anche per lo stile di vita che conduce: sempre desideroso di avere più di quello che ha, con un estremo bisogno di dimostrarsi superiore a tutto quando non ne ha il diritto, in una continua corsa contro il tempo. Ho sempre pensato che la sua vita potrebbe essere molto più semplice di quella che si è costruito.
Diciamo che, dal mio punto di vista, il peggiore dono che si potesse fare agli uomini è quello della parola. Essi sono così tanti nel mondo e si scambiano così tante informazioni inutili che il loro verso risulta essere estremamente fastidioso. Soprattutto perché la loro voce non emette un unico suono, come il resto degli animali, ma è caratterizzata da suoni differenti che neanche gli uomini stessi conoscono e capiscono. Lingue, le chiamano. Un modo, a quanto pare, di estremizzare il loro individualismo e nazionalismo. Se avessero potuto comunicare attraverso un unico verso, forse, molti dei loro problemi non sarebbero nemmeno nati. Ma non possiamo esserne così sicuri, in quanto essi discutono di certe banalità che potrebbero anche essere taciute. Sono rumorosi, noiosi, e nonostante parlino così tanto riescono comunque a incasinarsi tremendamente, perché, per l’appunto, non si comprendono. E non capendosi tra loro hanno scatenato così tanti conflitti per avere la meglio gli uni sugli altri che sono anche riusciti a distruggere il loro stesso pianeta. A vederli da quassù, mi fanno pena, quasi tenerezza, per come stiano arrivando alla propria autodistruzione. E la cosa che mi fa più ridere in assoluto, è che nonostante tutte le loro divergenze e conflitti, a unificare le loro culture, lingue e tradizioni è la loro tendenza a voler credere per forza nell’esistenza di esseri soprannaturali che gestiscono il cosmo, da incolpare se qualcosa va male o premiare se invece va tutto bene. Mi sembra che vogliano costantemente liberarsi delle proprie responsabilità affermando, incoerentemente, che tutto ciò che accade è volere di Dio. E nonostante abbiano questo concetto di religione ad accomunarli, invece di avvicinarsi, riescono a essere ancora più ostili, sostenendo tesi contorte che possono benissimo essere riassunte in “il mio Dio è migliore del tuo”.

Pensavate che io fossi Dio, vero? E invece no. Pazientate, mi presenterò dopo.

Diciamo che con questo famoso Dio ho avuto un rapporto abbastanza stretto di collaborazione. Praticamente siamo stati colleghi, finché non ho deciso di cambiare rotta e di fare, per una volta, le cose di testa mia. Inutile dirvi che, al vecchio, questa storia non è piaciuta per niente.
Ho avuto modo di conoscerlo molto bene, e ciò mi ha permesso di osservare come l’essere umano si aspetti sempre molto da lui, nonostante sembri che nessuno lo abbia mai visto. O meglio, si è fatto conoscere attraverso suo figlio, Gesù. Ho conosciuto anche lui, gran caro ragazzo. Peccato che abbia fatto quella fine. In ogni caso, gli uomini sanno che Dio c’è, sta lì e ha degli oneri, delle responsabilità che in realtà l’uomo stesso gli ha affibbiato: è tutta colpa o merito suo per qualsiasi cosa accada. Mi chiedo a volte se Dio abbia provato a defilarsi da tutto questo. Se avesse voluto semplicemente stare su una spiaggia esotica o, che so io, a bere latte di cocco sdraiato sotto una palma? «Non avrebbe creato gli uomini», mi rispondereste voi. Va beh, ma io faccio per dire, cioè, se fossi Dio, con tutti i poteri che avrei, mi piacerebbe vivere così. Mi piacerebbe già tutt’ora, e di certo non sono una divinità.
Però di divinità ne ho conosciute parecchie, tutte quante prima che si verificassero le mie divergenze con il vecchio. Diciamo che alcuni uomini non si affidano a lui, ma credono in altri personaggi interessanti provenienti da varie parti del mondo. Esistono infatti altre religioni dove non vi è solo un dio che tiene le redini del tutto, ma diverse entità che si palleggiano i vari incarichi: alcune sono adorate e rispettate, perché considerate divinità buone che portano cose positive, come gioia, amore, prosperità, mentre altre devono accollarsi l’odio, le sciagure e le punizioni. Queste sono le divinità terrifiche, oscure, che incarnano tutti gli ostacoli inconsci o non completamente consci che impediscono all’adepto di progredire nel suo percorso spirituale, e che scatenano disastri naturali. Insomma, a tutte queste divinità viene assegnato un compito, in modo che gli uomini possano lavarsene le mani. Che gran paraculi.

E tra tutto questo via vai di divinità che ho conosciuto e che mi hanno chiesto, quando fosse stato il momento opportuno, di portare agli uomini la loro parola e il loro giudizio, sono arrivata io.

L’Apocalisse.

Sì sì, avete capito, quella di cui hanno profetizzato l’arrivo migliaia di anni fa. Alla fine, se permettete, ho un attimo sbroccato. Il fatto è che non è semplice avere a che fare con tutti questi dei che stanno lì a professare il loro credo dicendo poi, bene o male, tutti la stessa cosa: «Comportatevi bene, perché quando arriverà l’Apocalisse i buoni verranno premiati e i peccatori avranno la dannazione eterna». Cioè, a un certo punto, a furia di sentire questi discorsi mi è sembrato di poter essere paragonata a Babbo Natale: regali per i bambini buoni, carbone per quelli cattivi. Per carità, massimo rispetto per il caro Babbo, che si fa il mazzo in giro per il mondo ogni santo anno, però dai, non mi sembra che possiamo essere messi allo stesso livello, vi pare? E quindi niente, ho perso un attimo le staffe, non solo per questo, ma anche perché gli uomini non vedendomi arrivare hanno iniziato a sottovalutarmi: «L’Apocalisse?», «Ma figurati!», «Ma cosa dici», «Tutte cazzate», e insomma, non è bello sentire dei commenti del genere sul proprio conto.
Quindi, in realtà, un po’ per noia, un po’ per stizza, un po’ perché mi sono sentita messa da parte da tutti questi dei (e da Babbo Natale) che sembravano ricevere molto più rispetto di me, ho deciso di prendere in mano la situazione: avevo bisogno di riottenere un minimo di rispetto. Ho dunque mandato sulla Terra i miei Cavalieri a spargere un po’ di guerre, carestie ed epidemie, giusto per infliggere una sonora punizione agli esseri umani. Però il primo cavaliere, quello Bianco, l’ho fatto restare a casa: non volevo che si mettesse nel mezzo a portare in giro la parola salvifica di Gesù. Non volevo che gli uomini potessero pensare di avere qualche speranza di salvarsi. E il cavaliere Bianco ha la tendenza a parlare un po’ troppo di persone buone, ricompense, beatitudine eterna, eccetera, eccetera.
Ma i miei cavalieri, una volta arrivati sulla Terra, non hanno avuto molto da fare: mi hanno detto che di guerre, carestie ed epidemie quel pianeta ne era già pieno, e che a quanto pare gli uomini questi disagi se li erano procurati da soli.
Ho appurato dunque che per gli esseri umani non c’era più nulla da fare e che la loro fine era ormai vicina. Nessuno avrebbe potuto salvarli, nemmeno i loro carissimi dei, tra i quali il mio vecchio amico Dio. Mi sono sembrati tutti troppo impigriti per avere davvero voglia di garantire la salvezza dell’umanità. Dunque perché non intervenire e accelerare così un processo ormai inevitabile? È per questo che alla fine ho deciso di fare qualcosa. Per noia, sì, e anche per stizza, ma credendo in fondo di agire per una giusta causa.

L’esplosione nucleare arrivò senza preavviso. Un mare di macerie e tutt’attorno il vuoto. Nessun riscatto per i buoni, nessuna punizione per i peccatori. Fu, semplicemente, la fine del mondo.

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