Le stelle sopra Krasnodar, un racconto di P. Santini || Street Stories ||Three Faces

Le stelle sopra Krasnodar, un racconto di P. Santini || Street Stories


Le stelle sopra Krasnodar_INT

Le stelle sopra Krasnodar

di Pietro Santini

Illustrazione di Fiorello Appassito

Li chiamava Astronauti. Erano quelle cose che ogni notte infestavano i suoi sogni. Li vedeva da quando era bambino e ancora viveva nella casa di Vladivostok, insieme a sua madre e a suo fratello Cheslav. Il rumore che facevano arrivando era simile a quello dei gatti in amore, nei giardini della Primorskiy, durante la primavera. Non ne aveva mai parlato con nessuno.
Erano passati più di vent’anni, e nelle ultime notti il frastuono era aumentato così tanto da riuscire a svegliarlo. Si alzava in piedi ansimando, con il sudore già ghiacciato sotto la maglietta.
«Cos’hai?» chiedeva Katerina.
Le stelle brillavano difformi sopra Krasnodar, come lampade nella vetrina di un emporio. Vigilavano sulla notte grigia.
Quando si rivolse a Iosif erano già due settimane che non riusciva a dormire. Lui era un vecchio amico, Vadim sapeva che aveva da poco preso una laurea all’università di Cherepovets. Katerina lo aveva costretto a chiamarlo.
«Incubi» disse, al telefono.
Iosif rimase in silenzio solo un momento, poi rispose: «Va bene. Lunedì».
Andò a Soči da solo. Scese dal treno e arrivò in Ulitsa Klunichnaya, con i suoi palazzi che sembravano vecchi alberghi. L’appartamento di Iosif era al settimo piano di un edificio azzurro, dalle cui finestre si riusciva a vedere il porto a uncino sul mare. Si abbracciarono sulla soglia, poi Iosif lo fece entrare. L’appartamento era grande e luminoso, nonostante la giornata fosse grigia. C’era un grande tavolo in legno di formica bianco, con al centro un vaso di fiori.
«Sei sposato?» chiese Vadim.
«Da due anni».
Vadim annuì. Sentì il peso di tutto quel tempo, come se lo avesse tracciato lui, con le sue mani, e provò un certo imbarazzo.
«E tu?» chiese Iosif.
«Convivo da poco con una ragazza. Ci siamo conosciuti a teatro». Ogni volta che parlava di Katerina gli piaceva raccontare il loro primo incontro, lo aveva sempre reputato un aneddoto divertente. Ma quella volta non disse niente.
Iosif annuì. Portava i capelli molto corti come all’università, ma il suo volto era invecchiato, lo si notava soprattutto sotto gli occhi.
«Hai aperto un tuo studio?» gli chiese.
«Non ancora» disse l’altro. «Ma ho intenzione di farlo. Ho un collega che come me vorrebbe iniziare a praticare».
«Qui a Soči?»
«Vedremo».
Lo fece accomodare in una stanza che sembrava una piccola biblioteca, con due poltrone e un tavolino rotondo al centro. Vadim si sedette, toccò il rivestimento in pelle grezza dei braccioli.
«Volevi parlarmi» disse il ragazzo, e il suo volto sembrò rilassarsi appena «di alcuni incubi, giusto?»
«Sì» annuì Vadim.
Il mare sembrava un cielo senza stelle che si perdeva nell’infinito.
Quando nominò gli esseri che vedeva durante la notte, Vadim sentì un calore improvviso al volto e al collo. Era dai tempi dell’università che non gli capitava di arrossire: «Scusa» disse.
«Non preoccuparti».
Vadim si schiarì la voce: «Ricordi l’evento di Tunguska?»
Iosif socchiuse gli occhi e lui sorrise.
«No, immaginavo. Ne parlò il professor Golubev a scuola».
Iosif continuò a rimanere serio, i suoi occhi vagavano sul volto di Vadim senza soffermarsi su niente in particolare.
«Ci mostrò alcune fotografie di alberi abbattuti. Si trattò dell’esplosione di una cometa, o di un asteroide, in Siberia. Millenovecentootto. Il suono fu udito a mille chilometri di distanza, ma il cratere non fu trovato».
Iosif aveva preso una matita dal tavolo e la rigirava tra le dita.
«Gli alberi abbattuti furono circa ottanta milioni. Anni dopo trovarono tracce di metalli, nichel e iridio; ipotizzarono che l’asteroide si fosse frantumato prima di raggiungere il suolo. Qualcuno disse addirittura che poteva trattarsi di un minuscolo buco nero che aveva attraversato la Terra da una parte all’altra».
«Hai una buona memoria».
«Ho cercato su internet».
Alcune gocce di pioggia iniziarono a scivolare sui vetri delle finestre lasciando delle scie.
«Che relazione pensi che abbia questo evento con i tuoi incubi?»
«C’è anche il passo di Dyatlov, sempre in Siberia» continuò lui, «dove quegli escursionisti sono stati trovati morti. Uscirono dalla tenda durante la notte, nudi, e andarono a morire nella neve. Quando li ritrovarono, i corpi avevano delle ustioni».
«Vadim».
«Vedo delle fiamme, nei miei sogni. Le vedo sempre. Fuoco, esplosioni».
«Vadim, come sta tua madre?» chiese Iosif.
Lui esitò: «Sta bene».
Il ragazzo posò la matita sul tavolino: «Non sei venuto da me perché sono uno psicologo, Vadim. Di psicologi ce ne sono in tutto il Krasnodar, con più esperienza e con studi migliori dei miei. Tu sei qui perché eravamo amici».
Lui si trattenne sulla parola eravamo.
«Quindi io non ti tratterò come un paziente, voglio che tu lo sappia».
Vadim annuì: «Va bene».
«A volte crediamo di essere maledetti da dio, o dal destino. Che qualcuno, dall’alto, stia puntando il dito proprio su di noi. Ma non è altro che una forma di egocentrismo. Siamo soltanto piccoli animali, soli e nudi nell’universo».
«Cosa vuoi dire?»
«Penso che tutto questo possa avere una relazione con l’incidente accaduto a tuo fratello».
«Cosa c’entra mio fratello?»
«Pensaci, Vadim. Le esplosioni, il fuoco. È da quando lui è morto che quelle cose ti osservano mentre dormi».
Lo sguardo del ragazzo si rifugiò nel mare, oltre le finestre e il crepuscolo che iniziava a calare sulla città.
«Vai a casa, Vadim, parlane con la tua compagna. Puoi chiamarmi quando vuoi».
«Vaffanculo, Iosif».
Si alzò e aspettò che anche lui facesse lo stesso e lo accompagnasse fino alla porta.
«Ti devo qualcosa?»
«Voglio solo che mi chiami, se ne sentirai il bisogno».
Il ragazzo fece un cenno col capo e iniziò a scendere le scale.

Quella sera, a cena, Katerina lo guardò cercando delle tracce di quell’incontro sul suo volto.
«Ha una compagna?»
«Chi?»
«Iosif».
«Ha una moglie».
I rebbi della sua forchetta rosicchiavano il piatto.
«Com’è andato il viaggio?»
«Vado a sdraiarmi».
Quando lei arrivò fece finta di dormire.
Si svegliò alle quattro e quindici con i conati di vomito, si alzò cercando di non svegliarla e andò in bagno. Poi si sedette in cucina senza accendere la luce.
I lampioni di Ulitsa Putevaya riversavano i loro aloni nella stanza. Katerina aveva l’abitudine di non chiudere le imposte. Prese il cappotto e le chiavi dell’auto, poi uscì di casa e si chiuse la porta alle spalle, cercando di non fare rumore.
Le strade erano quasi deserte, i fari descrivevano ogni cartello stradale e muro che sporgeva sulla carreggiata. Si chiese quanto ancora sarebbe durata con Katerina, quanto ancora avrebbero potuto tendere quel filo prima che si spezzasse.
Il piede premeva il pedale, le mani strette sul volante. Lo faceva spesso, prendere l’auto e girare per le strade di Krasnodar fino all’alba. Ma questa volta imboccò Ulitsa Severnaya e svoltò in Ulitsa Novorossiyskaya. Se non avesse trovato traffico sarebbe arrivato a Soči entro le nove del mattino. Pensò che avrebbe potuto parlare davvero con Iosif, magari anche conoscere sua moglie e organizzare una cena tutti insieme, con Katerina; raccontare loro che una sera, a teatro, lei aveva preso per sbaglio il suo posto ed era in quel modo che si erano conosciuti.
La strada tracciò una grande curva e poi tornò a distendersi, fiancheggiando una fila di capannoni azzurri. Gli operai iniziavano a entrare nelle fabbriche, già infilati nelle tute di tessuto laminato, con le maschere protettive sollevate sulla fronte; si radunavano davanti ai cancelli per parlare e fumare. Vadim abbassò lo sguardo per controllare che ora fosse. Le cinque e trenta.
Quando lo rialzò, l’auto era già uscita dalla carreggiata. Lui ruotò il volante, schiacciò il pedale del freno e sentì gli pneumatici stridere contro l’asfalto, un suono che gli riportò alla mente i giorni in cui viveva nella casa di Vladivostok, insieme a sua madre e a suo fratello Cheslav, e dalla sua stanza, in primavera, riusciva a udire i versi dei gatti in amore nei giardini della Primorskiy.
Riaprì gli occhi. L’auto era accartocciata contro il tronco di un albero e dal cofano usciva del fumo.
Vadim aprì la portiera e fece alcuni passi verso le fabbriche, prima di inginocchiarsi per terra. Gli girava la testa, sentiva il bisogno di stendersi. Gli sembrò di scorgere il riflesso delle fiamme, di sentire odore di bruciato; poi i contorni delle cose iniziarono a diluirsi come un disegno lasciato sotto la pioggia.
Le stelle danzavano, compiendo orbite irragionevoli sopra Krasnodar. E mentre il freddo dell’asfalto gli afferrava la schiena arrivarono loro.
Vadim li vide chinarsi su di lui e pensò che quando si fosse svegliato, il mattino dopo, avrebbe potuto continuare il viaggio verso Soči. Avrebbe organizzato una cena con Iosif e sua moglie, invitando anche Katerina; raccontato loro che una sera, a teatro, lei aveva preso per sbaglio il suo posto ed era in quel modo che si erano conosciuti.
Siamo soltanto animali, pensò, sorridendo. Soli e nudi nell’universo.
Gli Astronauti lo guardavano con i loro occhi scintillanti, mentre le stelle si spegnevano sopra Krasnodar.

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