Labirinti notturni, di C. Durden || THREEvial Pursuit

Labirinti notturni, di C. Durden || THREEvial Pursuit

Labirinti notturni

di Corto Durden

Labirinti Notturni

La scorsa notte stavo leggendo il libro che ho ordinato da Amazon, L’invenzione di Morel di Bioy Casares. Leggo sempre a letto prima di dormire, perché trovo che la calma della notte favorisca l’immersione nelle atmosfere di un racconto; il viaggio nei luoghi e nei tempi di una storia, inoltre, ha l’effetto di abbassare le mie difese e mi prepara ad arrendermi al sonno.

Mentre leggevo Casares ed ero preso dai tentativi del protagonista di suscitare una reazione nella donna che guarda impassibile il tramonto dalla scogliera, curioso di scoprire come mai quella non gli prestasse la minima attenzione, sono passato da una pagina all’altra – senza voltarle, erano due pagine adiacenti – e mi sono accorto che l’inizio della seconda non aveva nulla a che fare con la fine della prima. C’era una rottura del flow in atto, il senso della frase che avevo iniziato non proseguiva affatto nel foglio successivo. “Che diavolo sta succedendo?”

Morel casares

Ho cercato la risposta laddove ci si reca subito in questi casi, e cioè nei numeri delle pagine, e lì ho visto confermati i miei timori: da pagina 32 si passava direttamente a pagina 81. “Ma che cazzo”, mi son detto. Ho sfogliato il libro controllando la disposizione delle altre pagine, per scoprire che da quel punto in poi era semplicemente un casino: alcune stampate più volte, e altre totalmente mancanti (come le pagine da 33 a 80, chiaramente).

Mi sono arreso. “Per stanotte è andata così”, ho pensato. “Domani contatto il servizio clienti, ora non resta che dormire”. Ho spento la luce, ma ero incazzato nero. Ci tenevo a leggere questo libro, l’ho ordinato perché mi incuriosiva parecchio e mi stava anche piacendo. Volevo proseguire l’esplorazione di quella cazzo di isola surreale su cui si trova il protagonista, e invece no. Te l’abbiamo stampato coi piedi, ah! Prendila in culo. Grazie.

Non è nemmeno la prima volta che mi succede una cosa del genere. Un paio d’anni fa ho preso L’autunno del patriarca di Marquez in prestito dalla biblioteca comunale. Qualche notte dopo, mentre sono più o meno a metà del romanzo, assorto e bello comodo nel mio letto, volto pagina – stavolta la sorpresa attendeva che fossi io ad andarle incontro, come nei film horror – e trovo qualcosa che mi lascia di stucco: un mucchio di peli neri (pubici, temo) incastrati nella piega del libro, al centro fra le due pagine. Li guardo inorridito per qualche secondo, chiudo il libro, lo poggio per terra, vado a lavarmi le mani, dormo, il giorno dopo lo riconsegno alla biblioteca così com’è senza dire nulla.

Ecco, magari è stato il karma: avrei dovuto interrompere quel sadico scherzo perpetrato dallo stronzo che aveva messo i peli nel libro, perlomeno avvisando le bibliotecarie mentre lo riconsegnavo (non so perché non lo feci, forse per imbarazzo, forse perché sono uno stronzo anch’io). O magari si tratta di una sorta di maledizione che mi colpisce quando leggo gli autori sudamericani del realismo magico, chi lo sa. Non c’era nulla di magico però in quei peli.

Ad ogni modo, la scorsa notte non sono riuscito a prendere sonno come speravo. Sarà stato perché ho interrotto la lettura prima che le mie palpebre iniziassero a calare, sarà stato il nervosismo per la sfiga di aver beccato il libro rotto tra tutte le copie che potevano capitarmi, fatto sta che ero ben sveglio e mi sono ritrovato in balìa dei miei pensieri. Pensieri che si sono presto annodati in una spirale di negatività e riflessioni paranoiche.

È qualcosa che mi succede alle volte nelle notti in cui non riesco a dormire, più o meno da sempre. Per fortuna da qualche tempo il sonno mi cattura quasi subito non appena chiudo gli occhi, ma se la mente è ancora arzilla quando spengo la luce, beh, la paranoia è dietro l’angolo.

Sarà capitato a tutti almeno una volta nella vita, basta un attimo: seguendo il filo dei tuoi ragionamenti potresti intraprendere una direzione pericolosa e ritrovarti nel posto sbagliato, in un labirinto nero dalle pareti opprimenti, un groviglio di sentieri bui da cui non si riesce a venir fuori. È la notte stessa a farsi opprimente, seppure immobile, e il soffitto è più basso, come se venisse a cercarti.

Dopo un po’ inizia anche a salire la temperatura, nonostante sia pieno inverno. Fa caldo per effetto dei tuoi movimenti continui, della nervosa ricerca di un riparo dai fantasmi nella tua testa. Le coperte diventano solo un peso, tu sudi, le scosti, ma passano i minuti e fa di nuovo freddo – sai com’è, è pieno inverno. Ti attivi sempre di più per cercare sollievo e il sonno continua ad allontanarsi. Ecco, è questo il tipo di trappola in cui mi sono incastrato la scorsa notte.

Beh, ma pensa ad altro, potrebbe dirmi chi è abituato a dormire senza problemi. Eh, fosse facile. In nottate simili le tue angosce ti inseguono, ti si attaccano addosso e stringono la presa. Trovo anche inutile rivelare i motivi ricorrenti delle mie paranoie, perché non ci sono veri e propri motivi ricorrenti: l’ansia molto spesso se ne frega delle ragioni che l’hanno scatenata. Una volta innescata si nutre di tutto ciò che trova, e ci sono stati casi in cui ho finito per dimenticare come mai fossi ansioso.

(Il casus belli, si sa, è solo un pretesto: la guerra si espande e si autoalimenta per amore della devastazione).

labirinti mente

Allora mi dico qualcosa per calmarmi: “pff, tra poche ore tutti questi pensieri non conteranno nulla. Ti sveglierai e sarà un altro giorno, come sempre”. Ci vuole un po’ di tempo perché questo mantra attecchisca, me lo ripeto. “Tanto alla fine ti addormenti sempre, sia pure per poche ore, ma il tuo cervello si arrende perché ne ha bisogno”.

Aspetto. Guardo la mia compagna che dorme accanto a me – lei sì e alla grande – beata lei. Siamo vicini e su due pianeti diversi allo stesso momento. Mi piace guardarla nel buio, ma devo chiudere gli occhi. Mi rilasso, ci siamo quasi. “Domani è un altro giorno”. Sento i piani del mio pensiero slittare una prima volta, scivolano, la mia mente si è inclinata verso l’oblio. Ci siamo.

Stamattina mi sono svegliato ed era un altro giorno, come sempre. Il sole riempiva la stanza dove avrei lavorato in smart working – un sole freddo e infiacchito dalle nuvole, ma pur sempre il sole. Notti così possono portarsi dietro degli strascichi durante la mattinata ma il fatto di averle superate – di aver dormito nonostante ti sentissi condannato a restare sveglio e in compagnia delle tue paure – dà come uno sprint iniziale alla giornata, ti fa partire più carico.

È un periodo del cazzo, che ci fa sentire tutti fragili e in bilico. Lo stress sta mettendo a dura prova tantissima gente in tutto il mondo, e mi chiedo dove stiano trovando la forza di non impazzire le persone più indifese e che hanno meno strumenti per resistere alla pressione.

Passerà ‘a nuttata? Saremo di nuovo carichi alla vista del sole che riempie le nostre stanze? Boh. Io per ora sto facendo il massimo, come tutti, per pensare positivo. Per conservare la fiducia nel fatto che , la notte è passeggera, e le paure che la abitano non trovano posto nel giorno che segue.

“Non guardare dentro l’abisso”, mi dico. “Lo sai, quello poi guarda dentro di te e sono cazzi”.

Ok, siamo d’accordo. Ma io che cazzo leggo stanotte?

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