La tartaruga, un racconto di L. Carbone || Street Stories ||Three Faces

La tartaruga, un racconto di L. Carbone || Street Stories

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La tartaruga

di Lorenzo Carbone

Illustrazione di Coito Negato

Quella specie di tartaruga è un uomo, intabarrato nel pastrano stinto in un’alba che potrebbe esser livida, ma è il mondo reale e quindi è un’alba di merda. Esita nell’atrio del casermone scrostato, fatto apposta coi piedi per farti sentire inferiore. Il chiarore fuori è un riverbero grigio tra le pozze fangose increspate da pioviggine e vento, spasmi terminali di una notte squassata dalla tempesta. Le sette meno un quarto: l’ora del raccapriccio. Strattona il cancello e si lascia investire dalla tramontata. Quel po’ di stufelettrica-moka-carezzalgatto disperso in un attimo. La tartaruga incassa le gocce, rabbrividisce e allunga il passo. Va a lavoro coi mezzi, che non passano o sono in sciopero, che sono zeppi di carne o prendono fuoco. Ci sarebbe da ridere ma è lunedì, la sera prima ha bevuto e mancano otto mesi alle ferie. La tartaruga si sente truffata e stanca. Un inizio giornata tragico. Anche eroico, però: il lavoratore che soffre a testa alta… Un eroe proletario!
“Bell’eroe del cazzo” pensa la tartaruga, che tra mutuo, alimenti e spese varie non può mandare tutto a puttane.
Da quando ha lasciato la patente in mano a un appuntato – guida in stato di ebbrezza – ha bisogno ogni giorno di una metro e due bus. L’attesa del primo è febbrile, non ci si abitua mai. Al momento giusto guadagna un buco senza troppi complimenti nel marasma umido: cappotti impregnati di fritto, ombrelli, zainetti cenciosi, adipe, membra, respiri. La tartaruga non riesce a timbrare il biglietto e se ne cruccia. Rotea gli occhi – tutto quel che riesce a muovere – alla ricerca di un varco verso l’obliteratrice, ma non trova altro che spalle, braccia, facce incolori per nulla angosciate dall’idea di una multa. Per forza… Se ne guarda bene il controllore dal ficcarsi in quel carnaio! È al bar, mastica una bomba alla crema. Lo zucchero gli atterra sul golfino alla faccia di quel quarantotto di monossido di carbonio, cipolla-sudore e alitosi impiegatizie al cappuccino-cornetto.
Il traffico? Un patimento. Si striscia lungo la dolorosa arteria di periferia, un tempo industriale. Fracasso persistente di clacson punteggiato di cordiali vaffanculo. Un fiaterello di operai, alcol stantio, si incunea nell’aria già di per sé vivace. Sciami di motorini zigzagano tra le vetture ferme, il medio dal finestrino è quasi un “Baci ai pupi”. L’orologio non fa sconti. La tartaruga reprime una loffa. “Se avessi il teletrasporto” pensa “sarei ancora a letto. Farei la doccia solo qualche minuto prima di arrivare a lavoro fresco e pulito, in orario. Ma se avessi il teletrasporto, avrei bisogno di lavorare?”

Il metró: l’ingresso è una bocca sdentata in cima alla salita. Mandrie intere, armenti ferrigni giù per le scale sdrucciolevoli per la fanghiglia. Si lotta per guadagnare terreno. Un ragazzotto in pettorina spinge in mano alla gente un ‘notiziario’ gratuito: monnezza, propaganda, merda. La tartaruga ha fretta, lo maledice gettando l’almanacco così com’è verso un bidone. Manca il bersaglio, le pagine tutte per terra e neanche un minuto per raccoglierle. Un colpo al suo senso civico. Tre raccapriccianti fermate: porte che frollano arti, asfissia generale, gomiti in testa, per aria, nel culo. Due ragazzine commentano il fatto del giorno: un tizio ha sparato alla moglie davanti alla figlia, ha sparato alla figlia davanti al cane, poi s’è sparato. “Non bisogna far male agli animali” pensa la tartaruga.

«SAN GIOVANNI» gracchia l’altoparlante. Una marea solo vagamente umana, partecipe della stessa convulsione, si riversa all’allungo finale: il bus delle sette e trequarti, ultimo possibile per l’altra parte del mondo. La tartaruga corre e ridacchia: assurdo che esistano corse delle otto meno un quarto prendere o lasciare, ritardi, contestazioni disciplinari e lavori da sciacquatazzine. Ride come un cretino e corre: mica è semplice farlo assieme. Il ragazzo ha talento ma viene bloccato da un semaforo pedonale. Il ‘ragazzo’, non il talento: quello è pietrificato da tante cose: depressione, pigrizia, un discreto alcolismo, autostima zero fin dalla culla e quasi quarant’anni di sfiducia nel prossimo. Flusso infernale di macchine e il rosso più lungo dell’universo. Tre minuti più preziosi dell’acqua persi per sempre, la lancetta lunga in fuga sull’orologio del Laterano e le gambe a friggere dal nervoso. Le automobili continuano a sfrecciare…
«Il 714, Dio Cristo, l’autobus!»
Miseria impotente. Quel serpentone verde, quella cazzo di fiera dell’est che ci mette venti minuti per fare tre metri stamani inforca la curva sciolto come una ballerina russa! La tartaruga realizza, s’arrende, lo dice ad alta voce perché trova giusto assaporarne il peso esistenziale: «Sono in ritardo». Il transito è ancora impedito. Un leggero tamponamento ha l’effetto d’ingigantire l’ingorgo. Fuoristrada manovrano per rubacchiare mezzo metro di strisce pedonali. Il frastuono è ovunque. Assoluto filosofico, clacson come urla di strazio. Ominidi in piena escandescenza a rantolare tricchetracche di madonne dietro a finestrini appannati, capacissimi di ammazzarsi a vicenda. Ma ecco il pezzo forte: un vigile urbano tutto marziale, maschio latore del nerbo quirite, che si fa largo come un centurione tra SUV e berline per fischiare contro tutti e nessuno, gesticolando come il Direttore Maligno dell’Orchestra dell’Indistricabile. Fa casino anche peggio! La mischia appiedata ondeggia su e giù dal marciapiede decisa a saltargli alla gola, a quel pezzo di merda frapposto tra la luce verde e l’altra sponda selvaggia… Scatta l’arancione, è troppo! Esonda, la mischia: lascia il pizzardone ecce homo, culo a terra e ben gli sta! Il nostro è nel mucchio, ma il mezzo è già oltre. Inutile pure affacciarsi alla traversa: a Roma perso uno persi tutti. Fila dritto al posteggio dei taxi tirando da una sigarettina smunta, più moscia di lui. ‘Cambogia 19’ accantona il giornale sportivo e soppesa il cliente da lontano. Lavoratore dipendente, in ritardo, disposto a tutto. Niente tassametro.

Fine corsa a qualche metro dal bar. Venti euro per incassarne quaranta e un quarto d’ora di ritardo. «Alla buonora!» sibila la cassiera dall’alto del suo sgabello. Quel paio di metri. Insulti soffocati dalla porta della cucina. Il capo è già all’opera. La tartaruga afferra il caffè che un qualche collega gli lancia sul banco e lo butta giù incendiandosi lingua, esofago e budella: sofferenza sorda che è innesco a curvare la schiena e sgobbare anche oggi.

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