La sottile linea nera: da Sant'Anna di Stazzema al G8 di Genova || Intervista a Lorenzo Guadagnucci - Parte 1 || THREEvial Pursuit

La sottile linea nera: da Sant’Anna di Stazzema al G8 di Genova (Part 1) || Intervista a Lorenzo Guadagnucci || THREEvial Pursuit


La sottile linea nera: da Sant’Anna di Stazzema al G8 di Genova

Intervista a Lorenzo Guadagnucci

Parte 1

di Andrea Biagioni e Gianluca Bindi

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Scuola ‘Armando Diaz’ – Genova 2001 – AFP Photo by Gerard Julien

Eccovi di seguito la prima parte dell’intervista integrale a Lorenzo Guadagnucci, apparsa in forma ridotta sul numero 21 di StreetBook Magazine. Buona lettura!

Quando Lorenzo Guadagnucci ci ha chiesto dove incontrarci per questa intervista, Le Murate si prestavano perfettamente per quella chiacchierata. Lì, sono stati incarcerati e torturati prima i partigiani che hanno contribuito a liberare Firenze e l’Italia dall’occupazione nazifascista; poi i brigatisti, emblema di quegli “anni di piombo” ancora avvolti da inquietanti zone d’ombra. Oggi, Le Murate sono un luogo di cultura e di memoria ma anche d’intrattenimento, sempre più stritolato dalle spinte di un turismo frenetico e globale, mirato al solo profitto. Un percorso di riqualificazione iniziato nel 2001, l’anno del G8 di Genova, che Lorenzo ha vissuto in prima persona da giornalista e da testimone diretto, suo malgrado, dei fatti della Diaz. Non solo, Lorenzo è anche nipote di Elena Guadagnucci, una delle vittime di Sant’Anna di Stazzema. Sessantasei anni di storia italiana che sembrano avere un legame quasi carsico: una sottile linea nera che unisce le stragi nazifasciste a quella che è stata definita “la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”.

Andrea Biagioni: Penso sia inutile ripercorrere per filo e per segno quello che è successo in quei giorni a Genova, anche perché è quasi tutto documentato e sappiamo quindi molto sul come certi fatti sono avvenuti da piazza Alimonda alla Diaz, passando per Bolzaneto. Sarebbe inutile anche venire a chiederti di ripetere la tua testimonianza sulla Diaz, con aspetti che hai già riferito mille volte e peraltro in maniera molto dettagliata e approfondita nei tuoi libri.  Quindi, la prima domanda è un po’ anticonvenzionale, perché sarebbe l’ultima che dovremmo farti. Sul G8 di Genova ci sono siti, libri, film, documentari, c’è quindi molto materiale e in questi casi può essere difficile raccapezzarsi, penso magari a chi come i più giovani il G8 non l’hanno vissuto, ne hanno appena sentito parlare e ci si vogliono avvicinare, sia a chi l’ha vissuto ma l’ha approfondito in maniera parziale e anche a chi è più esperto però magari gli mancano alcune fonti, alcuni documenti che possono aiutare a capire meglio quello che è successo. Tu per esempio che cosa consiglieresti di andare a guardare, siano dei libri, film, siti, facciamo tipo livello facile-intermedio-difficile.

Lorenzo Guadagnucci: Diciamo che per partire si può andare verso l’accesso alle testimonianze raccontate in maniera quasi colloquiale, quindi per esempio il mio libro Noi della Diaz è un accesso. Un altro accesso sempre alla Diaz, è la graphic novel Quella notte alla Diaz. Una cronaca del G8 a Genova di Christian Mirra che era fra noi novantatré e che è l’unica rappresentazione visiva di quello che è successo alla Diaz perché non c’erano immagini, fotografie, niente. Questo penso sia già un livello di accesso facile per lo stile, per come si propone e anche il mio è un racconto che è quasi un diario giorno per giorno. Qualcosa di difficile, ma non so se dire più difficile, quindi direi di più specifico, più ampio, più complessivo sicuramente è il libro di Carlo Gubitosa, Genova nome per nome, che uscì già diversi anni fa, però è – anche per la parte processuale nonostante i processi non si fossero ancora conclusi – una bella ricostruzione di tutto quello che è successo a Genova non solo per la parte degli scontri, ma anche per quella politica e del movimento. È un bel volumone, disponibile gratuitamente in rete, anche se all’epoca uscì su carta. Un’altra testimonianza che però forse potrebbe andare anche fra le prime è quella di Marco Poggi, l’infermiere penitenziario di Bolzaneto, che è stato uno dei pochi – anzi sostanzialmente sono stati due tra le forze dell’ordine – a rompere la consegna del silenzio, dell’omertà: l’altro era il suo collega Ivano Pratissoli. Entrambi all’epoca hanno raccontato tutto al magistrato circa un mese dopo e hanno fatto un libriccino, quasi introvabile, che si intitola Io, l’infame di Bolzaneto. E poi il libro che ho fatto con Agnoletto, L’eclisse della democrazia, credo sia quello più completo; me lo dico da solo ma tanto voglio dire non è che stiamo parlando di grandi vantaggi economici né di altro tipo.

Gianluca Bindi: Chiaro. Che sia un testo molto completo, lo si capisce leggendolo. Racconta bene tutta la nascita del movimento e di qual era la situazione politica e sociale all’epoca.

LG: Sì, è aggiornato, facciamo nomi e cognomi, è forse la sintesi migliore e sarebbe un livello medio, nel senso che si può leggere o è fatto per essere letto da chiunque. Insieme ci metterei Gridavano e piangevano, che è un libro su Bolzaneto, scritto da Roberto Settembre, ovvero il magistrato che fece da giudice relatore nella sentenza di secondo grado; una volta andato in pensione ha scritto questo libro, in maniera narrativa diciamo così, ma tutto basato ovviamente sulla documentazione: un libro che fu scritto per lo shock provocatogli da quell’esperienza di giudice. A livello di documentari secondo me il lavoro migliore è quello di Blu Notte di Carlo Lucarelli.

( All’epoca dell’intervista, nessuno di noi aveva ancora visto il documentario Il G8 di Genova – La Ricerca della Verità di Elio Mazzacane con la consulenza storica di Donatella Della Porta, proposto da Rai 3 all’interno della trasmissione La grande storia – Anniversari, condotta da Paolo Mieli. Il documentario di Mazzacane rappresenta un importante “aggiornamento” riguardo i fatti di Genova e soprattutto l’evoluzione dei procedimenti processuali dopo il 2007, anno in cui venne trasmesso l’ottimo lavoro di Carlo Lucarelli, ndr).

AB: C’è anche un sito spesso citato che è processig8.net: quanto è “accessibile”?

LG: È ottimo perché è pieno di materiali accumulati all’epoca, però lì bisogna essere un po’ addetti ai lavori per orientarsi. Non l’ho citato perché ti perdi se non sei abituato. Fu usato dalla segreteria legale, cioè questo gruppo di avvocati e tecnici che supportarono i processi per anni, e via via che questi materiali venivano fuori, venivano accumulati lì e messi a disposizione; però sono molto, molto specifici, se non sai di che si parla, ti perdi, non capisci cos’è importante e cosa non lo è. Rimane comunque è una fonte fondamentale per chi si avvicina professionalmente a questo tema. C’è un lavoro dietro professionale molto approfondito, di anni.

AB: Chiuso questo capitolo, come dicevamo, è inutile ripercorrere tutto visto che di documenti appunto ce ne sono moltissimi per avere una conoscenza generica dei fatti. Andiamo quindi direttamente al sodo, ai dubbi che ancora ci sono sul G8 del 2001: c’è stata a Genova l’incapacità di gestire l’ordine pubblico, è sfuggito di mano il tentativo da parte delle istituzioni di demonizzare il movimento impropriamente definito No-Global e quindi il Genoa Social Forum, oppure tutto questo faceva parte di una strategia, una sorta di prova generale per un golpe da parte della destra come scrive Andrea Camilleri nella prefazione a “L’eclisse della democrazia” libro da te scritto insieme a Vittorio Agnoletto (portavoce del GSF, ndr)?

LG: Ti posso dire la mia verità, la spiegazione che mi do. Credo che il problema sia stato non di ordine pubblico ma di ordine politico, che tutto quello che è accaduto, è avvenuto dentro una cornice di senso e di indirizzo che è quella di un sistema ideologico e di potere: il potere dominante delle forze politiche maggiori, dei governi dell’epoca. Parlo al plurale perché quello che è avvenuto a Genova, per il rilievo che aveva quell’evento, è stato più vistoso nelle proporzioni e per l’importanza delle mobilitazioni, però non è troppo diverso da come fu affrontato quel movimento anche in altri paesi, anche in altri contesti prima di Genova, e da governi di diverso colore politico che gestivano il potere in quelle situazioni specifiche. Quello era un movimento politico, il primo movimento di critica alla globalizzazione liberista e allo stesso tempo il primo movimento globale; un movimento competente, che aveva una capacità di elaborazione molto alta, che aveva alle spalle delle storie anche molto consolidate e che superava gli stereotipi sulla contestazione, perché l’arco ideologico-culturale andava veramente dalle suore missionarie ai centri sociali: tutte organizzazioni e realtà che capivano come per il proprio ambito di azione fosse necessario fare un passo in più, fare un passo politico. Anche solo concentrandoci sulla composizione del Genova Social Forum c’erano migliaia di associazioni (circa 1500, di cui 900 italiane, ndr) con una storia importante in vari ambiti: l’ambientalismo, il sindacalismo, l’associazionismo. C’erano Ong, associazioni legate alla cooperazione internazionale e al commercio eco-solidale, insomma tutte esperienze consolidate. Non erano quindi contestazioni fini a sé stesse o teste calde che scendono in piazza, così. Ricordo che il primo Social Forum Mondiale di Porto Alegre nel gennaio 2001 era, come dire, frastornante quasi per la quantità di argomenti. In questo campus all’Università di Porto Alegre, c’erano decine di seminari, ognuno su un argomento diverso, ognuno con competenze diverse. Quindi era un forum di discussione, l’interesse era per i temi, era per le questioni che erano nuove, c’era voglia di capirle di conoscerle. Era un movimento che poneva una questione politica e apriva un fronte politico nuovo, perché diceva: “Attenzione, il mondo è cambiato. Lo scenario sul quale agire politicamente è quello globale, gli interlocutori non sono più i governi nazionali, i parlamenti nazionali. Sono le nuove organizzazioni sovranazionali che hanno un potere molto maggiore dei singoli governi. I processi politici ed economici si decidono in altre situazioni che non sono quelle canoniche e che siamo abituati a pensare che siano i luoghi di decisione. Non si decide più a Roma, per dire, si decide altrove, alla riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization,ndr), si decide nel consiglio di amministrazione del Fondo Monetario Internazionale. Lì si prendono le decisioni strategiche che cambiano le vite delle persone”. Basta pensare ai piani di aggiustamento strutturale che sperimentarono in America Latina, cioè dei piani di ripianamento del debito in cambio delle cosiddette ‘riforme’, dove riforme vuol dire ‘liberalizzare e privatizzare’: ebbene queste erano decisioni che prendevano il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, la WTO e che i parlamenti locali subivano, non decidevano. Erano come ricattati e sottoposti a una pressione dovuta alle dinamiche globali. Quel movimento disse: “Il nuovo potere è questo”, a Seattle contestò la WTO. Chi la conosceva prima l’Organizzazione Mondiale del Commercio? Inoltre quello del Social Forum era un movimento che sfondava gli stereotipi, lì superava gli stereotipi sulla contestazione, perché non era etichettabile come un movimento di estrema sinistra. Non si poteva dire questo, perché magari c’era l’estrema sinistra ma l’arco ideologico-culturale andava veramente dalle suore missionarie ai centri sociali passando per i Medici con l’Africa Cuamm o Medici Senza Frontiere: tutte organizzazioni e realtà che capivano come per il proprio ambito di azione fosse necessario fare un passo in più, fare un passo politico. Allora con questo movimento fu deciso, fu scelto di non confrontarsi con gli strumenti della politica e del dialogo, fu scelta la via del rifiuto, della contrapposizione attraverso gli strumenti classici, se vuoi: l’uso della forza e la criminalizzazione. Una criminalizzazione che è stata anche mediatica. Mentre in Italia ci si organizzava, ci si rendeva conto che c’era un fermento che da tanto non si vedeva e che non s’è più visto in questi anni: questa voglia di fare, di organizzarsi, di discutere. Invece, nel pre-Genova politicamente e mediaticamente s’è parlato di tutt’altro rispetto alle questioni che dicevamo prima e che il Social Forum affrontava e voleva affrontare. Si è parlato degli scontri, delle violenze in arrivo, del pericolo che questo movimento rappresentava e basta.

GB: A questo punto viene da chiedersi che ruolo abbiano avuto le forze di polizia e in generale le autorità, le istituzioni: al servizio delle organizzazioni sovranazionali a cui accennavi prima come Fmi, WTO eccetera?

LG: Sì, diciamo di sì.

GB: Secondo te c’è stato anche l’interesse, da parte del nuovo governo Berlusconi appena è instaurato, a dare subito un impatto autoritario al Paese?

LG: Io non credo sarebbe andata molto diversamente se non ci fosse stato il governo Berlusconi, perché la risposta e il modo di confrontarsi con quel movimento è stata simile fra governi di centrodestra e centrosinistra.

AB: Non a caso, Genova era stata scelta per il G8 dal governo D’Alema: scelta che era già stata contestata.

LG: Sì, ma lo trovo poco rilevante. Spesso si cita l’esempio di Napoli qualche mese prima, dove ci fu una manifestazione del Global Forum a marzo [1] che fu affrontata nello stesso modo, cioè con un uso sproporzionato della forza con eventi molto simili a quelli poi avvenuti a Genova, con la gente prelevata nei pronto soccorso, maltrattata nelle caserme. Credo che il punto sia proprio questa risposta politica che fu data, cioè di ostracismo e di criminalizzazione mediatica, di confronto con gli strumenti della forza pubblica. Ce lo conferma la preparazione che ci fu con questa grancassa mediatica di fake news, come le chiameremmo oggi. All’epoca non si usava questa espressione, ma di questo si tratta quando si divulgano notizie come appunto sequestri di poliziotti oppure cose anche più incredibili come il lancio di sangue infetto che se uno comincia a pensarci cosa significa, voglio dire… come si fa per esempio procurarsi del sangue infetto? Eppure erano informazioni che venivano riportate su giornali importanti, rivelandosi poi prive di fondamento.

AB: Tra quelle testate c’erano appunto Corriere, Repubblica, Il Secolo XIX e tante altre per intendersi. E quando parlavano dell’imminente G8, ne parlavamo con i termini di una guerra batteriologica, come se all’interno del Genova Social Forum ci fossero delle organizzazioni paramilitari.

LG: Sì, ma poi anche molto specializzate, come se ci fosse un laboratorio, perché ripeto, prendiamo quella del sangue, che si diceva fosse infetto di AIDS: intanto procurarsi del sangue, non so, forse una donazione di sangue dei manifestanti, boh; oppure doveva essere infettato da qualcuno che lo sa fare, ma come disse Vittorio Agnoletto che è un medico (a lungo non a caso, presidente della Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS), il sangue che entra a contatto con l’aria smette di essere infetto. Quindi, son cose anche fantasiose che però entravano in questa cornice e quindi venivano accettate per quanto fossero inverosimili. E poi, che ci fosse nei confronti del movimento un ostracismo premeditato, ce lo conferma la preparazione delle forze di polizia a Genova: fu una preparazione di tipo militare, con un impiego direi sistematico di forze speciali da parte dei vari reparti, in particolare i carabinieri che misero in campo i loro reparti di ‘pronto intervento’, direi bellico. C’erano dei reparti che erano reduci dalla Somalia, che poi dopo Genova sono stati in Iraq, per dire, quindi non erano reparti specializzati nella gestione di manifestazioni politiche-sindacali, dove è tutt’altro lo scenario e così la modalità di intervento, perché non hai un nemico davanti, ma dei manifestanti. Tu porti questi reparti specializzati, gli usi in piazza – perché non è che siano stati a guardare, in piazza Alimonda c’erano reparti di questo tipo – e in qualche modo precostituisci quello che poi accadrà ed è puntualmente accaduto. Quindi io non credo che ci sia stata una genesi delle violenze all’interno delle forze di polizia indipendente da questa cornice. Credo che la genesi delle violenze si spieghi dentro questa cornice e le forze di polizia hanno agito con modalità che è difficile sintetizzare, però alcune cose le abbiamo capite anche semplicemente da certi comportamenti.

GB: Tu che idea ti sei fatto, riguardo la condotta delle forze dell’ordine?

LG: Io credo di poter dire che in generale tutte le condotte sono state attuate nella consapevolezza di avere come minimo una copertura politica rispetto ai propri comportamenti, in molti casi anche una copertura giudiziaria, cioè un’aspettativa di impunità. Non si spiegherebbe altrimenti la quantità di violenze plateali, anche di fronte ai propri colleghi. A Bolzaneto, le torture sono andate avanti per tre giorni e, a parte alcune decine di agenti che le hanno praticate e le hanno attuate in qualche modo o con l’omissione o con l’azione, altre decine se non centinaia di agenti, hanno frequentato questo posto per tre giorni e nessuno ha detto niente, nessuno è intervenuto, quindi come dire, c’era un largo consenso sulla liceità di azioni che poi si sapeva essere illecite. Allo stesso modo, non si spiega la violenza dentro la scuola Diaz così brutale, così selvaggia, così pericolosa. Che non sia morto nessuno è assolutamente casuale…

AB: Si son fermati solo perché hanno visto o pensavano che qualcuno fosse morto.

LG: Sì, pensavano di averne ammazzato uno, e comunque qualcuno è andato in coma, quindi il fatto che siamo vivi, non vuol dire che non si sia rischiato… e un comportamento così violento a mio avviso si spiega solo se hai la certezza di non doverne mai rispondere. Allo stesso modo, la quantità incredibile di falsi in atto pubblico, è difficile spiegarla se non in termini appunto di sapere che non se ne dovrà mai rendere conto. Sono stati falsificati una quantità incredibile di verbali, di documenti, verbali d’arresto e rapporti della magistratura, false testimonianze una dietro l’altra. È quasi tutto falso quello che è stato scritto ufficialmente dalle forze di polizia. E poi l’omertà come regola rigidissimamente rispettata. Quindi tutto questo a mio avviso non si spiega con un’improvvisa perdita di lucidità collettiva.

AB: Un’altra delle questioni che non tornano, è quella riguardante i black bloc, il grande spauracchio dietro cui si è creata la demonizzazione del Social Forum, perché è tutto stato impostato su quello: il rischio erano i black bloc. Però, dovevano fermarli alle frontiere, e non è successo; dovevano fermarli lì a Genova e non è successo. A Genova questo gruppo è presente e agisce in una maniera ben precisa: arriva, crea disordine, sparisce e si raduna in un altro punto. La Polizia, e in generale le forze armate arrivano sempre in ritardo e, a quanto mi risulta, di black bloc fermati in quei giorni, nemmeno mezzo. È un po’ strano. Ma intanto, tu li hai visti agire?

LG: Sì sì, io li ho visti, nel libro Noi della Diaz l’ho raccontato. Questi gruppi erano pressoché sconosciuti in Italia. Il Black Bloc era più un fenomeno degli Stati Uniti, del nord Europa e si era cominciato a parlarne nei mesi precedenti a Genova, in alcuni degli appuntamenti che ci furono fra gennaio e luglio 2001: si manifestavano ogni volta che c’era una riunione di questi organismi di cui abbiamo parlato, però in Italia, se ne sapeva veramente poco perché non c’erano state occasioni per loro di manifestarsi.

AB: A Napoli non si erano presentati.

LG: No, infatti non si erano mai visti e fu a Genova che si videro in azione. Io ricordo di aver visto, sabato 21 luglio, che si avvicinavano allo schieramento delle forze di polizia sul lungomare. Ricordo di aver descritto una ragazza che passava in mezzo a corteo, tutta vestita di nero, apparentemente del nord Europa, che si univa a questo gruppo per poi andare a fare questi lanci di pietre, di molotov. Abbastanza estranei al resto dei manifestanti. D’altra parte i black bloc si presentano non come un’organizzazione ma come un modo di agire, quindi chiunque può fare il black bloc e star dentro il Black Bloc, anche semplicemente decidendolo sul momento, senza conoscere gli altri: non è richiesto di partecipare.

Sfilata di appartenenti al Black Bloc – Genova 2001- ©R.PONTI/G.NERI – Fotografo: Ponti

AB: Ciò che stupisce e spiazza un po’, già dal venerdì, è proprio il loro modo di agire: arrivano a Marassi, incendiano il portone di Marassi, scappano, li inseguono, si riuniscono in altre aree e ricominciano, portando di fatto i disordini nei luoghi dove le forze di polizia caricheranno in manifestanti della rete Lilliput in piazza Manin e le tute bianche in via Tolemaide, a cui seguiranno gli scontri in piazza Alimonda. Arrivo, colpisco, creo disordine, fuggo, mi riunisco e riparto, in sequenza: una modalità quasi paramilitare, non molto anarchica. E poco anarchiche, come diceva Lucarelli nel documentario di Blu Notte, appaiono le pseudo parate militari in cui si esibiscono. Perché c’è questa modalità di attacco da parte del black bloc?

LG: Bisogna riconoscere che esiste questa idea di azione di piazza, che si attua attraverso queste forme e che sì, a me sembrano paramilitari: facevano anche delle marcette con dei tamburi, un abbigliamento non proprio innocente, anche nel modo di proporsi. Bisogna anche dire che in questi gruppi del Black Bloc, c’erano alcuni che si organizzavano, che si preparavano. Poi via via si sono uniti altri che a loro volta praticano, teorizzano e rivendicano tuttora la necessità, l’opportunità, la loro scelta di stare in piazza anche facendo delle azioni diciamo più muscolari, che si possono non condividere. Io la trovo una modalità abbastanza superata, secondo me meglio trovarne altre, però bisogna riconoscere che c’è questa modalità, non è fuori dalla storia dei movimenti, è dentro la storia dei movimenti. A Genova però questo aspetto si è totalmente inserito in quella cornice che dicevo prima, ha fatto comodo. Se non ci fosse stata si sarebbe dovuto inventare, tant’è che sappiamo come le forze di polizia si fossero premunite, perché nel caso non ci fossero state abbastanza occasioni di pretesti, di azioni violente, di teppismo o quello che sia da parte di manifestanti, si era pronti a crearle.

GB: C’era bisogno di un casus belli, comunque.

LG: No, però sai se fosse stato un sit-in sarebbe stato problematico criminalizzare, dire “vedete sono violenti, questo è un problema di ordine pubblico, non è un problema politico”. È chiaro che se qualcuno tira delle pietre, spacca delle vetrine, saccheggia il supermercato è meglio dal punto di vista della rappresentazione mediatica di ‘movimento violento’, eversivo e che non deve essere ascoltato perché sa solo spaccare vetrine, perché poi alla fine è questo: “il no-global è lo spacca-vetrine”, questo è il messaggio che si è cercato di trasmettere. Si erano premuniti con l’infiltrazione, che è uno strumento di polizia secolare.

AB: Ecco appunto, le infiltrazioni della Digos all’interno, ci sono, si sono viste e si sono visti i video, personaggi ambigui che parlavano con le forze armate.

LG: Certo, sono documentate. Qui in Italia è un argomento di cui si parla malvolentieri, però secondo me è un dato di fatto. Devo dire comunque che, secondo me, la pietra tombale sopra qualsiasi discussione ce l’ha messa David Graeber, antropologo prestigiosissimo d’ispirazione anarchica, docente universitario ma militante morto purtroppo l’anno scorso. Lui era vicino a queste posizioni di protesta anche più muscolare, per cui non si scandalizzava se qualcuno spaccava una vetrina, e in uno dei suoi libri parla tranquillamente di pesante infiltrazione nel Black Bloc a Genova.

AB: C’era anche un altro tipo di possibile infiltrazione di cui si parlò un po’ all’epoca ma di cui adesso non si parla quasi mai. Mi riferisco al rischio d’infiltrazione nel Black Bloc dei gruppi di estrema destra. Ci sono segnalazioni, testimonianze riguardo la loro presenza, ma oltre a questo il vuoto.

LG: Diciamo che sono stati segnalati in più occasioni, Forza Nuova e altri gruppi, però che io sappia non c’è documentazione e anche da parte loro, come dire, di racconto della loro presenza, c’è pochissimo o niente. Furono segnalati, questo sì. Mi ricordo che anche Vittorio Agnoletto, come portavoce del Social Forum, trasmise alle forze di polizia segnalazioni che aveva ricevuto di presenza di gruppi organizzati di estrema destra, con potenziali azioni di disturbo, però non mi risulta altro.

GB: Incredibilmente sono spariti.

LG: Sì, sono spariti e non ci sono state indagini di nessun tipo. Rispetto al Black Bloc, una cosa che balza agli occhi è che abbiano agito indisturbati a fronte di un dispiegamento di forze senza precedenti. Si parla di decine di migliaia di agenti di tutte le forze dell’ordine, e anche di militari, che hanno permesso quelle azioni. La giustificazione che qualcuno ha balbettato è che sarebbe stato troppo pericoloso intervenire, poi però gli interventi ci sono stati in realtà. Le cariche ai cortei sono state pesanti, violente e quindi non è che si è scelto di non intervenire. Gli interventi sono stati fatti, però guarda caso non a colpire chi poteva essere fermato anche a norma di legge – perché ci son delle regole che alcuni hanno consapevolmente infranto. Quindi, diciamo che la gestione dell’ordine pubblico, se la vogliamo analizzare da un punto di vista tecnico, è stato un fallimento gigantesco, perché da un lato dici che Genova è stata saccheggiata, dall’altro hai un pugno di mosche in mano perché non hai né controllato né hai fermato i responsabili e quando hai sostenuto di averli fermati, come nel caso della Diaz, neanche uno di quelli sei riuscito a ricondurlo a comportamenti illegali. Poi ovviamente tutto va inserito in quella cornice di cui si parlava all’inizio.


Un’aula della scuola Diaz – Genova 2001 – Alberto Giuliani, Luzphoto

AB: Passiamo un attimo alla Diaz e a un personaggio nello specifico: Vincenzo Canterini (comandante del Primo reparto mobile di Roma VII Nucleo Sperimentale, élite antisommossa i cui agenti furono i primi a fare irruzione alla Diaz, ndr). Rivedendo il confronto di qualche anno fa tra Agnoletto e Canterini – che per l’altro non si erano mai visti da quel giorno alla Diaz – con Enrico Mentana a moderare, c’è un aspetto che mi ha colpito. Vincenzo Canterini cerca di difendere sé stesso e i suoi con ogni mezzo fondamentalmente, questo è evidente, però all’interno di questa “difesa” qualcosa dice. Addirittura molto spesso ad Agnoletto dice, “Vengo sulle sue posizioni”, arrivando anche a dargli ragione perché altro non può fare. Agnoletto non gli contesta quello infatti, gli contesta ovviamente altro, gli contesta molto semplicemente il fatto di volerne uscire completamente pulito come se lui e i suoi uomini fossero i salvatori della Diaz e non tra i responsabili. Però ripensando al discorso della strategia e della cornice, il ragionamento di Canterini fila: “Sì, c’è qualcuno che ha voluto la Diaz, qualcuno dall’alto”. Il problema è che Canterini si ferma lì, rimane a metà strada, fa nomi che ormai già son venuti fuori e non altri: non ti dice chi dall’alto ha voluto la Diaz, non lo vuol dire probabilmente ed è difficile pensare che uno come Canterini, che era a capo del Nucleo Antisommossa, non sapesse assolutamente niente, che non sia venuto a sapere qualcosa. Comunque, arriviamo al punto. L’irruzione alla Diaz è stata decisa quindi per ‘portare il punto a casa’ visto il disastro di ordine pubblico che era stato fatto nei giorni precedenti? O c’era un altro motivo specifico, politico e da inserire in quella famosa cornice?

LG: Diciamo innanzitutto che rispetto a tutto quello che è avvenuto, c’è stata una consegna del silenzio che i magistrati hanno forse chiamato con la parola giusta: omertà. Ed è stata rispettata in maniera militare oserei dire, tassativa quasi. Questa è una costatazione che dobbiamo fare, perché tuttora è così. Sulle motivazioni che lo portano ancora a tacere su alcuni aspetti sai, a noi risulta ovviamente difficile andarle a indagare perché ragioniamo su parametri che non credo siano quelli che può avere un appartenente a un corpo di polizia come Canterini, il quale pur essendo ora un civile ha di fatto un’etica di tipo militare e ha vissuto una lunghissima stagione di leadership carismatica, sulle cui caratteristiche abbiamo tanti dubbi, poche certezze, parecchie sensazioni. C’è un gruppo di persone che ha fatto quadrato, si sono protetti l’uno con l’altro e nessuno ha osato spezzare il fronte tranne, Ansoino Andreassi, l’allora vice capo della Polizia, che è morto pochi mesi fa. Andreassi non era per storia personale legato al gruppo di Gianni De Gennaro, che è stato un po’ il deus ex machina della Polizia per qualche decennio e capo della Polizia in quel luglio 2001; è stato il poliziotto italiano di maggior successo, di maggiore prestigio internazionale, cresciuto nell’Antimafia, braccio destro di Falcone: è lui che ha gestito Tommaso Buscetta per riportarlo in Italia. Nella sua carriera dentro la Polizia, si è portato dietro una serie di persone, di suoi collaboratori che sono poi tutti quelli che hanno gestito la vicenda Diaz. Andreassi aveva una storia un po’ diversa, si è trovato come vice capo e non è un caso che sia stato esautorato nel momento di maggiore difficoltà di De Gennaro. Quel sabato 21 luglio, De Gennaro era in una posizione difficilissima, perché la gestione dell’ordine pubblico da un punto di vista tecnico era stata peggio che disastrosa. La città, come dicevano i politici, messa a ferro e fuoco. E tu cos’hai portato a casa? Quanti di questi violenti e terribile appartenenti ai black bloc hai arrestato? Nessuno. Allora Andreassi non era imputato perché quando ci furono le riunioni preparatorie dell’intervento alla Diaz lui si pronunciò contro e disse che non andava fatta questa cosa, quindi poi non partecipò all’operazione, ergo non era imputato perché non era coinvolto. Fu ascoltato come testimone. E lui diede una spiegazione ‘del perché la Diaz’, una spiegazione poi accolta di fatto dalla sentenza. Disse che c’è questa regola non scritta dentro le forze di polizia: quando tu hai accumulato degli insuccessi, sono successe delle cose che non dovevano succedere in piazza, tu hai bisogno di contrapporre qualcosa, cioè devi arrestare della gente. Fu così che la mattina – e sottolineo la mattina, non la sera – del sabato 21 luglio, arriva a Genova il braccio destro di De Gennaro, Arnaldo La Barbera. Andreassi viene accantonato e si cominciano a fare questi “pattuglioni” cosiddetti, cioè bisogna arrestare gente e attribuirgli le colpe di quello che è successo in piazza nei giorni precedenti. Per cui fecero una perquisizione e alcuni arresti collettivi alla scuola ‘Paul Klee’ e poi la sera fecero questa operazione alla scuola Diaz, che non era una scuola a caso come poteva essere la ‘Paul Klee’, dove c’erano stati e c’erano passati – secondo le informazioni che loro avevano – alcuni black bloc, tanto che fecero un arresto di gruppo, ma poi i giudici non confermarono gli arresti, quindi anche tecnicamente un po’ maldestra come operazione. La scuola Diaz, invece no. La Diaz era il quartier generale del Genova Social Forum, di Agnoletto e del GSF, che dicevano “noi siamo contro i black bloc, sono nostri avversari, siete voi che li dovete prendere. Che c’entriamo noi, non siamo noi la Polizia. Siete voi la Polizia”. Allora, la Polizia voleva poter dire: “Quelli del Black Bloc li abbiamo presi a casa vostra”. È anche un assist che fai alla politica, perché è come se tu gli dicessi: “Il GSF che fanno i santi in realtà sono complici, tant’è che quelli del Black Bloc sono passati da loro”. E la Diaz è stata raccontata così in conferenza stampa. Quindi la spiegazione del perché si fa questa operazione alla Diaz c’è. Sul piano tecnico è stata gestita in quel modo, diciamo. Sul perché sia stata condotta così, sul perché gli agenti (del Primo reparto mobile di Roma VII Nucleo Sperimentale, gruppo d’élite antisommossa comandati da Vincenzo Canterini, ndr) e quelli delle altre squadre mobili abbiano agito in quel modo, io devo pensare fossero persone disposte e preparate a fare questo. Sul perché il gruppo di Canterini abbia agito in quel modo, siccome io li ho visti all’azione gli uomini di Canterini, non è che mi venga a raccontare tante storie. Loro non hanno fatto alcuna perquisizione in nessun momento, hanno semplicemente picchiato selvaggiamente chi si sono trovati davanti.

G8 Genova 2001 – AP Photo

GB: Tutti. Sia loro del reparto antisommossa sia altri.

LG: Loro sicuramente sono i primi che sono entrati e sono i più responsabili.

AB: Gli altri reparti chi erano?

LG: Erano squadre mobili di varie città. Invece quelli di Canterini erano stati preparati prima del G8, in vista del G8. Avevano i manganelli tonfa e gli era stato spiegato che cosa sono quei manganelli, che non sono i manganelli ordinari. Se io uso con forza un manganello su una spalla, per dire, ci sta si spezzi il manganello: col tonfa si spezza la spalla e sono di un materiale che non si spezza. Quando a Michelangelo Fournier, il vice di Canterini, gli fu fatta una domanda in tribunale su questi tonfa, lui disse che gli istruttori americani che gli presentarono questi strumenti gli fecero notare che – lui usò questa espressione – spezzano le ossa di un bue e sono armi letali. A seconda di come le usi tu puoi ammazzare una persona perché le ossa del cranio si sfondano. Con lo sfollagente no, ti fai un bernoccolo al massimo. Questo è il punto. Loro hanno agito così perché, io devo pensare, fossero persone disposte e preparate a fare questo. Canterini sostiene che il reparto fu selezionato fra quelli psicologicamente più stabili, più affidabili. Io francamente non ci credo. Se venissero fuori, si facessero conoscere magari ne potremmo parlare. Non sappiamo il nome e cognome di nessuno di loro. Rimane il fatto che loro hanno agito in quel modo, ci sono testimonianze inoppugnabili e a mio avviso se hanno agito in quel modo – non so se fosse una loro valutazione o una loro sensazione o ancora se qualcuno glielo avesse detto esplicitamente, non lo posso sapere – però loro hanno agito in quel modo nella certezza dell’impunità, non trovo altre spiegazioni per cui una persona di una squadra mobile che guadagna 1300 euro al mese, rischia di ammazzare una persona per nulla.

AB: Canterini scarica la colpa solo sugli agenti delle squadre mobili, quella grande macedonia di quasi quattrocento agenti, a suo dire sconosciuti, scagionando parte della sua squadra.

LG: Questo è falso, scaricare sugli altri è facile.

AB: Di fatto l’unico gruppo davvero preparato per un intervento come quello che era stato preparato alla Diaz, erano loro.

LG: Non c’è alcun dubbio, perché ci sono testimonianze convergenti di chi, come me, stava dall’altra parte manganelli. Non ci conoscevamo fra di noi, continuiamo a non conoscerci, eppure abbiamo detto tutti detto la stessa cosa. Ci sono i filmati che mostrano i suoi uomini che entrano per primi, quindi quelli che sono entrati per primi e che hanno cominciato i pestaggi sono loro, non c’era nessun altro dentro la scuola Diaz prima che entrassero loro. Canterini una volta ha citato anche il mio libro per dire che lo dicevo anch’io che c’era questa macedonia di agenti, ma non è proprio così. Prima sono entrati loro, perché hanno mandato loro come testa d’ariete e hanno cominciato loro a pestare. Poi è vero che sono entrati anche altri e alcuni degli altri si sono aggiunti.

AB: Insomma, anche quello di Canterini sembra un tentativo maldestro di depistaggio.

LG: Un tentativo maldestro che non ha avuto nessuna eco da nessuna parte, cioè nessuno gli ha dato retta, in tribunale è roba che non resiste un minuto. Non puoi usare queste parole così a casaccio di fronte a decine di testimonianze e di filmati. Non valgono niente. Lui ha eseguito degli ordini.

AB: Certo, l’unico dubbio che ti viene nell’ascoltarlo è di questa concertazione dall’alto, che rispondeva evidentemente anche a delle necessità politiche non solo italiane ma internazionali, nella quale Canterini e i suoi uomini, come molti altri, si sono trovati a svolgere il ruolo del perfetto braccio armato.

LG: Esatto, non è Canterini la persona più importante di quella sera. Operativamente non era lui a comandare, lui era sottoposto a una catena di comando dove c’erano persone ben più importanti di lui.

(Continua…)


[1] La manifestazione era stata organizzata in opposizione alla riunione dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sul digital divide. Nel frattempo, il governo D’Alema era caduto e si era instaurato il governo Amato, sempre di centrosinistra.

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