La schiava, un racconto di E. Ninotti || Parte 1 || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

La schiava, un racconto di E. Ninotti || Parte 1 || Street Stories – INEDITO


La schiava – pt.1

Dalla mente di Emanuele Ninotti

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Cover by Brucio

Il bordello di Ivan

Ivan gestiva un bordello nel quartiere a luci rosse. Veniva dall’Est Europa ed era un uomo colossale, a occhio si sarebbe detto che pesava minimo centoventi chili. Non parlava mai, il gorilla, si esprimeva a gesti, con il capo o con le braccia. David lo trovava ridicolo nella sua primitività, nella sua indole animalesca; pareva che quell’uomo fosse cresciuto da solo in mezzo ai lupi, in una foresta sperduta da qualche parte in mezzo ai Balcani. Ivan aveva cicatrici in punti sparsi del corpo; una sul collo, spessa e lunga, un’altra sotto l’occhio sinistro, a forma di mezzaluna. Chissà quante altre ne aveva su quel corpo mastodontico e chissà quali erano le storie dietro a quegli sfregi. Era sempre rubicondo, ma non in una accezione positiva: trasudava alcol dalla pelle traslucida, stretto in completi da magnaccia, pareva che stesse sul punto di esplodere da un momento all’altro. David lo trovava ributtante, ma alla fine non gli dava molta importanza, stava sempre zitto, ogni tanto emetteva un grugnito, lanciava un’occhiata malevola.
David frequentava il bordello da poco tempo, non era un habitué; un tempo la coscienza lo avrebbe tormentato in caso si fosse trovato a varcarne la porta: gli avrebbe fatto a brandelli l’anima. Cosa lo aveva spinto a rivolgersi a delle professioniste dell’amore? David si poneva questa domanda ogni volta che sentiva crescere in lui il desiderio di un paio d’ore di dissipatezza sfrenata, di viziosi momenti selvaggi. Era giovane e di bell’aspetto, gli altri uomini gli invidiavano la prestanza fisica, che era come magnetica, d’impatto; quando entrava in una stanza gli occhi dei presenti cadevano automaticamente su di lui. Aveva successo con le donne, le conquistava senza troppa fatica, queste erano come attratte da una calamita. Nonostante ciò, negli ultimi mesi, ogni relazione gli risultava indigesta, lo sforzo emotivo che queste richiedevano gli faceva rivoltare l’anima, lo svuotava completamente, lo rendeva indifferente alla vita, quasi provava repulsione risvegliandosi accanto a una donna, consapevole che sarebbe stato costretto ad aprirsi, a mostrare empatia, a disvelare sentimenti intimi che in realtà non provava. Probabilmente per queste ragioni aveva iniziato a frequentare il bordello. David si diceva che il sesso in fondo era una questione naturale, un atto fisico, un istinto umano, non un tabù. Dove si celava il male in ciò che faceva? Dove stava scritto che il sesso doveva essere accompagnato per forza da un sentimento profondo come l’amore, oppure rivolto unicamente alla procreazione? Di sicuro, nelle dottrine religiose, c’erano parole su parole che descrivevano il peccato della lussuria, ma David non credeva più, aveva smesso di dare ascolto al Verbo. C’era chi lo avrebbe descritto come un’anima persa, un dissoluto che ha l’arroganza di cancellare ogni pentimento, ogni traccia del peccato; gli piaceva la clandestinità, come se questa conferisse maggior gusto al soddisfacimento dei suoi vizi.
Era sera e David passeggiava per il quartiere a luci rosse, pieno di neon dai colori sgargianti, l’aria era umida, aveva piovuto tutto il giorno, il selciato era bagnato e sparse qua e là c’erano delle pozzanghere che riverberavano la luce fosforescente delle insegne. Camminava e fumava, stretto nel suo cappotto, la piccola brace della sigaretta faticava a restare accesa tanta era l’umidità che aleggiava nell’aria. Giunse al palazzo del bordello, una costruzione di inizio secolo scorso, elegante. Chissà cosa c’era lì prima, chi abitava quegli appartamenti, uffici? Case con famiglie?
Si fermò sotto l’alto ingresso e citofonò. La voce di rauca di Brice – l’addetto all’accoglienza della clientela – chiese chi fosse, David si annunciò, il portone si aprì con uno scatto elettrico. Salì le scale e arrivò a un altro portone, suonò ancora. Brice aprì e accolse David con un sorriso mefistofelico, gli fece cenno di entrare e accomodarsi nel regno della lussuria. Brice era un mingherlino di bassa statura, tutto rinsecchito dentro i suoi abiti confezionati ed eleganti, che parevano vuoti tanto era magro, penzolavano come quando sono appesi a una gruccia. Brice aveva uno sguardo felino che metteva sempre a disagio David; era calvo, ma non si arrendeva: con un riporto degno di nota, sistemava accuratamente i capelli rimasti affinché coprissero la testa pelata. Era nato maggiordomo, così si definiva, un maggiordomo dei bassi fondi, servire era la sua vocazione. Un tipo particolare. Ci sapeva fare con i clienti, era un buon conversatore, aveva le giuste maniere ed era discreto, caratteristica imprescindibile in un bordello. Non fosse stato per il suo sguardo subdolo e per il suo sorriso beffardo a David quasi sarebbe risultato simpatico.
David prese posto su una poltrona di velluto, Brice, servizievole come sempre, gli portò un whisky sour con ghiaccio; nell’attesa, David si mise a sorseggiare. Brice tornò alla reception, il telefono squillò, rispose e fu informato che la ragazza era pronta, annuì e riattacco la cornetta.
«Da questa parte Signor Jean» disse a David, che non usava mai il suo vero nome in quel luogo.
David si alzò e seguì il maggiordomo dei bassifondi. Passarono per un largo corridoio, costeggiato da molte porte; applique dalla luce viola e blu si alternavano, conferendo al corridoio un’atmosfera sotterranea; dalle casse poste sul fondo proveniva una musica jazz tranquilla. Si notava che era stato Brice a occuparsi dell’arredo, in fondo aveva gusto, faceva bene il suo lavoro.
Brice si fermò e fece cenno a David di entrare: «Questa è appena arrivata Signor Jean, fresca come un bocciolo di rosa, buon divertimento» disse congedandosi, e con passo felpato tornò all’ingresso.
David aprì la porta e una folata di incenso gli pervase le narici, obnubilando gli altri sensi. La stanza era piccola e ben curata, non c’era nessuno. David si chiese dove fosse la ragazza. Si accomodò sul letto a due piazze e iniziò a guardarsi intorno. Il rumore del chiavistello della porta del bagno attirò l’attenzione di David, volse lo sguardo nella direzione del cigolio metallico della chiave nella toppa della serratura, la porta si aprì lentamente e, con un atteggiamento noncurante, apparve la ragazza. Questa lanciò un’occhiata indifferente a David. Portava un accappatoio bianco e aveva i capelli un poco inumiditi. Scalza, prese a muoversi per la stanza senza far alcun rumore, sempre con nonchalance.
«Mi scusi se l’ho fatta aspettare signore, mi stavo preparando, ancora un minuto e sarò da lei» disse.
Aveva una voce calda e di tonalità bassa, un accento straniero di cui era difficile determinare l’origine. David si girò verso la toilette e scrutò il suo riflesso nello specchio, lei si rassettò i capelli e si voltò verso di lui.
Come una gatta, si fece avanti sul letto carponi, arrivò a un palmo dalla faccia di David e prese a guardargli il viso. David sentì il suo respiro.
«Perché non si spoglia signore» suggerì.
«Non chiamarmi signore, mi chiamo Jean e vorrei che iniziassi tu» le ordinò David.
La ragazza non protestò, si mise sulle ginocchia, il busto eretto, e con un gesto lento fece scivolare l’accappatoio fino alla vita, lasciando i seni scoperti. Aveva un bel corpo: la pelle color bronzo, i seni erano giovani e di una rotondità sensuale. Era esile, sembrava una modella da rivista. David le carezzò il collo e poi fece scivolare la mano sulle spalle e giù fino al braccio; le prese la mano, era piccola con le unghie colorate di uno smalto rosso; spostò la mano sul fianco della ragazza, con il dito indice percorse la pelle e arrivò al suo ombelico – aveva un ventre piatto e tonico – risalì tracciando una linea immaginaria fino ai seni, li sfiorò e sentì il calore del suo corpo. La ragazza ebbe un brivido, trasalì. Profumava intensamente.
«Sdraiati» le comandò.
La ragazza si distese sul letto, con il suo fare tranquillo. David le sfilò l’accappatoio e lo gettò sul pavimento. Restò completamente nuda e un gioco d’ombre e luci rendeva la sua pelle maculata come quella di un felino della giungla. David continuò a esplorare il suo corpo, con carezze e baci; una sensazione di leggerezza lo avvolse e sentì ogni estremità vibrare, l’estasi del momento si impadronì di lui e raggiunse l’agognata panacea del piacere.
David si spogliò e, una volta nudo, si allungò sul corpo della ragazza; cominciarono a scambiarsi effusioni, dettate unicamente dalla passione di lui. Lei, probabilmente, svolgeva semplicemente il suo lavoro e non provava alcuna emozione. La penetrò. David trascorse la sua ora di sfrenatezza.
Il riscaldamento della stanza era alto e al suo interno faceva molto caldo, quasi si sudava, sebbene fuori la temperatura fosse vicina allo zero. David giaceva rilassato accanto alla ragazza, con lo sguardo rivolto verso il soffitto. Accese una sigaretta. La ragazza, poggiata su di un fianco verso David, lo guardava con uno sguardo penetrante, denso di curiosità. David continuava a fumare e notò gli occhi di lei che lo fissavano, si voltò e di rimando
iniziò a sua volta a fissarla. Lei accennò un sorriso, David fece altrettanto.
«Allora, mio caro Jean, ti sei divertito?»
«Certo».
«Non frequenti spesso donne come me, vero? Si vede da come fai l’amore».
«Io non parlerei d’amore signorina…come ti chiami?»
«Magdalena. Uso la parola amore perché questa è la casa dell’amore Jean».
David si chiedeva perché questa ragazza insistesse tanto sulla parola ‘amore’, voleva controbattere, persuaderla che l’amore non è roba che si vende, che forse proprio non esiste, ma poi si convinse dell’inutilità di qualsiasi obiezione, aspirò l’ultima boccata di fumo e spense la sigaretta. Si alzò e iniziò a rivestirsi.
«Tornerai, Jean?» disse la ragazza marcando ogni singola sillaba con un tono di voce civettuolo. David le diede con distacco la buonanotte e uscì.
Fuori la notte era oscura e fredda; era tardi. I marciapiedi vuoti, qualche macchina passava ogni tanto, sfrecciando sull’asfalto bagnato. David camminava a testa bassa; stanco e libero da ogni peso, procedeva per la città disabitata. Non c’era proprio nessuno in giro. Un barbone dormiva su una panchina, avvolto di stracci, cartoni e plastica, si intravedevano solamente i piedi, che fuoriuscivano dall’involucro di pattume vario. David provò pena. Chissà come si era ridotto così. Meglio farla finita che sopravvivere in quel modo, pensò.
Giunse al palazzo dove si trovava il suo appartamento; salì. Non cenò, sfinito si fece una doccia e si buttò sul letto.

Domenica, ricordi

Si svegliò tardi la mattina successiva. Era domenica, non doveva andare a lavoro. Aveva sognato Magdalena: la ragazza era sua, in tutti i sensi, gli apparteneva visceralmente; l’aveva sognata sdraiata sul letto; nuda, lo chiamava a sé con la sua voce dall’accento esotico. Rimase nel letto un’altra mezz’ora, si girò e rigirò nelle lenzuola, un pensiero gli si era fissato nella testa: doveva rivederla.
Non sapeva di preciso cosa fosse scattato in lui. Ricordava che l’incontro con la ragazza era stato piacevole, come tutti gli incontri nel bordello di Ivan, ma non rammentava che fosse successo qualcosa di speciale con Magdalena, che fosse scaturito un sentimento singolare. Eppure, lentamente, si faceva largo la necessità di incontrarla di nuovo, come se questa gli avesse fatto un incantesimo a lento rilascio. Quella sera sarebbe tornato a trovarla.
Si alzò dal letto e fece colazione. Aveva terminato le sigarette, decise quindi di uscire per andare a comprarle. La sua dipendenza dalla nicotina era molto più forte la mattina, forse per colmare il vuoto con cui si alzava ogni giorno, aveva bisogno di fumarne parecchie. Si interrogava su questa particolare abitudine: era capace di fumarne quattro durante la prima ora della giornata, bevendoci sopra troppi caffè.
Si vestì e scese in strada. Il sole era pallido, brillava nel cielo macchiato da spruzzi di nuvole, emettendo una tiepida luce bianca. Soffiava un vento freddo che spazzava la strada e i marciapiedi, qua e là si formavano mulinelli di sporcizia varia. La gente camminava avvolta nei propri indumenti, con la testa inculcata nei baveri dei cappotti. David si diresse verso il tabacchi più vicino, prese le sigarette della sua marca preferita. Non voleva fumare in mezzo al marciapiedi, alla mercé del vento e del freddo; non aveva alcun impegno, perciò decise che sarebbe andato in un bar. Aveva voglia di camminare e pertanto non si fermò nel primo che incontrò; voleva passeggiare in un parco, nel verde della natura. Proseguì lungo la strada verso la villa di qualche nobile ormai scomparso, il cui unico lascito era ormai il nome alla villa stessa. Lì c’era un bel giardino pubblico e anche un caffè. Il sole lentamente si alzava in cielo e la città si svegliava. Le strade brulicavano di vecchietti a passeggio con i propri cani, coppie innamorate che andavano a fare colazione, famiglie con al seguito frotte di bambini. La domenica la città appariva diversa: spariva la frenesia, le strade erano libere dal traffico, la gente camminava spensierata, senza fretta.
David raggiunse il parco, cinto da alte mura bianche; l’entrata era degna di una villa nobiliare: un cancello alto più di tre metri, sorretto da colonne di marmo. Entrò. Il giardino era all’inglese, spontaneo, non sfarzoso; piccole collinette si succedevano morbidamente una dietro l’altra, di un verde acceso, punteggiate da piccoli fiori dei più svariati colori. C’era un laghetto artificiale, circondato da un piccolo bosco folto di canne di bambù, viali di ghiaia bianca si dipanavano nel giardino come rivoli, ghiaia che faceva scricchiolare ogni passo. La villa nobiliare svettava al centro del parco: imponente e bianca, stile neoclassico, in armonia con tutto il resto che la circondava. In un angolo del parco c’era il caffè, in un locale che in passato probabilmente era stato una rimessa agricola, nascosto dalla chioma scura di querce secolari.
David sedette. Il vento si era placato e il sole scaldava dolcemente. Non aveva fame, ordinò solamente un cappuccino. Lo bevve e rimase seduto a fumare e a osservare. L’aria odorosa e fresca del parco aveva un effetto rigenerante, gli infondeva energie nuove. Si calò in uno stato di calma piatta. La vita scorreva davanti a suoi occhi, la gente era presa dalla vita stessa, si cimentava in attività variegate: c’era chi faceva yoga, chi jogging, chi giocava con i propri pargoletti; altri chiacchieravano seduti sulle panchine, alcuni, ai tavolini del caffè vicino leggevano assorti il giornale; c’era chi camminava a braccetto, chi girava in bicicletta. Tutti presi dal fluire della vita. David non riusciva a lasciarsi andare a quel modo. Era bloccato. Da tempo giravano nella sua testa interrogativi piuttosto contorti: la vita era una ripetizione insignificante? Un inganno? Correre in avanti, senza alcuna possibilità di fermarsi dove si vuole? Osservava quelle persone e vedeva individui intenti a occupare il tempo, a dare un significato alla propria esistenza. David si sentiva estraneo a tutto questo, non riusciva a vivere come gli altri. Se ne faceva un cruccio, desiderava ardentemente la normalità della gente comune. Ma c’era qualcosa in lui di incrinato, di irrimediabilmente rovinato, che aveva gettato una nuova luce sul modo in cui guardava il mondo e non gli dava la possibilità di tornare indietro. Si sentiva un estraneo.
Una colomba piombò dall’alto vicino al suo tavolino, alla ricerca di qualche briciola di brioche. Non appena si accorse della presenza di David, spaventata, volò via in tutta fretta, si alzò gradualmente in aria e si poggiò sulla grondaia del tetto del caffè. David pensò che se fosse stato un uccello si sarebbe librato in alto nel cielo, non si sarebbe limitato a poggiarsi su di una grondaia o un ramo; avrebbe osservato tutto dall’alto. Questo era, in definitiva, il fulcro del suo più recondito desiderio: essere intoccabile.
Il parco era ormai gremito, il sole aveva raggiunto lo zenit; David si rese conto di aver passato un paio d’ore a osservare gli avventori e la gente nel giardino. Pagò il conto e se ne andò.
Le campane risuonavano in tutta la città, scandivano lo scatto dell’ora e la fine della messa. Nelle alte torri, le pesanti calotte di bronzo dondolavano e facevano sbattere i batacchi all’interno delle loro spesse pareti. Il suono rimbombava tra i palazzi, in mezzo alle strade e nel cielo azzurro e poi calava per un attimo il silenzio più totale.
David giunse a casa. Si versò un bicchiere di amaro e sprofondò nel divano del salotto. Annoiato, si dilettò in uno dei suoi passatempi preferiti, lo chiamava “i ricordi di Proust”: consisteva nel ripercorrere un evento del passato, senza l’aiuto delle madeleine del famoso scrittore. Era uno svago a cui si abbandonava spesso, aveva questa malsana abitudine di rivivere ancora e ancora il passato. Malsana perché tale vezzo permetteva ai sentimenti sepolti dal tempo di riaffiorare come fiumi in piena e David, al termine, a volte si ritrovava nella completa malinconia, mentre altre volte si calava in uno stato di estasi eccessiva. Cominciò a correre indietro nel tempo con i pensieri, passò alla disamina vari eventi, cercando quello adatto da rivivere, da analizzare.
Scelse l’ultimo incontro con Gérald, lo psicologo: David aveva iniziato la terapia a seguito di uno sconveniente sul posto di lavoro, un litigio piuttosto acceso con un collega. David non andava d’accordo con gli altri collaboratori, le discussioni erano frequenti, ma era bravo in ciò che faceva e, soprattutto, stava simpatico al capo, che era un’anima pia. Per consentire a David di tenere il lavoro, gli aveva chiesto – quasi imposto, ma a fin di bene – di cominciare a frequentare uno psicologo, di modo che riuscisse a risolvere i dissapori con le persone. Così David accettò, non molto convinto, di vedersi regolarmente con Gérald. L’ultimo incontro era stato rivelatore. Gérald, esausto dall’ostruzionismo del suo paziente si sentiva frustrato, non riusciva ad ottenere alcun risultato e aveva la sensazione (quasi un certo convincimento) di non piacere affatto a David, allora, il giorno dell’ultimo incontro, aveva rovesciato addosso a David la verità – o almeno ciò che realmente pensava di lui -, gli aveva detto che era un persona arrogante, vittima del suo enorme Io, un uomo egoista tendente a soggiogare gli altri, che scambia un carattere dominate per una qualità anziché per una tara. Concluse la filippica asserendo che non sarebbe mai andato d’amore e d’accordo con nessuno per la sua tendenza a possedere le persone e che forse era meglio accettare i fatti per come erano e vivere di conseguenza. Le accuse frustrate dello psicologo non riuscirono a toccare la sensibilità di David, non si offese, però le prese in seria considerazione, in quel momento ebbe come una illuminazione: perché continuare a combattere contro gli altri? Perché cercare di cambiarsi, annichilendo sé stessi? Lo colpì molto la frase “accettare i fatti per come erano e vivere di conseguenza”, e quindi cominciò ad attuarla a menadito: lasciò il posto di lavoro e si mise in proprio – gli affari andarono bene. Smise di contorcersi l’anima con le persone, da quel giorno in poi si comportò nella maniera che più avrebbe compiaciuto il suo ego.
Ricordando questo episodio si convinse ancora di più della scelta che aveva preso di cambiare radicalmente la propria vita. Così, immerso nei pensieri, gli balenò un’idea che al principio ritenne piuttosto assurda e irrealizzabile: l’idea era fare di Magdalena una sua proprietà, comprarla da Ivan, averla sempre a disposizione, in casa. Rifletté per qualche momento: perché non vivere ancora più libero? Perché frenarsi e limitare i propri desideri, anche quelli più proibiti? Bramava di possedere una donna come un oggetto – in fondo, questa era la vera motivazione della frequentazione del bordello –, perché non fare un passo ulteriore? Per un attimo sovvenne in lui la voce della coscienza: privare una persona della libertà? Renderla schiava? A tal punto lo aveva portato la dissolutezza, l’egoismo? Vacillò. Forse non aveva la forza necessaria per spingersi a tanto. L’ultimo avamposto di umanità gli poneva questi dubbi. Eppure desiderava ardentemente realizzare quell’idea. Ciò conferiva maggior piacere nel covare il desiderio: sapere di anelare qualcosa di profondamente sbagliato, conferiva alla cupidigia stessa un sapore completamente diverso. Il suo corpo fu pervaso da un brivido e da una forza irrefrenabile di raggiungere lo scopo che nessun problema morale poteva fermare. Mise a tacere la propria coscienza, decise di farsi trascinare dalla propria volontà; quella sera avrebbe trattato con Ivan.

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Emanuele Ninotti
È uno scrittore romano alle prime armi, si diletta nella scrittura per passione e a volte si firma con lo pseudonimo Santiago Nasar (in onore di uno dei suoi scrittori preferiti). Legge sin da quando era un bambino e ama la letteratura del Novecento. Nella vita (oltre a scrivere e leggere) lavora come praticante avvocato.

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