La schiava, un racconto di E. Ninotti || Parte 2 || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

La schiava, un racconto di E. Ninotti || Parte 2 || Street Stories – INEDITO


La schiava – pt.2

Dalla mente di Emanuele Ninotti

la schiava_ninotti_StreetStoriesInedito
Cover by Brucio

La trattativa

Il buio era calato silenzioso. David decise di fare una doccia. L’acqua calda lo rinvigorì; respirò la leggerezza del vapore acqueo e schiarì i pensieri. Indossò vestiti appena stirati, freschi e puliti, gli calzavano perfettamente addosso conferendogli energie rinnovate.
Faceva freddo, la temperatura era vicina allo zero. Soffiava una tramontana sibillina, perciò David decise che avrebbe preso un taxi per raggiungere il bordello; ne chiamò uno e rimase ad attendere sotto il palazzo.
Le luci dei lampioni baluginavano nella strada deserta e la città era taciturna. Passò un quarto d’ora prima che arrivasse il taxi, si fermò davanti al palazzo.
La macchina procedeva su strade che David conosceva bene, i negozi erano chiusi e i palazzi sembravano disabitati con tutte le inferiate sbarrate e nessuna luce accesa. David osservava dal finestrino la sfocata realtà urbana.
Il taxi si fermò al civico indicato, David pagò la corsa e scese. Una folata di aria fredda lo colpì in pieno volto, chinò il capo per proteggersi e serrò gli occhi, secchi, che il vento faceva bruciare. Con passi veloci e ampi raggiunse il portone del bordello, citofonò; Brice come consuetudine chiese chi fosse e poi aprì. Il torpore che regnava all’interno era confortevole, il corpo di David iniziò ad acclimatarsi e il calore pervase ogni fibra del suo corpo. Tolse la sciarpa e il cappotto e mentre li porgeva all’affabile Brice disse: «Devo parlare con Ivan».
Brice fece una smorfia di stupore, David non aveva mai chiesto un colloquio con Ivan, gli venne il dubbio che ci fosse qualcosa che non andava per il verso giusto.
«Qualche problema Signor Jean?»
«No, nessun problema. Voglio parlare di una questione personale».
«Capisco, vado a vedere se è disponibile, aspetti qui».
Brice poggiò il cappotto e la sciarpa nel guardaroba e con passi felpati si diresse verso l’ufficio di Ivan. Fece ritorno poco dopo e con un gesto del braccio invitò David a seguirlo. Lo condusse all’ingresso dell’ufficio e si accomiatò con il suo fare da maggiordomo.
David entrò nella stanza. Ivan sedeva dietro la scrivania, fumava e beveva un cognac. Scrutò David dalla testa ai piedi e poi lo esortò a sedersi.
«Brice mi ha detto che hai qualcosa da chiedermi» disse con un forte accento dell’Est Europa.
«Sì, voglio trattare».
«Trattare? E su cosa? Il prezzo delle ragazze? Questo è un posto serio non facciamo mica sconti».
«Non è per il prezzo».
«E allora che vuoi trattare?»
«Voglio Magdalena».
«Magdalena? La puoi avere quando vuoi, è nella sua stanza, ci puoi andare anche adesso».
«No, intendo la voglio comprare».
Ivan guardò David con una espressione di sorpresa, era la prima volta che un cliente gli faceva una richiesta del genere.
«Parli sul serio?» gli chiese.
«Serissimo, dimmi un prezzo».
Ivan distolse lo sguardo dal suo interlocutore e iniziò a fissare il soffitto con aria pensierosa. Aspirò una boccata di fumo e bevve un sorso dal bicchiere.
«Non faccio questo tipo di trattative» disse.
«E perché no? Mi vuoi dire che Magdalena è venuta qui a chiederti un lavoro? Lo so come funziona il tuo giro, dimmi una cifra».
«Magdalena è giovane e piace ai clienti, non so se posso lasciartela. Perché la vuoi tutta per te? Puoi venire qui quando vuoi, lo sai che sei il benvenuto».
«Te l’ho detto: la voglio comprare. Va bene qualsiasi prezzo».
Il magnaccia rimase in silenzio, indagava su quello strano cliente e sulle sue intenzioni. Era un uomo dalla dubbia moralità, questo era certo, e in quel momento mentre stava valutando la convenienza dell’offerta che gli era stata fatta, non era assolutamente turbato da qualche remora sul futuro di Magdalena; lui le donne le aveva sempre considerate come merce, e, come diceva spesso tra sé e sé: “Quando vendi o compri qualcosa devi sempre valutare i pro e i contro”. In fondo, una come Magdalena, poteva rimpiazzarla facilmente.
«Tu vuoi la ragazza».
«Esatto».
«Va bene, si può fare, per la ragazza diecimila euro, contanti, subito».
«Domani ti porto i soldi».
David si alzò e uscì dalla stanza. Prese il cappotto e tornò a casa; si stese sul letto e dormì profondamente.

La mattina seguente, prima di recarsi a lavoro, passò in banca per ritirare. Ebbe qualche complicazione per la somma consistente; il direttore della banca fece problemi, disse che c’era bisogno di tempo e di permessi. David, che non poteva aspettare, con la sua consueta arroganza, minacciò il direttore che in caso contrario avrebbe chiuso il conto e prelevato comunque tutti i soldi depositati. Alla fine il direttore si arrese e acconsentì alle richieste del proprio cliente.
Arrivò nel suo studio e per tutta la giornata sbrigò delle pratiche, distrattamente, i suoi pensieri erano diretti a quella sera, quando avrebbe concluso la trattativa. Cosa sarebbe successo da lì in poi? In cosa si stava cacciando, soprattutto? Possedere una persona, a che punto era arrivato? La sua coscienza era in allarme e cercava disperatamente di farlo rinsavire, tentava strenuamente di fargli aprire gli occhi per vedere il gigantesco errore che stava commettendo. David ammutolì la voce del proprio discernimento interiore e cominciò a fare piani per quella sera: avrebbe messo Magdalena nella stanza per gli ospiti, aveva già chiamato una ditta di ristrutturazioni per mettere delle inferriate fisse alla finestra della stanza e per far cambiare la porta con una più resistente. L’avrebbe rinchiusa lì dentro. Non sarebbe potuta scappare.
Lasciò l’ufficio e si diresse a piedi verso il bordello. Brice lo accolse e lo condusse direttamente da Ivan, stava parlando al telefono in chissà quale lingua dei Balcani. Con un cenno sbrigativo della mano fece entrare David e riagganciò il telefono.
«Hai i soldi?»
«Eccoli» rispose David e mise sulla scrivania un borsello con dentro il denaro. Ivan lo afferrò e si mise a contare le banconote.
«Ci sono tutti» disse David.
«Meglio contare, se non ti dispiace».
Continuò il conteggio e ammonticchiò i soldi in più pile; una volta terminato, prese la cornetta e intimò a Brice di venire con Magdalena.
«Te lo dico, la ragazza ha fatto un po’ di storie, mica gli è andato giù questo cambiamento. Comunque te la vedrai tu con lei d’ora in poi, non è un mio problema».
Brice entrò con Magdalena. La ragazza aveva il volto sconvolto, gli occhi gonfi e umidi, stringeva con tutte e due le mani una borsa davanti alle gambe; stava immobile e fissava David con occhi tristi in cui si poteva notare rancore e repulsione.
«Tu adesso vai con lui e farai tutto ciò che vuole» disse Ivan a Magdalena con tono brusco.
La ragazza annuì. Poi, rivolgendosi a David, disse: «Marcel vi accompagnerà, per evitare che la ragazza scappi».
«Bene, qui abbiamo finito allora» disse David che si alzò e prese la ragazza sotto un braccio.
Uscirono dall’ufficio di Ivan, David trascinava Magdalena che involontariamente opponeva una leggera resistenza fisica. Scesero in strada.
«Non devi preoccuparti, andrà tutto bene, vedrai starai bene da me» le disse David con voce rassicurante.
Magdalena non rispose, prese a singhiozzare e dei rivoli di lacrime le attraversarono le guance. David si calò in uno stato di fredda indifferenza e non diede alcuna importanza alla reazione della ragazza.
Marcel li portò con la macchina a destinazione. Magdalena sentiva le proprie forze venir meno: per salire ogni gradino della scala doveva fare ricorso a tutte le sue energie, come se stesse scalando una montagna. Dentro di sé sperava che fosse tutto un equivoco, oppure, che qualcuno mandato dal cielo eliminasse il suo aguzzino o almeno accorresse a salvarla da quella situazione terrificante. Ma i suoi desideri non furono esauditi; David la fece entrare nel proprio appartamento e ogni speranza la abbandonò. Magdalena fu condotta nella stanza a lei riservata, ben arredata e spaziosa: ma una prigione d’oro è pur sempre una prigione. Notò immediatamente le grate in ferro e il portone pesante, quella stanza era inviolabile. Cosa ne sarebbe stato di lei? Perché il destino l’aveva condannata in quel modo diabolico?
«Questa è la tua stanza, non ti mancherà nulla. Inizialmente ti chiuderò a chiave qui dentro, per darti il tempo di abituarti e per evitare che tu faccia sciocchezze. Io sarò a lavoro tutto il giorno e ci vedremo la sera. Buonanotte».
Così David lasciò Magdalena nella stanza, ormai la hybris si era totalmente impadronita di lui, si librava in alto, sospinto dalla tracotanza e dalla superbia: aveva realizzato il suo desiderio nascosto, possedere una donna, completamente.
Magdalena rimase in piedi immobile, paralizzata, si ripeteva ossessivamente se tutto quello che gli stava accadendo fosse vero, malediva il destino e Dio. Vagò per la stanza avanti e indietro, cercò di forzare la porta, la finestra, batté i pugni sul muro e gridò spergiuri al suo carceriere, ma non ottenne alcunché.

Schiava

Passò un mese. Magdalena sopravviveva. Qualsiasi traccia di umanità in David era stata spazzata via dall’indifferenza, egli trattava la ragazza come un oggetto, come una schiava. Magdalena tentò la fuga i primi giorni, ma invano. Provò a mettersi in contatto con qualcuno che viveva nel palazzo gridando a squarciagola, ma inutilmente, con tutta probabilità la stanza e i vetri della finestra erano insonorizzati. La sera era il momento che più temeva e detestava: David tornava e la costringeva a cenare con lui. Poi, la portava nella stanza per dare sfogo alle sue dissolutezze.
Sebbene la sua professione fosse sempre stata quella di vendere il suo corpo, non era mai stata costretta in quel modo; i clienti la trattavano con rispetto pagando i suoi servizi e, nonostante odiasse il suo lavoro, aveva una certa libertà, riusciva a essere trattata come un essere umano. Aveva accettato da tempo quello stile di vita e vi si era abituata.
Era notte fonda, Magdalena, distesa sul letto, riviveva il suo passato: era un’immigrata cresciuta nella periferia della città, non aveva mai conosciuto il padre e aveva perso la madre per un’overdose quando era solamente una bambina. Ricordava la sua infanzia come un periodo confuso, avvolto da una coltre spessa di nebbia, aveva visto troppe cose, la maggior parte le aveva rimosse. Abbandonata a una esistenza di privazioni, un’immagine in particolare ritornava spesso a farle visita, anche nei sogni: la madre seduta sul pavimento, appoggiata al bordo del letto, pallidissima, con la siringa nel braccio. Con il capo che pendeva da un lato, gli occhi semichiusi, esalò l’ultimo respiro davanti a lei; si spense lentamente come in un sonno profondo. Magdalena ricordava di aver chiamato aiuto e dopo la memoria si confondeva. Lasciò l’appartamento dove viveva e fu trasferita in un orfanotrofio, dormiva in una stanza ampia con i soffitti alti, insieme ad altre bambine sfortunate. Ricordava che in quel periodo si sentiva sola, dimenticata, non faceva parte del mondo esterno, si considerava un fantasma. Fu presa da alcune famiglie, ma non riuscì mai a mettere radici. Passò così una adolescenza errante, in case diverse, in città diverse. La sensazione che provava da bambina non la abbandonò mai, la realtà circostante non aveva spazio per lei, la normalità le era negata, sentiva di essere destinata a una vita diversa, suo malgrado. Arrivò l’età adulta e, d’un tratto, si trovò di fronte alla cruda realtà del mondo, alla sua legge impietosa, dove vivere diventa sopravvivere, dove si celano trappole e inganni e le strade da prendere sono molteplici, molte delle quali portano in luoghi nefasti da cui è difficile fare ritorno. Non si rimproverava nulla di ciò che aveva fatto: era stata gettata nel mondo come un oggetto senza valore, lasciata alle intemperie della malignità umana, nessuno le aveva insegnato a vivere, nessuno le aveva mostrato un’alternativa. Conobbe le droghe e la nefandezza, la sua vita cambiò. Il suo centro di gravità erano le sostanze velenose che le permettevano di trovare attimi di pace, a carissimo prezzo. Iniziò così a vendere il suo corpo, gettò nell’immondizia la propria dignità. La necessità glielo impose. Si abituò.

All’improvviso la porta della stanza si aprì, David entrò silenzioso. Magdalena chiuse gli occhi e finse di dormire. L’aguzzino le si avvicinò e sedette sul letto, prese a carezzarle la testa. Sussurrava parole incomprensibili. Si chinò verso di lei, afferrò delicatamente una ciocca di capelli e la odorò. Esalò un sospiro di soddisfazione e poi, sempre con cautela, uscì dalla stanza. Magdalena aveva i brividi, era riuscita con grandissimo sforzo a controllarsi, a fermare i tremori del proprio corpo. Doveva assolutamente fuggire da lì. Ma come? Aveva provato in tutti i modi non ottenendo nulla. La via d’uscita era solo una: ammazzarlo.
Il sole sorse timido, raggi di luce bianca illuminavano la stanza e proiettavano l’ombra della grata sul pavimento, suddividendolo in tanti piccoli rettangoli. Magdalena aprì gli occhi, si era addormentata per sfinimento, sentiva la testa pesante. Cercò di schiarirsi i pensieri, doveva pensare a come attuare il suo piano.
Dall’altro lato della stanza, nell’appartamento, si sentivano dei rumori; David si era svegliato. Le portò la colazione e uscì di casa. Magdalena non aveva fame e lasciò sul vassoio il cibo a raffreddare. Come liberarsi? Il suo aguzzino si era premurato di rimuovere qualsiasi oggetto contundente o affilato, le serviva i pasti con posate di plastica. Stette sdraiata sul letto per un paio d’ore a valutare mille possibilità. Arrivò all’unica conclusione possibile: doveva conquistare la fiducia di David.
Trascorse così un mese e un altro mese ancora. Magdalena stava riuscendo nel suo piano: si era mostrata ogni giorno più indulgente, quel tanto che bastava per non destare sospetti; era accondiscendente su ogni richiesta, anche se ogni gesto nei confronti del suo aguzzino le costava non poca fatica, ma era abituata a mandare giù bocconi amari – lo aveva fatto per tutta la vita. Così, pazientemente, conquistava la confidenza di David; ogni giorno tesseva minuziosamente il telaio della sua redenzione, in attesa dell’occasione giusta. Non c’era spazio per il fallimento, doveva a tutti i costi liberarsi. Aveva fatto un giuramento: se fosse riuscita a fuggire sarebbe cambiata, avrebbe dato una svolta alla sua vita, non più in balia delle intemperie, ma padrona di sé. Attendeva e sperava.

Epilogo

David non si era mai sentito più soddisfatto in vita sua, aveva realizzato quella che era un suo intimo, inconscio desiderio: possedere una persona. All’inizio non era stato semplice, ma ciò non impedì a David di insistere. I primi giorni Magdalena si era comportata come una fiera selvatica, lo respingeva con tutta la forza che aveva a disposizione: scalciava, mordeva, graffiava. David però si fece ingegnoso, la preparazione della stanza con tutte le dovute accortezze lo aveva spinto ad affinare il suo maligno acume – la situazione lo richiedeva. Così la prima settimana aveva drogato le pietanze di Magdalena. Procurarsi i farmaci era stato complicato aveva dovuto corrompere un farmacista a peso d’oro affinché gli passasse le pillole sottobanco. Dopo qualche giorno di somministrazione Magdalena si era ammansita, di contro, però, la ragazza era diventata inanimata come un oggetto, catatonica. David non aveva acquistato una donna per farne un manichino da vetrina. Aveva dunque smesso di affibbiarle oppiacei, era passato a strategie psicologiche. Sperava di ottenere quella che comunemente viene chiamata ‘Sindrome di Stoccolma’, indurre il proprio ostaggio a provare desiderio di intimità. Aveva così iniziato a compiere piccoli atti di premura nei confronti di Magdalena: le comprava regali, a volte la faceva uscire dalla stanza e la faceva girare per casa – sempre sotto il suo sguardo vigile. Aveva intrapreso la via del dialogo, con parole persuasive aveva cercato di far capire alla ragazza che la sua situazione non era poi così male, non le sarebbe mancato più nulla, lui si sarebbe preso cura di lei, doveva semplicemente sottostare a delle regole, non così ferree in fin dei conti – secondo il suo punto di vista distorto. Una volta l’aveva portata anche al cinema, ma prima aveva dovuto avvertirla che ogni tentativo di fuga sarebbe stato vano, che l’avrebbe ritrovata con l’aiuto di Ivan. La serata era stata un successo, Magdalena aveva riso tutta la sera per il film e poi, la notte, si era concessa con passione. Tutto stava funzionando. Almeno era quello che credeva.
David trotterellava spensieratamente verso casa, a lavoro era filato tutto liscio e a casa l’aspettava il suo oggetto del desiderio. Non era mai stato più beato in vita sua. Camminava con il sorriso e con i lineamenti del viso distesi, pacati. Il crepuscolo azzurrino annunciava la sera, le strade si svuotavano e soffiava una fresca aria primaverile. Si fermò a un chiosco di fiori, scelse delle rose e le fece confezionare ad arte. Il profumo dei boccioli era brioso e intenso, aumentò il suo buon umore.
Bussò alla porta della stanza di Magdalena, anche se non era necessario – un atto di cortesia. Non ricevette risposta, girò la chiave nella toppa della serratura ed entrò lo stesso. La ragazza era poggiata alla balaustra della finestra, non appena sentì la porta aprirsi si voltò, a David sembrò di vedere nei suoi occhi tranquillità. Magdalena vide i fiori e fece finta di sorridere, nel modo più spontaneo possibile, David ripose i fiori in un vaso, dietro la grata della finestra. La prese tra le braccia e la baciò. Magdalena si lasciò stringere, senza alcuna resistenza, ricambiò con carezze e smancerie.
Fecero l’amore per tutta la sera. A notte ormai fonda, David crollò nel letto insieme a Magdalena. Questa era l’occasione che stava aspettando. Rimase immobile, cercando di respirare lentamente, finse di dormire. Passarono così delle ore, attese che David cadesse in un sonno profondo. Il silenzio regnava nella casa. Nel buio, Magdalena iniziò a muoversi impercettibilmente, scansò poco alla volta le lenzuola che la coprivano, si alzò aiutandosi con le braccia, ad ogni movimento si fermava per controllare se David dormisse ancora, riprendeva poi le sue lente manovre. Si avvicinò al bordo del letto. Cominciò a sentire scariche di adrenalina che le attraversavano tutto il corpo, il cuore prese a battere veementemente, cercò di contenersi. Scese dal letto. Si acquattò al pavimento e prese a serpeggiare verso i vestiti di David, buttati a terra, frugò nelle tasche, con flemma, alla ricerca delle chiavi della stanza. Non si trovavano nei pantaloni. Il buio avvolgeva la stanza e Magdalena procedeva quasi alla cieca. A tastoni individuò il cappotto, ispezionò anche le tasche. Finalmente le sue dita sentirono il freddo del metallo delle chiavi, le estrasse delicatamente, attenta a non fare il minimo rumore. Strinse in mano il piccolo mazzo di chiavi, ce n’erano diverse, qual era quella che avrebbe aperto la porta? Prese a sudare freddo, era impreparata dinanzi a quell’imprevisto. Sempre rasente il pavimento, arrivò alla porta. Si mise in ginocchio e distese il braccio verso la serratura della porta. Provò una chiave, non entrava. Ne provò un’altra, si inserì nel chiavistello, tentò di girarla ma non si mosse, era sbagliata anche questa. Ne rimanevano ancora un po’. All’improvviso David si mosse. Magdalena trasalì. Aveva solamente compiuto un movimento inconscio, dormiva ancora. Tirò un sospiro di sollievo. Scelse a caso un’altra chiave, non riusciva a controllare l’agitazione, tremava. La porta questa volta si aprì, la libertà era a un passo. Uscì dalla stanza, attraversò il breve corridoio che portava alla cucina. Quelle poche volte che David le aveva consentito di stare nella restante parte dell’appartamento aveva cercato di memorizzare ogni centimetro della casa, la collocazione di ogni mobile e di ogni oggetto. Si diresse in cucina. Arrivata al bancone, dove si trovava un set di coltelli, sentì una presenza alle sue spalle. David si era svegliato. La fissò negli occhi per un istante e poi le saltò addosso. Iniziarono una colluttazione, caddero a terra. David si ritrovò sopra Magdalena, che si divincolava con tutte le forze di cui disponeva, gli graffiò il viso, scalciò, David tentò di afferrarla per il collo. Magdalena vedeva solamente una figura ombrosa sopra di lei, sentiva il peso di quel corpo ostile, per un attimo si sentì impotente, persa, il pensiero che tutto stesse per finire nel peggiore dei modi le attraversò la mente. Continuava a cercare di liberarsi dalla presa, intanto, le mani di David avevano raggiunto il suo collo, questi serrò la presa e Magdalena sentì improvvisamente venire meno il respiro, la vista le se annebbiò, tutto divenne ancora più scuro, ogni senso si spense, esalò l’ultimo respiro.

La schiava_Ninotti_streetstories

Emanuele Ninotti
È uno scrittore romano alle prime armi, si diletta nella scrittura per passione e a volte si firma con lo pseudonimo Santiago Nasar (in onore di uno dei suoi scrittori preferiti). Legge sin da quando era un bambino e ama la letteratura del Novecento. Nella vita (oltre a scrivere e leggere) lavora come praticante avvocato.

La schiava, un racconto di E. Ninotti || Parte 2 || Street Stories – INEDITO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su