La finestra, un racconto di G. Bindi || Street Stories

La finestra racconto Bindi, illustrazione Luchadora

La finestra

di Gianluca Bindi

Illustrazione di Luchadora

Genova, 1298

La stanza era povera di arazzi e decorazioni. L’ambiente spoglio e una gran quantità di libri tratteggiavano perfettamente la natura austera e conciliatrice dell’arcivescovo Jacopo de Fazio, diretta conseguenza del passato da frate domenicano. Aveva soltanto un vizio: pretendeva la scrivania rivolta verso la finestra. Non era una richiesta di vanità. Osservare la sua città arrampicarsi per gli scoscesi pendii gli offriva una momentanea via di fuga dall’opera in cui era immerso da tempo immemore, il suo lascito eterno al Cristianesimo. Gli dava la sensazione di potersi riappropriare della sua vita.
La postura del prelato era risucchiata dall’enorme trono di legno, che sembrava cingesse il silenzio duro della concentrazione. Pulsavano, continue, le pagine sfogliate, le ondulazioni del braccio destro e i ricami della sua calligrafia. Ogni tanto, ogni lasso di tempo non quantificabile, quel meccanismo perfetto e miniaturizzato si bloccava, rendendo il vuoto del silenzio ancora più profondo e ovattato: Jacopo, allora, sollevava le impassibili rughe dai fogli sparsi sulla scrivania, e si riempiva del mare che, in lontananza, si estendeva al di là di quella finestra a lui tanto cara. Una lieve piega di sorriso e si ributtava chino a scrivere.
Era una tarda mattinata di luglio, i tigli respiravano la calda ma ventilata aria estiva. Jacopo, redigeva gli ultimi dettagli del suo monumentale Legenda aurea, il libro che avrebbe una volta per tutte raccolto le vite dei santi. Nessun uomo della Chiesa aveva mai osato tanto, nessuno aveva avuto tale coraggio.
Dei colpi sordi risuonarono improvvisamente dalla porta. L’arcivescovo trasalì, abbastanza da tirare un maledetto frego sul foglio. Recuperata la consueta impassibilità, aspettò ulteriori sviluppi. La porta dietro di lui si aprì, il servo annunciò qualcosa o qualcuno, ma come risposta ebbe solo l’immobile schienale della grande sedia di legno. Jacopo sentì dei passi che si facevano strada nella stanza e che ad un certo punto si fermarono quasi in segno di riverenza: dovevano essere due persone. Era conscio che la quiete della giornata stava per finire, e continuò quindi a fissare assorto la finestra, in attesa che fossero gli altri a caricarsi sulle spalle quella responsabilità.
Una voce lo colpì da dietro: «Eminenza, la ringraziamo infinitamente di averci ricevuto».
L’arcivescovo esitò per un altro secondo, poi si raccolse l’abito e con estrema calma fece leva sulle gambe per alzarsi. Una volta in piedi si tolse dalla postazione e iniziò a spostare la grande sedia di legno verso gli ospiti. L’operazione fu talmente farraginosa che i secondi si dilatarono. La lentezza di quei movimenti e il non accennare un cambio d’espressione denotarono tanto di un uomo che, forse, era invecchiato troppo presto. Si rimise finalmente a sedere, facendo notare un minimo di fastidio nell’aver posto la finestra alle sue spalle. Davanti a lui adesso c’erano due uomini col saio: uno alquanto basso coi baffi, che dava l’idea di sapere il fatto suo, e alla sua sinistra l’altro, uno strano ragazzo senza capelli, piuttosto tamugno e con un accennato strabismo. Ambedue portavano delle sacche a tracolla.
«Non c’è di che forestieri, chi siete?» riprese il vecchio dopo un tempo che sembrò interminabile.
L’uomo basso fece un passo avanti e parlò per tutti e due.
«Mi chiamo Massimo, lui è Valeriano; veniamo da Roma ma siamo originari della Cappadocia».
L’arcivescovo alzò la sopracciglia sinistra e si girò impercettibilmente verso l’altra persona.
«Qual buon vento vi porta a Genova, fratelli?»
«Vede è per il suo libro, volevamo poterlo ammirare di persona. Giù a Roma se ne parla molto negli ambienti vicini al Papato. Dovrebbe essere quasi finito ormai, giusto? Quanti anni ci ha lavorato?»
Jacopo fece un lungo sospiro come a ripercorrere tutti gli sforzi di quell’interminabile lavoro: «Sono quasi quarant’anni ormai. Ma sì, dovrebbe essere terminato a giorni…»
«Merda!» si fece sfuggire Valeriano, facendo sobbalzare l’arcivescovo.
«Oh! Ma che maniere sono? Ti avevo detto di non parlare, un po’ di rispetto» intimò Massimo al giovane prendendolo per un braccio. Poi riferendosi di nuovo a Jacopo disse: «Lo scusi Eminenza, è molto immaturo».
Lui non fece una piega, ma dentro di sé rimase indispettito. Massimo continuò: «Lei è un uomo straordinario, la sua dedizione per la Chiesa è veramente encomiabile. A Roma aspettano ormai da secoli una raccolta del genere. Vite di grandi uomini che siano di ispirazione in questo momento difficile, dove sembra che i valori dell’imperatore non siano altro che ateismo e libero pensiero».
L’arcivescovo soppesò per un attimo le parole appena pronunciate.
«Io sono e sarò sempre al fianco del Santo Padre nello scomunicare altri cento Federico II, ma lei non mi ha ancora detto il motivo della sua visita» ed esplose in un fragoroso sorriso.
«Mi perdoni, non volevo mancarle di rispetto. Io sono un agens sanctorum e Valeriano è il mio fidato apprendista. Sono qua per difendere gli interessi del mio assistito; niente di più, niente di meno. E ciò ha a che fare con il suo libro».
L’arcivescovo aggrottò la fronte: «Si spieghi meglio per favore».
«Diciamo che sono un rappresentante specializzato in santi, specificamente nello studio e nella rivalutazione della loro immagine. Sa, sono persone importanti e i loro interessi devono essere trattati come tali. Gliela farò breve monsignore…»
«Arcivescovo…» lo interruppe Jacopo.
«Certo… Io sono qui, arcivescovo, a proporle un accordo che beneficerà entrambi. Deve solo fare un’aggiunta al suo libro, non le chiedo altro».
Per la prima volta dopo anni Jacopo si sentì scomodo sul quel cionco di legno. Girò nuovamente la testa verso Valeriano: notò che la pupilla dell’occhio destro andava per i fatti suoi, in maniera casuale come un oggetto che galleggiava sull’acqua. Cominciò a sentirsi turbato dalla sua presenza.
«Continuo a non capire, però una cosa è certa: io non cambierò di una virgola la mia opera».
«Mi scusi, forse l’ho presa troppo di punta, ora le spiegherò meglio: c’è molto in ballo con il suo libro. Rappresenterà una svolta per la fede cristiana, soprattutto in ambito comunicativo. Secondo le nostre stime date da proiezioni più che verosimili, molte città della penisola italiana diventeranno centri di avanguardia pittorica, tramite cui il Cristianesimo diffonderà tutta la potenza del suo messaggio. E questo avverrà con i quadri. Ma per far sì che i pittori del domani abbiano un riferimento universale lei deve finire quel libro. Quel libro, proprio il suo Legenda aurea, diventerà la Bibbia iconologica del futuro. E lei sarà immortale nella storia del Cristianesimo».
Jacopo accennò un sorriso ma si bloccò subito. Era confuso. Ma l’idea di essere ricordato nei secoli lo ossessionava da una vita. Altrimenti non si sarebbe dedicato per così tanto tempo a quell’opera gigantesca.
«E… e… cosa dovrei fare esattamente?»
«La Chiesa sta preparando un pantheon…ehem… volevo dire una schiera, una schiera di super santi che affiancheranno il Cristo nella venerazione dei fedeli. Non le sto a dire cosa stia diventando il Vaticano in questi tempi: un mercato dove le varie comunità fanno pressioni al Papa attraverso i cardinali affinché il proprio santo rientri in questa schiera. Ed è qui che la nostra figura professionale entra in gioco. Solo che noi, invece, siamo venuti direttamente a parlare con l’autore. Poiché vogliamo che il nostro assistito rientri nei super santi voglio che lei aggiunga del materiale agiografico alla sua vita. Totalmente inventato».
«Mi vuole dire una buona volta chi è il suo assistito!» urlò l’arcivescovo.
«San Giorgio di Cappadocia, Eminenza».
«Ma è morto da mille anni, non ha alcun senso!»
«Eminenza, lui rappresenta la nostra comunità e poi quando si parla di eternità è la morte a non avere più molto senso… mi meraviglio di lei, queste cose dovrebbe saperle» ridacchiò Massimo.
Anche Valeriano accennò una risatina, pur non dando l’impressione di capire la sottigliezza ironica. Poi sputò sul pavimento senza preavviso.
Jacopo si alzò indispettito, fissando l’interlocutore dritto negli occhi: «Io non aggiungerò proprio nulla nel mio libro!» disse avviandosi alla finestra.
Scrutò il mare ancora una volta ma una tensione fastidiosa gli impediva di godersi la vista come al solito. Si sentiva braccato nel luogo più familiare possibile: il suo studio. Avrebbe voluto che i tizi andassero via all’istante, riprendere la calma e reimmergersi nel profumo dei fogli vecchi e dell’inchiostro che li solcava; ma sapeva che il tipo coi baffi avrebbe ripreso a parlare molto presto. E infatti non tardò.
«Neanche se ci fosse la possibilità, anzi la sicurezza, per lei di diventare santo? Ho parlato con Papa Bonifacio e mi ha detto che si può fare…»
Jacopo girò la testa, offrendo per un attimo un’espressione di totale vulnerabilità. Poi tornò a guardare fuori. Massimo sorrise: sapeva di aver toccato la corda giusta. Aspettò un altro po’ per far sedimentare quella notizia e poi riprese: «Eminenza non le sto chiedendo di oscurare la mirabolante vita del nostro amato San Giorgio, ma di rivalorizzarla con una leggenda che al giorno d’oggi sembra vada molto di moda e che si sta diffondendo a macchia d’olio nel popolino»
«E sarebbe?»
«Ma niente di che, riguarda un drago che uccideva persone in una città della Libia chiamata Silena. Deve solo scrivere che, alla fine, il nostro San Giorgio gli ha piantato una spada nel cuore, liberando la città. Sembra che sia una leggenda di origine siriana, ma sa bene come vanno le cose in questi casi: tutti gli oratori sono padri e ognuno ci mette del suo. E poi i nostri sondaggi dicono che la gente del secondo millennio preferisce un santo eroe piuttosto che martire impassibile nella fede nel venire trucidato e torturato»
L’arcivescovo non si mosse, né parlò. Massimo dette un’occhiata al suo compagno, e lui tirò fuori un pugnale dalla sacca a tracolla. Iniziò a giocarci punzecchiandosi la mano, ma rimase fermo in attesa di ulteriori ordini. Si leccava frequentemente le labbra. Massimo, vedendo il vecchio che gli dava ancora le spalle assorto in silenzio, si spazientì e riprese a parlare.
«Eminenza parliamoci chiaro: lei crede che ci sia verità nel mettere per iscritto favole vendute come prove di fede realmente accadute? Pensa veramente che San Giorgio sia morto e risorto tre volte? Che non abbia avuto segni di cedimento mentre, in sette anni di torture, gli ficcavano chiodi in testa, versavano in bocca piombo bollente o lo squartavano sulla ruota armata?» il tono delle sue parole si fece più grave.
L’arcivescovo strinse i pugni, un po’ come gli si era stretto un groppo ammatassato in gola. Lacrime di rabbia gli appannarono la vista della finestra.
«I miracoli…» non riuscì a terminare la frase.
Sentì la punta del coltello arrivargli alla gola. Subito le mani si rilassarono. Si girò con molta cautela. Lo sguardo che si trovò davanti fu orribile: i denti sbavanti, lo sguardo per metà pura ostilità e per l’altra preoccupante vuoto morale. Valeriano lo prese per il bavero dell’abito e spostò l’arma sulla guancia. Jacopo aveva gli occhi sbarrati e il respiro in vertiginoso aumento. Appena sentì la punta scalfire la pelle del viso e tirò un urlo subito soffocato dalla mano forzuta. Massimo riprese a parlare sopra le grida attutite.
«Eminenza, la sua fede è davvero così incrollabile da subire un martirio paragonabile al nostro San Giorgio?» disse avvicinandosi.
La lama era completamente coperta di sangue. Valeriano la levò dalla carne del religioso e iniziò a leccarla da cima a fondo, più volte, digrignando i denti.
Il sapore ferroso che ricopriva la sua bocca vermiglia lo eccitò a tal punto che Massimo lo affiancò e lo prese per trattenerlo. Poi lo baciò appassionatamente per leccarne un po’ dal suo palato. Dopo un sorriso di perdizione riprese a rivolgersi a Jacopo, prendendo dei fogli dalla tracolla.
«Non deve far niente, arcivescovo, ho già scritto tutto io» mostrò il foglio su cui era scritta la leggenda del drago e lo appoggiò sulla scrivania «Deve solo firmare questo documento. Sa, Papa Bonifacio VIII è una persona molto precisa».
Valeriano lasciò la presa ma non lo sguardo su di lui. Jacopo si fece tremore, ma riuscì a chinarsi sulla scrivania. Prese la penna intinta nel calamaio e firmò sul documento che avrebbe avviato la pratica per la sua futura beatificazione. Poi guardò in faccia Massimo:
«Perché lo fate?» chiese in cerca di un briciolo di umanità in quei due dannati.
«Come, prego?» ribatté sorpreso l’altro.
«Qual è il vostro tornaconto in tutta questa faccenda?»
«Vede Eminenza, come avrà capito, noi non siamo dei veri uomini di Chiesa anche se ci lavoriamo a stretto contatto. Siamo solo due umili figuri che sfruttano le false leggende di una religione usurpatrice dandole in pasto nel miglior modo possibile alla gente. Siamo due che hanno puntato sul cavallo vincente. San Giorgio sarà il potenziale protettore di qualsiasi cosa! Magari darà il nome anche ad un’intera nazione, già me lo immagino: Georgia, o una roba simile! Il punto è che noi abbiamo preso il suo megalomartire e ne faremo un eroe, un punto di riferimento che tutti adoreranno».
«U…usurpatrice?» pronunciò l’arcivescovo preoccupato.
«Sì, e lo sa qual è la cosa divertente? Il Cristianesimo per secoli è riuscito a sradicare le culture di tutta Europa, sostituendo le divinità pagane con questi cosiddetti santi. Ma grazie al suo libro i santi sormonteranno la figura di Cristo proprio perché gli agiografi come lei si sono fatti prendere la mano nella descrizione delle loro opere! Per cancellare gli dèi avete creato dei superuomini che finiranno per cancellare anche il vostro Signore! E noi siamo qui per assicurarci che ciò accada, presto o tardi».
All’arcivescovo cominciarono a scendere le lacrime dagli occhi. Non sapeva che all’alba del 1300 ci fossero ancora nuclei neopagani infiltrati nella Chiesa. Ma lui non avrebbe comunque avuto la forza spirituale per contrastare quegli infedeli. Sicuramente non per resistere alle torture che gli avrebbero inflitto, non come San Giorgio almeno. Sempre che questi fosse realmente esistito: gli sembrò d’un tratto di dubitare di tutto.
«Ah dimenticavo, c’è un’ultima cosa che la separa dal diventare santo».
Non appena Massimo terminò la frase, Valeriano piantò il coltello nell’addome dell’arcivescovo. Jacopo rantolò più di sorpresa che di dolore.
«Eminenza noi due potremmo avere divergenze religiose ma ci tengo a mantenere sempre la parola data. Una volta santo si meriterà un posto nel nostro futuro pantheon, oh sì adesso posso dirlo. Come vede siamo molto premurosi nel difendere gli interessi dei nostri clienti, anche a costo di uccidere qualcuno. La ringraziamo vivamente e ci scusiamo per il disturbo arrecatole».
Valeriano forzò il coltello fin sopra il diaframma, dritto al cuore, dando il colpo di grazia all’arcivescovo.

Il corpo volò dalla finestra che aveva contemplato per così tanti anni; si sfracellò sulle rocce e divenne mangime per i pesci una volta caduto in mare. Ma, al contrario di San Giorgio, il suo Dio non lo fece risorgere.

La finestra, un racconto di G. Bindi || Street Stories

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su