La cena di Natale, un racconto di C. Francioni || Street Stories ||Three Faces

La cena di Natale, un racconto di C. Francioni || Street Stories


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La cena di Natale

di Chiara Francioni

Illustrazione di Coito Negato

Il volante era incandescente sebbene fosse la mattina del venticinque dicembre. Maria era un fascio di nervi e a niente era servito alzare il volume dello stereo mentre, ironia della sorte, Freddie Mercury intonava I Want To Break Free. Da lì a dieci minuti avrebbe, infatti, parcheggiato l’auto nel vialetto dei suoi genitori per affrontare la ricorrenza delle ricorrenze: il pranzo di Natale. Suonò il campanello con scarsa convinzione e dopo poco Giada, sua sorella minore, comparve sulla soglia. Maria notò che la pancia da gestante della giovane aveva ormai raggiunto le dimensioni di un’anguria matura e nonostante tutto si lasciò avvolgere da un abbraccio festoso. «Dovesti farti sentire più spesso» disse Giada mentre attraversavano il corridoio infestato di lontani ricordi. «Mamma è convinta che tu la stia evitando di proposito». E aveva ragione. Da quando si era trasferita in città, Maria aveva ridotto al minimo indispensabile le interazioni con Barbara, la donna che l’aveva messa al mondo. Tuttavia sua sorella era troppo ingenua per capire cosa ci fosse di sbagliato nel loro rapporto, così Maria preferì non infierire, limitandosi a emettere un sospiro. Varcata la soglia della sala, si trovò a contemplare suo padre chino sulla tavola apparecchiata intento a controllare la distanza tra un piatto e l’altro. “Il solito vecchio ossessivo compulsivo” pensò Maria. «Ciao bestiola» disse l’uomo senza neanche alzare la testa. Maria affogò in un sorriso fiacco la voglia di afferrare la tovaglia e trascinarla via per costringerlo a guardarla negli occhi: «Ciao, papà» rispose infine. Giada raggiunse Edoardo, suo marito, che stava uscendo dalla cucina con una bottiglia di Lambrusco tra le mani. Maria mal sopportava quell’uomo dall’umorismo opzionabile. «Menomale che sei arrivata, che Natale sarebbe stato senza la Vergine Maria!» le disse lui ridacchiando. Maria riformulò i propri pensieri: quello non era neanche classificabile come umorismo.
Un acuto simile al grido di un rapace in picchiata la accolse: «Tesoro!». Barbara era, come sempre, l’immagine della perfezione: messa in piega, trucco impeccabile, gonna midi di boutique e décolleté lucide senza l’ombra di un graffio. Maria ripensò al suo riflesso nello specchio quando, poco prima, si era vestita prediligendo la comodità: coda di cavallo, jeans, anfibi consunti. Tale madre, tale figlia. «Perché non ti sei messa il tubino di velluto che ti ho regalato?» chiese la donna guardandola da capo a piedi. «Ciao, mamma. Anche io sono felice di vederti» rispose Maria con malcelata insofferenza. Barbara scosse la testa e si avvicinò tendendole le braccia. Maria sapeva che c’era dello sforzo in quel gesto, così, fece altrettanto e ricambiò un abbraccio un po’ troppo legnoso. Ormai aveva deciso di considerare quel pranzo come un rito propiziatorio: un sacrificio necessario per ingraziarsi i favori dell’inverno e arrivare, sana e salva, al ritorno della primavera. Intanto si erano uniti al convivio anche zia Margherita, sorella di Barbara, e suo figlio Luca che stranamente non era accompagnato da Ester, la storica fidanzata. Nessuno fece domande in proposito e il banchetto iniziò. Ognuno aveva aneddoti da raccontare, ma ben presto la conversazione si concentrò sulla novità più fresca: la pensione del padre di Maria.
«Insomma Barbara, come va adesso che ce l’hai a casa tutto il giorno?» chiese Margherita alla sorella. Barbara sbuffò e buttò giù un bicchiere di vino. «Diciamo che abbiamo riscoperto noi stessi» annunciò infine con un tono di difficile interpretazione. Maria guardò il padre e lo sorprese a ispezionare la tovaglia. Era certa che stesse contando le briciole. Zia Margherita riprese con le domande. Stavolta fu il turno di Maria che, colpita dallo sguardo della donna, si sentì schiacciare dal peso di una condanna a morte. «E tu, mia cara» l’apostrofò compiaciuta, «come mai anche quest’anno non sei in dolce compagnia?». Ci fu un attimo di silenzio e poi, improvvisamente, tutti scoppiarono a ridere; tutti tranne Maria. Sapeva benissimo che sua madre avrebbe voluto vederla felicemente accompagnata, se non altro per dimostrare agli amici che la sua era una famiglia modello, mentre era sicura che a suo padre non importasse della sua vita sentimentale – a lui bastava che il numero delle mattonelle grigie sulla parete fosse esattamente lo stesso di quelle bianche. Sapeva anche che Giada si struggeva perché non potevano condividere, da buone sorelle, quella particolare fase delle loro vite. E allora perché ridevano? E proprio mentre s’interrogava, Maria fu scossa da un brivido di rabbia e fu a quel punto che anche lei sentì il bisogno di ridere. Si ricordò, così, di quante risate avevano condiviso in passato. Risate false, esorcizzanti, che affossavano parole morte ancor prima di nascere. Smisero di sghignazzare solo quando Margherita riprese la parola: «Ho notato che nessuno ha chiesto perché Ester non è venuta a pranzo con noi». Lanciò un’occhiataccia al figlio che la fissava con sguardo severo. «Vi ringrazio per la discrezione, ma voglio condividere questa storia divertente» continuò con tono astioso. «Luca l’ha lasciata. E sapete perché?» pausa d’effetto. «Perché si è innamorato di un’immigrata!» chiosò emanando disprezzo da ogni poro. Luca si alzò spazientito e lasciò la stanza. Una densa coltre di silenzio calò sui commensali. Maria si guardò intorno. Le parve assurdo che nessuno sentisse il bisogno di intervenire e, mentre diceva questo a sé stessa, avvertì un cambiamento di stato. Qualcosa dentro di lei si era liberato con la forza di un grido trattenuto in gola troppo a lungo. Anni di silenzi, di risate fasulle, di abbracci legnosi tornarono a galla come un rigurgito bruciante e una potenza sconosciuta prosciugò la rabbia all’istante.
Stavolta fu lei a scoppiare a ridere per prima, ma la risata adesso era vera, genuina, liberatoria. Rise sguaiatamente, fino a che la mascella non cominciò a dolerle; quindi dette finalmente vita a quelle parole mai pronunciate: «Ho una storia fissa da tre anni. Lei si chiama Sara». Barbara spalancò la bocca assumendo un’espressione deforme, suo padre bisbigliò qualcosa che a lei parve un “Io lo sapevo”, mentre Giada si sciolse in un sorriso carico di comprensione. Edoardo, il cognato, strabuzzò gli occhi, probabilmente pensando a immagini di donne che si baciavano. Maria guardò la madre dritta in volto e, per la prima volta dopo anni, si sentì fiera di sostenerne lo sguardo. Afferrò il calice mezzo pieno e lo alzò al cielo: «Buon Natale» esclamò. La scena si consumò come in una moviola: un unico lungo piano sequenza in cui si susseguirono azioni fluide. Luca che rientrava inveendo contro la madre. Giada che si precipitava ad abbracciare la sorella, il padre che si rimetteva a mangiare, rapito da chissà quale pensiero. Barbara che fissava il vuoto immobile, con le dita serrate intorno alle posate d’argento, le nocche bianche e lucide: «Ho un amante» disse infine la donna. «Ha vent’anni meno di me e ho fatto sesso con lui proprio su questo tavolo». A Maria andò di traverso il vino e, di nuovo, una risata le sfuggì dai polmoni. Il rito propiziatorio per ingraziarsi i favori dell’inverno appena iniziato, quest’anno, aveva funzionato davvero, pensò. E il tempo della rinascita era arrivato prima del previsto.

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