L’infinito viaggiare, un articolo di R. Cipro || THREEvial Pursuit

L’infinito viaggiare

di Rossella Cipro

livraria Lello
La livraria Lello di Porto, descritta ne L’infinito viaggiare di Claudio Magris

Non vedevo l’ora. Finalmente posso tirar fuori la valigia e partire. Si fa per dire, intendiamoci. Esistono diversi modi per viaggiare e uno di questi è mettersi comodi, aprire un libro e iniziare a leggere. Si può contenere il mondo intero poggiandolo ordinatamente sugli scaffali di una biblioteca, museo del tempo e dello spazio. Basta scegliere un titolo per finire con Giona nel ventre della balena o a far compagnia al dottor Faustus. C’è qualcosa nel viaggiare che lega e attrae da tempo immemore i sogni e i desideri degli uomini. Dall’Iliade di Omero al Milione di Marco Polo, dalla Divina Commedia di Dante al Viaggio al Centro della Terra di Jules Verne, da I viaggi di Gulliver di Swiftai Viaggi in Portogallo di Saramago. Libri di storie, storie di viaggi, viaggi pieni di avventure, imprevisti e dure prove da affrontare; pieni di svolte, cambiamenti e ritorni. Un infinito viaggiare. È questo il titolo a cui volevo arrivare e sul quale mi voglio soffermare: L’infinito viaggiare di Claudio Magris.

l'infinito viaggiare Magris

Soffermarsi, sostare, è parte dello spostarsi, ma non tutti gli spostamenti sono viaggiare. Etimologicamente parlando, la parola viaggiare (dal provenzale viatge, a sua volta dal latino viaticum, it. viatico, viaggio) non definiva una direzione geografica, mastava a designare l’insieme degli oggetti che ci si portava dietro quando si andava da qualche parte: cibo, vestiti e soldi. Ergo il viaggio, così come lo intendiamo oggi non può prescindere da un bagaglio, sia esso fisico o mentale e quindi composto di memorie, attimi, scoperte, sensazioni ed esperienze, ma anche di oggetti, luoghi, incontri con l’altro e, quando il viaggio avviene in un certo modo, con se stessi.

La valigia è l’oggetto essenziale a chi per un motivo o per un altro sceglie di partire. Solo il viaggiatore può sapere il perché della sua decisione, del suo andare da un luogo all’altro, ma spesso egli lo conosce appena. È solo alla fine, dopo tanto errare, che la ragione di questo viaggio diventa chiara, lampante, adamantina. Per questo gli serve la valigia, perché durante il percorso egli non può evitare di raccogliere tracce, portarsi via oggetti, comporre un puzzle, il quale si delinea sempre meglio man mano che il viaggio vi aggiunge pezzi ogni volta diversi di luoghi e momenti distanti e distinti. L’attenta deduzione lo porta finalmente alla rivelazione, all’incontro con se stesso. Ma come? Non si era mai incontrato? Magari sì, ma non si era mai visto davvero. Spesso l’attenzione e la cura che riserviamo a noi stessi si limita alla superficie, alla parte che mettiamo a disposizione per gli altri, a una di quelle centomila sfumature della nostra persona che sentiamo convergere in nessuna e così si finisce per credere di non esistere se non attraverso gli occhi di chi ci osserva. Ritrovarsi è sempre una nuova scoperta, soprattutto perché il viaggiatore aveva dato per scontato che si sarebbe perso. Invece, è lì che si restituisce lo sguardo attraverso lo specchio sporco di quel vagone barcollante che lo riporta, infine, verso casa. Una fine che è sempre un nuovo inizio.

Perdonerete questo preambolo poiché in fondo, come scrive Magris nella Prefazione al suo L’infinito viaggiare, “il viaggio – nel mondo e sulla carta – è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo. […] La prefazione è una specie di valigia (…) e quest’ultima fa parte del viaggio”.

Se uno ci pensa, viaggiare è un po’ come scrivere; è attraversare luoghi della memoria, prossima o lontana; è incontrare volti e gesti e oggetti. Scrivere di un viaggio è scrivere di un particolare momento nel tempo, in un particolare posto del mondo, di un posto che resta e di un momento che è fugace, che mentre viene vissuto è già passato. La scrittura di viaggio è allora scrittura del tempo, del ricordo, della rielaborazione di quelle memorie che si sono guadagnate un posto nell’archivio a lungo termine della nostra rete di connessioni sinaptiche. Ma allo stesso tempo viaggiare è riscrivere le proprie convinzioni, ridipingere una parete, aggiungere alla propria vita un quadro, un libro, una storia, una lingua che è una cultura. Viaggiare crea immagini e ricordi, visioni e vividi scorci di paesaggi lontani, istantanee vissute e sviluppate sotto forma di storia, romanzo, racconto. La scrittura fissa l’accaduto e lo conserva.

“Questo libro”, scrive Magris sempre nella Prefazione, “è fatto di pagine legate al momento in cui è avvenuto il viaggio, in cui si è attraversata una frontiera o uno Stato che magari non esistono più”.  Pagine fresche di sensazioni e rilassata immediatezza. Il viaggio e la scrittura camminano fianco a fianco, l’uno pausa dell’altra, si contengono e si sostengono, riuscendo a creare in chi legge la sensazione di essere trasportati senza peso in quel luogo e in quel momento. Questi viaggi, vissuti e scritti fra il 1981 e il 2002, sono percorsi dell’anima, sentieri intricati di vite e racconti, esperienze e resoconti. Basta saltare in groppa al fedele Ronzinante e lasciarsi guidare sui passi di Don Chisciotte attraverso la Mancha, per poi risalire fino a Londra e scendere verso l’Istria, o puntare ad Est per immergersi nella Mitteleuropa, da Berlino ai sorbi di Lusazia passando ancora per il nord con una sosta al Cimitero nella foresta di Stoccolma. E da lì di nuovo verso oriente, dalla Cina al Vietnam e poi giù fino alla meta: il Grande Sud, la selvaggia, lontana e misteriosa Australia. Un viaggio che è fatto di attimi, musica, museo di possibilità.

Cimitero nella foresta stoccolma
Il Cimitero nella foresta a Stoccolma, uno dei luoghi visitati da Magris ne L’infinito viaggiare

Arriva un momento lungo il percorso in cui bisogna afferrare saldamente le briglie, tenere le redini e districarsi tra i futuri abortiti della storia come li chiama Ernestina Pellegrini – quei futuri possibili che però non si sono realizzati.

“Cecoslovacco o Ceco-slovacco?” ci si chiedeva negli anni ’90. Oggi sappiamo com’è andata, che si è optato per la scissione, ma ci sono variabili che avrebbero potuto cambiare il corso di quella vicenda e la sua soluzione. È di queste variabili che Magris fa tesoro perché sono queste che aiutano a leggere e comprendere un dato momento nella Storia, magari un momento di stallo, d’indecisione, di svolta, progresso o inversione. Ma non si può comprendere un certo evento storico se non attraverso gli occhi di un personaggio che ne ha fatto parte o del luogo in cui quella storia ha avuto origine. Quindi ecco che Magris ci presenta la croce di “Ludwig, l’infelice e impossibile sovrano di Baviera”, annegato in circostanze misteriose il 13 Giugno 1886 nel lago di Stanberg, vicino Monaco, insieme al suo medico, dottor Bernhard von Gudden; ci accompagna  quindi nella stanza di Schönberg, rifugio del musicista in fuga dal nazismo, luogo armonioso come l’uomo che ci visse; ci invita a passeggiare tra l’equilibrio di natura e morte del Cimitero nella foresta dove la morte è uguaglianza, è superamento di ogni smarrimento.

Ronzinante vacilla ma il viaggiatore non demorde, pensa però che la povera cavalcatura abbia bisogno di una pausa e quale luogo migliore di Jyväskylä, nel cuore dei laghi finlandesi, per fermarsi? Ma qui insieme alla libertà aleggia l’inquietudine, perché siamo nel 1990 e la storia della Finlandia arde ancora come un tizzone che fatica a esaurirsi, alimentato di qua dall’interesse europeo e di là dal richiamo sovietico. Non è questo il luogo per una lezione di storia della Finlandia, in cui entrerebbero in ballo troppe altre storie: dalla prima alla seconda guerra mondiale, e ancora indietro, troppo indietro, fino alla guerra russo-svedese del 1741 (e io vi consiglio di farvela raccontare da Alessandro Barbero che di storia militare ne sa sicuramente più di me). Ripartiamo e arriviamo a Nesset, sulla costa ovest della Norvegia, dopo aver ascoltato le storie dei giocattoli di Hoffman. Cambiamo rotta e siamo in Iran, avanziamo verso est: la grande Cina, il Vietnam e, infine, la meta.

Il penitenziario di Port Arthur, Tasmania, descritto ne L’infinito viaggiare di Magris

Ci lasciamo qui, sulle rive di Port Arthur, in Tasmania. No, non adesso. Siamo nel 1998, è di Giugno, l’oceano è bellissimo. In realtà Magris ci saluta a Hobart Town, la capitale della Tasmania, ma io voglio congedarmi da qui, da questo luogo che conserva memorie atroci, paradiso in terra testimone di morte e sofferenza. Il penitenziario di Port Arthur è ancora qui, testimone appunto di deportazioni forzate, di condanne crudeli, di torture, suicidi e morti d’innocenti. Qualsiasi reato, per quanto lieve, aveva una sola pena. “L’isola dei morti”, qui accanto, accoglie tutti quegli sfortunati “romanzi condensati di vite incredibili, turpi, violente” ma che hanno saputo resistere a situazioni che noi non possiamo neanche lontanamente immaginare. Perché qui? Perché su quest’altura di Port Arthur l’oceano s’infrange potente e da qui corre senza barriere fino all’Antartide. Non c’è assolutamente nulla in mezzo. La fine del mondo che conosciamo, l’inizio di un nuovo viaggio per il quale Ronzinante è ormai troppo stanco, meglio lasciarlo riposare.

L’infinito viaggiare, un articolo di R. Cipro || THREEvial Pursuit

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