Islanda: isola di fuoco e ghiaccio (pt. 1), un articolo di G. Levantini || THREEvial Pursuit

Islanda: isola di fuoco e ghiaccio

Il Cerchio d’Oro

di Gabriele Levantini

islanda cerchio d'oro 2016

Quando ero piccolo sognavo di poter vedere tutto il mondo. Forse a causa dei racconti di vita di navigazione che mi faceva mio nonno, marittimo d lungo corso, o forse perché amavo leggere e guardare documentari in televisione.

Tra i luoghi che più di altri mi hanno affascinato da sempre c’è l’Islanda. Ebbene, nel 2016 ho avuto la fortuna di poter visitare questo splendido paese in un viaggio di poco meno di due settimane, insieme ad Anna, la mia compagna di quei tempi. Il nostro fu un viaggio on the road di 4.213 km, lungo la mitica Þjóðvegur, la Circular Road che percorre l’intera isola artica.

È una fredda e piovosa notte d’agosto quando, dopo un tremolante sorvolo del Mare del Nord e dell’Atlantico Settentrionale, atterriamo all’aeroporto di Keflavík. Il vento porta dal mare fini goccioline d’acqua gelida. Nonostante le nuvole, il cielo mostra un pallore simile a quello che assume da noi poco prima dell’alba: è buio, ma non un buio profondo come uno s’aspetterebbe a quell’ora. Questo è il nostro primo impatto con le luci e il meteo islandesi, che non smetteranno di stupirci per tutto il viaggio.

Ritiriamo il fuoristrada che avevamo noleggiato e per un attimo ci sembra di aver sbagliato aereo e di essere finiti in America: stradine con villette a schiera in legno e giardini d’erba rasata senza recinzioni, con grandi pick-up parcheggiati. Riflettendoci bene però tutto torna: siamo più vicini al Canada che all’Europa e geograficamente ci troviamo sulla placca continentale americana. Non senza fatica, troviamo la strada e arriviamo finalmente al nostro albergo.

In Islanda c’è un modo di dire: “se non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti”. È vero: si passa dal piumino alla t-shirt nel giro di decine di minuti e dalla pioggia gelata al sole battente in uno schiocco di dita.

tundra islanda
Tundra (Islanda, 2016)

La mattina seguente, infatti, il paesaggio ha assunto tutto un altro aspetto: il sole splende forte sul mare scuro in lontananza. I gabbiani volano in cielo lentamente e il vento è più gentile e meno freddo. Il nostro primo impatto con la vita in questa terra selvaggia e remota ha il sapore di una colazione a base di skyr, salmone e aringa. Difficile, ma se vogliamo, di una semplicità a suo modo poetica. Devo confessare che il mio istintivo rifiuto latino per questa alimentazione nordica finirà in pochissimi giorni. Anzi: al mio rientro in Italia, forse per nostalgia, proverò a lungo a cercare gli ingredienti giusti per riprodurre quei sapori. Purtroppo senza successo.

Partiamo di buon’ora, verso sud-est, seguendo il più classico dei percorsi: percorreremo la Þjóðvegur in senso antiorario, cominciando dal cosiddetto Gullni hringurinn, il Cerchio d’Oro: l’area di più antico popolamento e di maggior richiamo turistico, nella parte meridionale dell’isola. L’itinerario della giornata si snoda tra la penisola di Reykjanes (regione del Suðurnes) e la regione di Suðurland.

In breve tempo rimpiangiamo la cartellonistica stradale italiana che, sebbene inutilmente complessa e ridondante, è chiara e minimalista rispetto a quella islandese che ci costringe in più d’un occasione a fermarci per cercare di interpretare i cartelli. Nonostante questo, viaggiamo senza problemi godendoci i paesaggi grandiosi dove l’impatto antropico è minimo e la scarsità di altri esseri umani in giro. La nostra prima sosta è Hveragerði, paesino di poche anime noto come “Villaggio dei Fiori”, sito in mezzo a un’area geotermica. Potrebbe benissimo essere scambiato per un angolo di remota provincia agricola americana se non fosse per la terra scura che fumae e dentro la quale tradizionalmente viene preparato il hverabrauð, o lava bread, un pane nero molto aromatico. In quest’area la natura è come una chioccia benevola che riscalda col suo ventre le proprie creature: anche le serre dove nascono i pomodori islandesi, molto presenti in questa zona, sono riscaldate con il calore del suolo. Un’eccezione di abbondanza per un paese dall’inverno lungo e buio, in cui gelate e carestie erano le prime cause di morte fino a pochi decenni fa.

Proseguiamo attraversando Selfoss, villaggio sulle turbolente rive del fiume Ölfusá, uno dei principali del paese. Ci fermiamo brevemente ad ammirare l’acqua scura che gorgheggia nelle anse del suo percorso, lambendo la chiesa del paese prima di ripartire per il mare.

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Piano cottura geotermico per preparare il hverabrauð (lava bread) ad Hveragerði (Islanda, 2016)

Ripartiamo alla volta del Parco Nazionale di Þingvellir. Parcheggiamo in un ampio sterrato e, dopo un’area boscosa, troviamo una pianura attraversata da rigoli d’acqua. La attraversiamo giungendo a una salita che si insinua tra le rocce. Piano piano si delineano due pareti che formano una sorta di canyon, e che non sono altro che il punto di frattura tra la placca continentale americana e quella euroasiatica. In questo luogo magico, ricco di grotte, profonde spaccature che si aprono nel suolo all’improvviso e rocce acuminate che ti osservano dall’alto, si riuniva un tempo l’Alþingi, antico parlamento vichingo.

La vista da quassù è mozzafiato, ma dobbiamo proseguire. Tornati in auto, attraversiamo un’ampia zona agricola e poi entriamo nella valle di Þjórsárdalur. Il terreno è coperto da spessi muschi e licheni e attraversato da fiumi che si dividevano in mille rigoli, col vulcano Hekla a incombere in lontananza. Proseguendo, incontriamo Skálholt, antichissima sede episcopale, tanto ricca di storia quanto povera di reperti originali, caratteristica che –scopriremo – accomuna un po’ tutti i siti storici d’Islanda. D’altra parte, non si viene in questo paese per l’arte e per la storia, ma per una natura tra le più pure e primordiali di tutto l’emisfero settentrionale.

Più avanti sulla strada, ci fermiamo ad ammirare Gullfoss, il cui nome significa “Cascata d’Oro”. È uno dei più spettacolari monumenti naturali del Cerchio d’Oro per la sua dimensione e perché costituita da ben due salti.

Successivamente visitiamo l’area geotermale di Haukadalur, con i mitici geysers di Geysir (da cui deriva il termine stesso di geyser) e Strokkur. Lo spettacolo di questi mostri ruggenti ci mostra la forza terribile che ribolle e fuma sotto i nostri piedi.

In questa località ci fermiamo in un ristorante, intenzionati ad assaggiare un po’ di cucina locale. Nel menù non mancano piatti insoliti per noi, introvabili a casa, ma inutile dire che il più particolare di tutti è senza dubbio la carne di balena. Prima di partire ci eravamo documentati bene su questo argomento così controverso e avevamo scoperto che il problema è molto più complesso di come viene rappresentato. Diversamente dagli altri “paesi balenieri”, come si può leggere sul sito del governo, l’Islanda pesca solo due tipologie di balena, che non sono minacciate di estinzione – la balenottera comune (hvalur) e la balenottera minore (hrefna) – in quantità molto limitata e quindi, a parer loro, sostenibile. Questa attività risale al tempo dei Vichinghi e non è mai cessata: il paese, infatti, si è sempre rifiutato di firmare la moratoria internazionale, forte della sua storia millenaria, diversamente ad esempio dal Giappone.

La loro idea si può riassumere più o meno così: “Che siano gli altri a fermare l’attività, quelli che sono arrivati dopo e l’hanno praticata in modo indiscriminato rendendola insostenibile, non noi che la eseguiamo con misura ed equilibrio in modo sostenibile da un millennio!

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Il geyser Strokkur in eruzione (Islanda 2016)

Non tutti, naturalmente, la pensano così e, nonostante la carne di balena sia facilmente reperibile nei supermercati e nei negozi, viene mangiata dagli islandesi sempre meno spesso. Esiste però una cosa capace di mettere d’accordo sia i sostenitori che detrattori di questa pratica: la profonda convinzione che si tratti di un argomento esclusivamente nazionale, nel quale gli stranieri non devono intromettersi per nessun motivo, indipendentemente da come la pensino.

Ad ogni modo, decidiamo di fidarci del governo islandese e ordiniamo una bistecca di balena “sostenibile”. È al sangue e sembra manzo, ma con un leggero retrogusto di tonno: la trovo buonissima.

La nostra giornata termina infine, dopo un buon tratto di strada, a Laugarvatn, paesino sulle rive di un lago nel quale sgorga una sorgente termale bollente. Dormiamo in un Edda hotel, un’altra stranezza di questo paese: una scuola che d’estate, quando gli studenti tornano ai loro villaggi, diventa albergo.

La mattina seguente facciamo colazione nell’ampio refettorio insieme ad altri turisti provenienti da ogni parte del mondo. Ci colpisce l’esiguo numero di nostri connazionali, che forse preferiscono mete più confortevoli di questa.

Ripartiamo di buon’ora fermandoci al primo distributore di carburante: non sono molti, perciò è bene approfittarne quando si incontrano. In Islanda non esiste più il lavoro di benzinaio perché le pompe di carburante sono esclusivamente automatiche, ma ognuna di loro ha un piccolo emporio-ristorante. Vendono immancabilmente zuppe calde squisite, hot dog di pecora, snack confezionati, articoli per il camping, libri e gomitoli di lana. Il loro inventario è un ottimo indicatore della vita sociale di questa solitaria e rilassata isola artica. In un supermercato acquistiamo anche il súr hvalur, tradizionale grasso di balena marinato nel latte acido, che conquista subito il titolo di cibo più cattivo mai provato. Per il momento almeno, perché il titolo sarà riassegnato prima che il viaggio finisca.

Attraversiamo ampie aree dove non si incontrano i segni deleteri degli esseri umani, fermandoci ogni tanto per osservare da qualche punto panoramico.

Passiamo il villaggio di Hella e l’insediamento di Keldur con le sue interessanti torfbæir, le case di torba e legno, col tetto coperto di erba. Questo materiale naturale, qui abbondante, era un eccellente isolante e consentiva di risparmiare prezioso legname. Infatti, l’Islanda è quasi priva di alberi fin dall’XI secolo, quando fu disboscata dai Vichinghi al fine di sfruttarne il legno. Ignoravano che a queste latitudini la ricrescita delle foreste sarebbe stata molto più lenta e difficile che in Norvegia. Negli ultimi anni il governo sta conducendo grandi sforzi per tentare di rimboschire il paese, e anche se oggi qualche rara foresta si trova, la strada per tornare alle coperture originali è ancora molto lunga.

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Gullfoss, la Cascata d’Oro (Islanda 2016)

Scendiamo fino al porticciolo di Landeyjahöfn, dal quale abbiamo una bellissima vista sulle isole Vestmannaeyjar, dal quale iniziò la colonizzazione del paese. Davvero incredibile pensare che nel 1627 i corsari saraceni arrivarono fino qui, mettendo a ferro e fuoco queste isole.

Ci rimettiamo in marcia, la prossima tappa è la cascata di Skógafoss: un immenso muro d’acqua che salta giù ruggendo da una montagna, avvolgendosi d’una fitta nebbia d’arcobaleni e di sottilissima pioggia.

Questa volta il paesaggio cambia in fretta perché poco dopo troviamo l’estrema punta meridionale del ghiacciaio Sólheimajökull, dal quale spira un vento gelido e carico di nevischio. Proviamo ad avvicinarci a piedi, ma il meteo non è dei migliori perciò a un certo punto decidiamo di tornare indietro.

Ci aspetta quella che sarà una delle più belle tappe di questo viaggio: Vík í Mýrdal, minuscolo villaggio con una bella chiesetta di legno che sulla sua sommità protegge le case e la spiaggia nera di Reynisfjara ai suoi piedi. Qui grandi faraglioni di roccia affilata sembrano guerrieri fantasy nel mare tempestoso. La spiaggia è circondata da un’alta scogliera di colonne basaltiche, che sfumano in un promontorio di arenaria. Una fitta vegetazione fiorita copre il suolo interrompendosi a un certo punto per far spazio a una sabbia fine e nerissima. I faraglioni sono sferzati da onde potenti, mentre un vento freddo mescola insieme i profumi dei fiori e quello del mare e sostiene il volo degli uccelli marini.

Adesso ci aspetta un bel pezzo di strada desertica attraverso il Laufskalavarda, una distesa di detriti lavici che si alternano alla tundra. Lungo la strada ci fermiamo a vedere le Colonne di Kirkjugólf, nei pressi del villaggio di Kirkjubæjarklaustur, una formazione geologica che sembra il pavimento d’una chiesa. La campagna circostante è piena di formazioni rocciose, antichissimi tumuli e tradizionali segnavia: di fronte a un paesaggio del genere non stupisce affatto che metà degli islandesi creda negli Elfi.

La sera ci fermiamo al Fosshotel Nupar, una costruzione in container nel bel mezzo della tundra. La pace e il silenzio dell’interminabile crepuscolo di mezzanotte, mentre siamo seduti sulla distesa di morbidi licheni davanti all’hotel completamente immersi nel nulla, è un’immagine che porterò sempre nel mio cuore. 

Il giorno seguente attraversiamo la vasta distesa dello Skeiðarársandur dove incontriamo gli imponenti resti di un grande ponte in acciaio distrutto dalla furia di un’inondazione nel 1996. Il deserto di sabbia e rocce (sandur) dove ci troviamo è il frutto della forza dei fiumi glaciali che nel corso dei secoli ogni primavera puntualmente sono scesi giù dai ghiacciai con cieca furia. È questa la regione più inospitale, pericolosa e disastrata del paese, dove la natura mostra la sua faccia cattiva: le alluvioni si susseguono e nell’ampio deserto umido sono talvolta presenti le sabbie mobili.

La prima tappa della giornata è Svartifoss, una scenografica cascata che salta giù da un monte fatto di colonne di basalto, che sembrano canne d’organo di una immensa cattedrale. Per arrivare ad ammirarla dobbiamo attraversare un breve tratto di foresta, una piacevole anomalia nel paesaggio brullo.

Ci rimettiamo in marcia, i ghiacciai ci osservano da lontano ormai da decine di chilometri, e ci dirigiamo verso la laguna glaciale di Fjallsárlón. È poco prima della più grande e nota laguna Jökulsárlon, che abbiamo deciso di scartare perché troppo frequentata.

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La Spiaggia dei Diamanti (Islanda 2016)

Fermiamo l’auto nel parcheggio sterrato e ci rechiamo alla tenda che fa da “reception”, dove prenotiamo il giro del lago. Fuori è un freddo cane, ma dentro c’è un bel teporino e tè e caffè caldi in omaggio. Un ragazzo ci spiega i rischi di navigare in queste acque piene di piccoli iceberg e poi ci consegna una giacca termica pesantissima: servirà a farci galleggiare e a mantenerci vivi per un po’ se dovessimo cadere nelle acque gelide. Il tour in motoscafo è un’esperienza incredibile: ci sentiamo un po’ James Bond e un po’ McClure. Mostri di ghiaccio bianchi e azzurri galleggiano silenziosi sull’acqua torbida, gli passiamo vicino dirigendoci verso il fronte del ghiacciaio. Ed è qui che godiamo dello spettacolo solenne e terribile della bianca scogliera che brontola e scricchiola minacciosamente. Prima di tornare a riva, stacchiamo un pezzo di giaccio da succhiare: è l’acqua più pura mai assaggiata.

Una volta sulla terraferma, ci spostiamo pochi chilometri a est per visitare la celebre Spiaggia dei Diamanti: una splendida distesa di sabbia nera dove il mare restituisce il ghiaccio che gli arriva dalle lagune glaciali.

Dopo aver attraversato Höfn, cittadina portuale senza grandi attrazioni, ci dirigiamo verso l’interno, prima di cominciare l’esplorazione dei Fiordi Orientali, l’Austfirðir.

Lungo la strada avvistiamo un piccolo branco di renne, comuni in questa regione, dove furono introdotte in passato.

Il primo villaggio dei fiordi orientali che visitiamo è Djúpivogur,sulla frastagliata punta meridionale del fiordo Berufjörður. Vicino all’abitato si trova una laguna sula quale si sviluppa la bellissima spiaggia di Úlfseyjarsandur.

Il secondo dove ci fermiamo è Seyðisfjörður, che è anche l’ultima sosta della giornata, e uno dei più bei paesini di tutta la regione. Infatti, qui si trova l’iconica chiesetta azzurra alla quale si arriva da un sentiero arcobaleno, e le casette di legno e lamiera affacciate sul mare sono spesso coperte da bei lavori di street art che non ti aspetteresti. 

Infine, stremati, arriviamo a Egilsstaðir, città industriale costruita negli anni ’40 sulle sponde del lago Lagarfljót, dove vive il mostro Lagarfljótsormur, variante locale di Nessie. In Islanda il folklore e le leggende sono argomenti serissimi e molto sentiti, e infatti il governo ha ritenuto di doversi pronunciare (positivamente) sull’esistenza del mostro. La cittadina non offre molto da vedere, ma è piuttosto viva per gli standard islandesi. Conta oltre duemila abitanti perciò, dopo giorni di scarsi contatti con gli altri esseri umani, ci sembra di essere giunti in una metropoli. C’è una festa popolare e, nonostante la grande stanchezza, ci uniamo volentieri ai locali che applaudono alle canzoni country in islandese.

All photos by Gabriele Levantini (Islanda, 2016)

Islanda: isola di fuoco e ghiaccio (pt. 1), un articolo di G. Levantini || THREEvial Pursuit

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