Islanda, fine aprile, un racconto di P. Labadia || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

Islanda, fine aprile, un racconto di P. Labadia || Street Stories – INEDITO

Islanda, fine aprile

Dalla mente di Pierpaolo Labadia

Islanda, primavera_street stories inedito
Cover by Brucio

Marco Biraghi uscì sulla veranda del cottage e si appoggiò con i gomiti alla ringhiera del porticato, ripensando alle quattro pallottole che aveva piantato nel corpo di Vito Grimaldi. Nonostante le migliaia di chilometri che ormai lo separavano dal cadavere del ‘Principe di Roma Est’, la visione di Vito che esalava il suo ultimo respiro continuava a tormentarlo. Cercando di scacciare l’immagine di tutto quel sangue – Dio, possibile che in un corpo umano ce ne fosse così tanto? –, Marco si accese una sigaretta e puntò lo sguardo dall’altra parte della baia, sul villaggio addormentato di Seysfiordur. Lo tranquillizzava starsene a guardare quel piccolo agglomerato di casette di legno incastonate in mezzo ai fiordi dell’Austurland, con le stelle di quella notte islandese di fine aprile che si riflettevano nelle acque del Mar di Norvegia.
«Perché l’Islanda?» gli aveva chiesto Irina subito dopo aver ascoltato la sua storia per la pima volta. «Perché non un Paese del Sud America, o una qualche isola sperduta dall’altra parte del mondo?»
«Tutta colpa di un documentario» le aveva risposto Marco con un sorriso.
Lei non gli aveva creduto, ma era proprio così che era andata: quando, dopo una vorticosa fuga da Roma a Milano, Marco era arrivato all’aeroporto di Malpensa, il motivo per cui era salito sul primo aereo diretto a Reykjavik era che aveva ancora negli occhi le immagini, viste di sfuggita mentre faceva zapping sulla tv qualche sera prima, di quel documentario. Ghiacciai e montagne che sembravano voler toccare il cielo; vulcani giganteschi, spenti ma minacciosi; distese infinite di territori incontaminati: tutto questo gli aveva trasmesso l’idea di un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un luogo dove la vendetta dei Grimaldi non lo avrebbe mai raggiunto.

Non ci aveva mai avuto troppo a che fare prima di allora, con i Grimaldi. Certo, aveva dato una mano ogni tanto (bruciare un distributore di benzina, menare di botte un commerciante che non voleva pagare) ma non era mai entrato a far parte della ‘manovalanza ufficiale’ del clan. Poi, due mesi prima, Vito Grimaldi lo aveva avvicinato dicendogli che gli serviva un autista di fiducia per un lavoretto molto delicato (Marco era famoso a Tor Bella Monaca per la sua abilità con le auto: sapeva rubarle, sapeva farle partire in pochi minuti senza le chiavi, ma soprattutto sapeva guidarle).
«È una cosa facile facile» gli aveva detto Vito. «Devi solo accompagnarmi in un posto a dare una lezione a due grassi pezzi di merda che stanno cercando di fottermi».
I due grassi pezzi di merda lavoravano per i Reina, una famiglia che voleva prendere possesso di alcuni dei feudi storici dei Grimaldi. Vito aveva ricevuto la dritta che il venerdì successivo i due sarebbero transitati per una strada isolata alla periferia di Roma Est, portando con sé i soldi del pizzo dell’ultimo mese.
«Vogliamo lanciare un segnale» aveva detto Vito, lasciando intendere a Marco la fine che avrebbero fatto «E poi ci teniamo i soldi, ovviamente. Mille euro sono per te».
Marco aveva accettato senza troppi tentennamenti: quei soldi gli facevano comodo, e inoltre poteva essere l’occasione giusta per farsi notare dai pezzi grossi. Se fosse riuscito ad entrare nel clan, per lui sarebbe stata la svolta.
La prima parte del piano era filata liscia come l’olio. Vito e Marco, a bordo di una Fiat rubata, avevano bloccato la Bmw grigia su cui viaggiavano i due uomini dei Reina e li avevano fatti scendere dall’auto grazie al potere di persuasione dei loro revolver (che avrebbe dovuto anche maneggiare un’arma Marco lo aveva scoperto solo la mattina stessa dell’azione, e aveva visto la cosa come un’ulteriore dimostrazione di fiducia da parte di Vito). Vito aveva fatto spostare i due grassi pezzi di merda (in realtà ce ne era solo uno che era in leggero sovrappeso, mentre l’altro era magro come un chiodo) sul ciglio della strada; quindi, senza neanche lasciargli il tempo di fiatare, gli aveva piazzato due pallottole in testa. Mentre Marco rientrava in macchina e metteva in moto, Vito aveva recuperato dalla Bmw una vecchia borsa di cuoio con i soldi, e, una volta rinfilatosi nella Fiat, erano ripartiti sgommando.
A quel punto erano cominciati i guai. Mentre Marco guidava, Vito aveva aperto la borsa di cuoio: aveva contato i soldi soddisfatto, poi l’aveva richiusa e si era ammutolito. Marco aveva cominciato a sentire una strana sensazione strisciargli dentro; un’inquietudine che si era trasformata in paura quando aveva sentito Vito dire: «Fermiamoci, che ti dò la tua parte».
Erano ancora in periferia, e in giro non si vedeva nessuno. Marco a quel punto aveva capito che Vito non aveva nessuna intenzione di onorare l’accordo, e che se voleva vivere doveva agire in fretta.
«Ok, ora accosto» aveva detto, e mentre con una mano ruotava il voltante con l’altra aveva afferrato la pistola che teneva nella tasca interna del giubbotto di pelle e aveva riempito Vito di piombo. Aveva atteso qualche secondo per riprendersi dallo shock, quindi aveva gettato il corpo di Vito fuori dalla carreggiata (probabilmente nello stesso punto dove, nelle intenzioni del boss, avrebbe dovuto riposare per sempre il cadavere del suo autista), e solo allora aveva dato un’occhiata al contenuto della borsa. Dentro c’erano quasi quarantamila euro, una somma che Marco nemmeno pensava fosse possibile mettere insieme. L’entusiasmo per la scoperta dell’ammontare della cifra era stato però subito soppiantato dalla paura della vendetta dei Grimaldi quando avrebbero scoperto la fine che aveva fatto il ‘Principe di Roma Est’. Era così che era iniziata la fuga: Marco aveva guidato fino a Milano senza fermarsi, e da lì aveva preso l’aereo per l’Islanda.

Un rumore di passi alle sue spalle interruppe quel flusso di ricordi. Si voltò: appoggiata allo stipite della porta che dalla cucina del cottage dava sulla veranda c’era Irina. Aveva lo sguardo assonnato, e i lunghi capelli biondi, che normalmente teneva legati in una coda di cavallo, ora le ricadevano sciolti sulle spalle.
«A cosa pensi?» gli chiese nel suo inglese perfetto (specialmente se confrontato con quello parecchio zoppicante di Marco). Lui non rispose; si limitò a guardarla, continuando a fumare. Il loro incontro era avvenuto pochi giorni dopo che Marco era atterrato in Islanda e aveva cominciato a muoversi per l’isola con un’auto presa a noleggio, cambiando città e villaggio ogni notte, in modo da rendere impossibile il lavoro di qualsiasi inseguitore. I loro sguardi si erano incrociati ai tavolini di un minuscolo bar nella cittadina di Hellnar; entrambi avevano visto nell’altro qualcosa di familiare, qualcosa che li accomunava. Due notti dopo, mentre erano abbracciati a letto in una piccola casupola di legno dalla quale si poteva vedere l’immenso ghiacciaio di Vatnajokul, avevano capito di cosa si trattava. Entrambi stavano scappando da qualcosa.
«Ho ucciso un uomo» gli aveva detto lei a voce bassissima, quasi un sussurro, come se avesse paura con quelle parole di disturbare il sonno dell’enorme ghiacciaio che incombeva su di loro.
«Chi?»
«Mio marito, Jonathan. Mi picchiava, mi violentava. Non riuscivo più a sopportarlo».
Marco era rimasto in silenzio qualche istante, accarezzandole i capelli.
«È andata avanti per quasi un anno» aveva continuato Irina. «Non era stato sempre così. Prima era diverso, eravamo felici».
«La polizia sa che sei stata tu?»
«Sì. È per questo che non ho potuto lasciare il Paese. Sono ricercata, se mi faccio vedere in aeroporto è finita».
«Se dimostri che è stata legittima difesa e spieghi che lui ti picchiava, forse eviti il carcere».
«Non credo sia possibile. Nessuno sapeva delle violenze. Lui era molto bravo: non mi lasciava lividi, né segni. E poi l’ho ucciso in maniera troppo brutale. Ho infierito sul suo corpo. L’ho pugnalato alla gola, e lui è morto subito, ma io ho continuato a colpirlo, ovunque: sul petto, sulle braccia, sulle gambe, sul viso. Non so che cosa mi fosse preso. I giornali mi hanno ribattezzata ‘la Macellaia’. Ci pensi? Non ho mai fatto del male a nessuno, sono sempre stata contraria all’uso della violenza. Eppure, mi hanno dato un nome da serial killer».
Marco l’aveva baciata a lungo. Il giorno dopo avevano ripreso la loro fuga, continuando a muoversi per l’Islanda insieme, amandosi ogni sera come se fosse l’ultima. Fino al loro arrivo a Seysfiordur, dove si erano fermati per qualche giorno.
Irina fece qualche passo sul porticato di legno e si avvicinò a Marco, che intanto era tornato a osservare la baia; gli cinse la vita con le braccia, appoggiandogli la testa su una spalla.
«Ho visto che ogni due o tre giorni ci sono delle navi che partono dal paese» le disse Marco senza voltarsi, gettando via la sigaretta ormai finita.
«Sono navi merci» gli rispose Irina.
«Sai dove vanno?»
«Credo si spostino verso i paesi del Nord Europa. Norvegia, principalmente. Perché me lo chiedi?»
«Potremmo imbarcarci».
Anche se non poteva vederla perché le dava le spalle, sentì che Irina stava sorridendo.
«I soldi stanno finendo, Marco».
«Ne abbiamo abbastanza per pagarci un passaggio per entrambi. A quel punto potremmo davvero sparire nel nulla».
La sentì tentennare, dubbiosa. Poi lei gli appoggiò la testa sul collo e gli sussurrò all’orecchio: «Ok, facciamolo».

Il giorno dopo si alzarono presto e raggiunsero il villaggio a piedi, lasciando l’auto parcheggiata al cottage. Al porto scoprirono che una nave sarebbe partita il giorno successivo per le Isole Faroe; contrattarono un po’ con il capitano, e infine riuscirono ad accordarsi sul prezzo per un passaggio in stiva.
«Fatevi trovare qui domani alle cinque del mattino» disse il capitano. «Puntuali, mi raccomando. Non vi aspettiamo».
«Ci saremo» gli confermò Marco.
Di ritorno verso il cottage, Irina si fermò al supermarket.
«Prendo il latte per domani mattina» disse a Marco dopo avergli dato un bacio veloce sulle labbra. «La nostra ultima colazione islandese».
Mentre l’aspettava, Marco si appoggiò al muretto che costeggiava la strada e si accese una sigaretta; stava per cominciare a fumarla quando si bloccò, come paralizzato, osservando l’uomo vestito di nero che, dall’altro lato della via, procedeva a piedi in direzione del porto. Era di spalle, ma Marco non ebbe difficoltà a riconoscere il profilo di Roberto Roberti, detto semplicemente Bob. Marco si guardò intorno: se Bob era lì, allora Pietro Grimaldi, il fratello di Vito, non doveva essere lontano. Marco entrò nel supermarket e, in preda a una agitazione che a stento riusciva a tenere a freno, individuò Irina nei pressi del bancone del latte.
«Andiamo via. Veloci, più veloci che possiamo».
Glielo disse lanciandole uno sguardo che non ammetteva repliche. Irina capì subito: mollò i cartoni del latte che si stava apprestando a pagare e uscì velocemente dal negozio insieme a Marco.
Arrivati al cottage, fecero i bagagli raccogliendo solo l’essenziale, caricarono tutto in macchina e, attraverso una strada secondaria, lasciarono Seydisfiordur e la regione dell’Austurland, diretti verso nord.

Guidarono senza sosta per diverse ore. Attraversarono sconfinate distese di ghiaccio e di neve; tagliarono in due deserti d’argilla disseminati di geyser che esplodevano i loro vapori nel cielo; passarono in mezzo a imponenti montagne le cui cime si perdevano tra le nuvole. Questa alternanza senza soluzione di continuità di paesaggi e scenari così diversi tra loro creava nei due fuggitivi la straniante sensazione di stare attraversando mondi ed epoche differenti.
Dormirono in macchina, avvinghiati l’uno all’altra per resistere al freddo della notte. Ripartirono all’alba, ma a metà mattinata dovettero fermarsi a una stazione di servizio per fare benzina. Dopo aver fatto il pieno, Marco andò a comprare dei panini e della carne d’agnello, mentre Irina lo aspettava in macchina. Era in fila in attesa di essere servito quando sentì provenire dalle sue spalle la voce melliflua ed effemminata di Pietro.
«Guarda guarda chi si vede».
Marco si voltò di scatto, ritrovandosi davanti i suoi due inseguitori. Non potevano essere più diversi l’uno dall’altro: Pietro era basso e tarchiato, con due sporgenti occhi a palla, ed era straordinariamente loquace, mentre Bob, il suo cane da guardia, era alto quasi due metri, aveva due occhi stretti come fessure e non parlava praticamente mai.
«Non andare di fretta, amico mio» bisbigliò Pietro, mostrando a Marco la punta della pistola che sbucava da sotto la giacca nera di Bob. «Abbiamo tanto di cui parlare».
Marco ebbe per un attimo la tentazione di mettersi a gridare, di chiedere aiuto. Ma la follia omicida di Pietro Grimaldi era abbastanza nota a Roma Est, e Marco sapeva che se avesse agito in quel modo probabilmente avrebbe provocato non solo la sua morte, ma anche quella dei dipendenti e dei clienti all’interno dello store della stazione di servizio.
Irina si accorse della presenza di Bob e di Pietro solo quando quest’ultimo ticchettò con le dita contro il finestrino dell’auto e, sorridendole, le mostrò la pistola che teneva infilata nella cintura.
«Ci fai salire, bellezza?»
Irina ubbidì, aprendo la portiera dell’auto. Pietro le indicò di mettersi al posto di guida, quindi prese posto vicino a lei, tenendole la pistola puntata addosso; Bob e Marco salirono dietro.
«Adesso andiamo a farci una bella gitarella, tutti e quattro, che ne dite?» disse Pietro che, non ricevendo risposta alcuna, allungò la mano verso Irina e le accarezzò i capelli.
«Metti in moto, tesoro. Ti dico io che strada fare».
Proseguirono per alcune centinaia di metri lungo la strada principale, poi Pietro ordinò di deviare su una via secondaria. Andarono avanti per mezz’ora, con la macchina che sobbalzava di continuo a causa delle buche e dei dislivelli nel terreno fangoso e dissestato.
«Ascolta, Pietro» provò a dire Marco. «Se è per tuo fratello, devi sapere che…»
«Certo che è per mio fratello» lo interruppe l’altro «Cosa credi? Che saremmo venuti fin qui, in questo paese del cazzo, per qualche altro motivo?»
«Voleva farmi fuori. Mi sono solo difeso».
«Non me ne frega un cazzo! Era mio fratello!» Pietro urlò, e nel farlo, per un attimo, Marco ebbe l’impressione che gli occhi a palla gli sarebbero usciti dalle orbite. Riprese a parlare solo un minuto dopo, una volta calmatosi: «E non possiamo lasciare impunita la sua morte. Credevi davvero che saresti riuscito a sfuggirci? Ti avremmo trovato dovunque, Marco».
Marco non rispose. Dopo qualche altro minuto, Pietro guardò fuori dal finestrino e tornò a rivolgersi a Irina: «Ferma qui, tesoro. Prendiamo un po’ d’aria».
Irina, che per tutto il tragitto non aveva detto una parola, ubbidì. Scesero tutti e quattro dall’auto: Pietro teneva sotto tiro Irina, Bob controllava Marco. Fecero alcuni passi verso il ciglio della strada: sotto di loro, dopo un salto di un centinaio di metri, si estendeva un immenso lago ghiacciato. Pietro si affacciò e guardò in giù, quindi si rivolse a Marco, con un sorriso beffardo dipinto sulla faccia.
«Adesso tu e la tua puttana vi fate una bella nuotata. Il ghiaccio si riformerà subito sopra le vostre teste, sigillandovi in quel lago per l’eternità. Romantico, non trovi?»
Pietro esplose in una risata sguaiata; Bob rise a sua volta, emettendo per la prima volta da quando Marco lo conosceva dei suoni che non fossero dei grugniti.
Fu in quell’unico momento di loro disattenzione che Irina agì.
La giovane islandese che i giornali avevano ribattezzato ‘La macellaia di Reykjavik’ estrasse da sotto la giacca un coltellaccio da cucina e lanciò un fendente verso la gola di Pietro. La risata effemminata del criminale si trasformò in un suono gutturale e strozzato: Pietro lasciò cadere la pistola e si portò le mani al collo, nel tentativo inutile di fermare il sangue che aveva cominciato a zampillare fuori come una fontana. Marco si lanciò sull’arma che Pietro aveva appena fatto cadere e, prima che Bob potesse riprendersi dalla sorpresa, gli sparò due colpi al petto. Quando la massa enorme di muscoli che rispondeva al nome di Roberto Roberti rovinò a terra, stecchita sul colpo (era morto senza dire una parola, proprio come era vissuto) sembrò che un macigno si fosse schiantato al suolo dopo un volo di centinaia di metri.
«Lo avevo preso per tagliare i panini» disse Irina con un lieve sorriso dipinto sulle labbra, mostrando a Marco il coltello sporco di sangue. Intanto, Pietro, a terra, si contorceva rantolando, la mano sempre stretta intorno alla gola. Aspettarono che smettesse di muoversi per sempre, dopodiché Marco e Irina si gettarono l’uno verso l’altro e si strinsero forte.
Dopo che il battito dei loro cuori rallentò, si preoccuparono di far sparire i corpi. Sfruttarono l’idea di Pietro: fecero rotolare i cadaveri sul terreno e li spinsero di sotto; cadendo da quell’altezza, ruppero il ghiaccio con relativa facilità, e sparirono nelle profondità del lago. Marco e Irina rimasero in attesa per alcuni istanti, finché non sentirono il rumore del ghiaccio che si riformava, rinchiudendosi per sempre sui corpi senza vita dei due mafiosi. Si ripulirono, si cambiarono d’abito e poi misero tutti gli indumenti sporchi di sangue in un sacco cui fecero fare la stessa fine dei due cadaveri; solo allora si rimisero in macchina.
Non parlarono più, ma cominciarono a guidare in preda a una strana euforia. Marco pigiò il piede sull’acceleratore, poi entrambi abbassarono i finestrini dell’auto e fecero in modo che l’aria fredda di quel mattino di fine aprile scompigliasse i loro capelli. Lasciarono le strade secondarie che percorrevano ormai da giorni e si reimmisero sulla Hringvegur, la statale che circonda come un anello tutta l’isola. A un certo punto si ritrovarono lungo un rettilineo di diversi chilometri, alla fine del quale si stagliava una catena di immensi fiordi dalle cime innevate. Non si vedevano intorno strade secondarie, né deviazioni: sembrava che l’asfalto finisse lì, in mezzo a quelle montagne, che fossero obbligati a proseguire dritto per sempre, andandosi a schiantare contro quell’imponente muro di roccia. Ma Marco e Irina sapevano che, anche se da quella distanza non riuscivano a vederla, doveva esserci una strada che si inerpicava tra le cime dei fiordi e permetteva di scavallare, sapevano che dall’altra parte, oltre quelle montagne, c’era qualcosa, e sapevano che lo avrebbero scoperto insieme.

Come andarono esattamente le cose, non fu mai possibile stabilirlo con certezza. Il posto di blocco sull’Hringvegur era stato istituito perché la polizia aveva ricevuto una segnalazione che corrispondeva alla descrizione della Macellaia di Reykjavik da una stazione di servizio poco più a sud. Gli agenti videro la macchina avvicinarsi, le fecero segno di fermarsi, ma poi dall’auto erano partiti dei colpi di pistola. Nessuno fu ferito; uno dei poliziotti affermò che quasi sicuramente la ragazza (perché la pistola fu poi trovata nella mano di lei) aveva sparato verso l’alto al solo scopo di spaventarli; e ci era riuscita, perché il posto di blocco si aprì, facendo passare la macchina. A quel punto uno degli agenti sparò verso il mezzo in fuga, colpendo la ruota posteriore destra della macchina. L’auto si ribaltò, compiendo un’infinità di giri su sé stessa; quindi si schiantò capovolta, sull’asfalto. I poliziotti non si mossero subito, forse perché avevano capito che nessuno poteva essere sopravvissuto a un incidente del genere: rimasero ai loro posti, a fissare quell’ammasso di lamiere contorte e di vetri in frantumi, nel silenzio immobile e irreale di quella mattina islandese di fine aprile.

Pierpaolo Labadia
Ama definirsi “scienziato nella vita e umanista nel tempo libero”. Questo perché, anche se si guadagna da vivere facendo tutt’altro, le sue grandi passioni sono la narrativa e la scrittura per il cinema. Ora, a 35 anni, vuole capire se ha la stoffa per trasformare queste passioni in qualcosa di più.

Islanda, fine aprile, un racconto di P. Labadia || Street Stories – INEDITO

2 commenti su “Islanda, fine aprile, un racconto di P. Labadia || Street Stories – INEDITO

  1. Molto bello, si legge tutto d’un fiato. La tensione dei personaggi e della storia traspare nella scrittura e, soprattutto quando la fuga si fa serrata, sembra essere una grande rincorsa verso il finale.

  2. Il racconto è scorrevole, la lettura è piacevole e gli snodi principali della trama riescono a trasmettere con efficacia diverse emozioni, innanzitutto un senso di inquietudine che crea una bella suspense. Ho molto apprezzato il modo in cui l’autore utilizza il paesaggio, il quale finisce col fondersi con i sentimenti dei personaggi e dare loro forma (molto bella l’immagine del ghiacciaio che incombe nella notte sui due protagonisti, inducendo Irina a parlare a voce bassa per non disturbare il suo sonno). Sono stata in Norvegia e le descrizioni dei fiordi mi hanno riportato alla mente quel viaggio. In questo scritto non mancano momenti comici e tragici ben dosati lungo tutta la narrazione. In conclusione, questo racconto mi è piaciuto molto, spero di leggerne presto altri.

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