Il deputato, un racconto di P. Ranicchi || Street Stories ||Three Faces

Il deputato, un racconto di P. Ranicchi || Street Stories


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Il deputato

di Pierandrea Ranicchi

Illustrazione di Bladi

La destra è più alta, devo accorciare ancora la sinistra. L’immagine è importante per un personaggio pubblico, penso. Un colpo di lametta. Mi avvicino allo specchio: Non va bene, ancora asimmetriche. La lama atterra: destra, sinistra, ancora a destra e, stoccata dopo stoccata, si eclissano le basette.
Esco dal bagno. Infilo calze, mutande e mocassini, poi i pantaloni neri, ma non entrano, non scorrono e me ne accorgo dalle scarpe. Mano sulla fronte, scrollo la testa: è necessaria, devo prendermela per forza una pausa, non posso continuare con questi ritmi, ci rimetto solo io e poi quei bastardi mi hanno anche preso di mira, lo sanno tutti.
La Slovenia, penso, ecco cosa ci vorrebbe, qualche giorno ad acchiappare trote, ma devo servire il mio Paese, non posso abbandonare proprio adesso.
Pesco la camicia bianca e il papillon rosso da sopra le coperte. Mi scandaglio ancora allo specchio. Niente da fare, non ne vuole sapere di stare dritto e poi non sono nemmeno simmetrici i fiocchi: roba cinese, come la cravatta della domenica di mio padre, «Roba da operai» diceva sempre mia madre che poi, rivolgendosi a me: «Te sarai elegante, tanto, come si addice a un uomo con una bella posizione: un medico, un avvocato, mica come quello» riattaccava additandolo.
Lo schiamazzo di un clacson mi riaccompagna all’ora, al qui. Agguanto il tubetto del gel, spremo una piccola noce sul polpastrello e la spalmo sulle sopracciglia: Ora va meglio. Guardo l’ora: Le dieci, sono in ritardo. Chiudo la porta. Le scale le volo. Un solo gradino scende dal portone d’ingresso del condominio: lo salto e atterro a piedi pari, come facevo da piccolo.
Sono fuori e guardo verso la piazza. Intercetto l’insegna luminosa del bar. Ho proprio bisogno di bagnarmi un po’ la gola.Poche falcate rapide e raggiungo l’ingresso.
Entro. «Il solito» chiedo bruciando di qualche secondo il «Buongiorno deputato» di Alfredo, con quella testa che oggi luccica più del solito e una mascherina che gli copre una fetta del viso. Sento gli occhi addosso, sterzo lo sguardo e ingabbio l’occhiataccia di un vecchietto minuto, capelli neri, la montatura degli occhiali in pendant celestiale con la mascherina, quotidiano in mano. Chissà se ha letto l’articolo e capito chi sono, ma tanto non può comprendere quello che stiamo facendo, eppure è necessario per salvare questo Paese che, come dice sempre mia zia, «Adesso ci vorrebbe di nuovo lui a guidarlo, magari una cosa più leggera: una bella dittatura democratica».
L’«Ecco a lei. Servito e riverito» di Alfredo atterra dietro le spalle, seguito da un «Oggi è più elegante del solito, sale ancora di carica? Dica la verità, boia di un cane».
Pinzo la tazzina bollente e «A me della carriera politica non può fregare di meno, sono in Parlamento solo per dare un contributo, per l’interesse comune, per offrire una nuova faccia a questo Paese e migliorare tutto là fuori, perché anche io ci vivo, proprio come voi» dico, poi, in tre sorsate, sgorgo il caffè nello stomaco. La lingua scotta, la tiro fuori e la strofino con il pollice.
«Boia di un cane faccia attenzione che la lingua le serve, vado con la solita vodka?»
Faccio cenno di sì e non fa in tempo a riempire il bicchiere che l’ho già tracannato. Un brivido galoppa lungo la schiena mentre frugo nelle tasche, vuote.
«Non si preoccupi deputato, metto nel conto. Tanto non scappa no?» dice.
Stacco un cinque a quel faccione rotondo, a quella testa che scintilla, poi lui allunga la mano aperta e dice: «Le faccio notare che si è dimenticato la mascherina e, ieri sera, anche la bicicletta appoggiata al pergolato, se la riprenda, mica vorrà lasciarmi quel catorcio? Tanto non ci ricavo un euro», ridacchia tallonato da altre sghignazzate dietro di me. Li ignoro e guardo l’orologio al polso: I soliti ubriachi e sono solo le dieci di mattina.
«Neanche noi, come partito, ci becchiamo un euro di finanziamento pubblico, non siamo mica quelli là» lo provoco mentre esco.
Individuo la bicicletta appoggiata a un palo di legno. Mi avvicino, salgo in sella, raddrizzo la schiena e parto: una pedalata né lenta né veloce, giusta per un uomo del mio rango. Di tanto in tanto allaccio lo sguardo dei passanti.Mia madre sarebbe orgogliosa e aveva anche paura che non mi laureassi. Invece, penso, «Stronza» dico.
«Ce l’hai con me?» domanda una ragazza guardandomi, mentre il ragazzo che le cammina accanto la aggancia sottobraccio, le avvicina il volto all’orecchio e, sono sicuro, le bisbiglia qualcosa.
Pochi passi ed ecco la piazza, la scalinata del Duomo. La mia piazza, la mia scalinata. Lascio cadere la bici ai piedi del primo gradino e salgo. Varco il portone, poi l’odore d’incenso mi scorta verso l’altare.
«Alvaro. Buongiorno» mi intercetta Don Francesco, ma io «Deputato, deputato» lo raddrizzo.
«Certo, certo» fa lui.
«Francesco», dico e capto che incassa il colpo «la chiesa è vuota, le pecorelle sono fuori, non sei un gran prete».
«Alvaro sono un frate, quante volte te lo devo dire? Oltretutto non è ora di Messa».
«Dio c’è sempre» abbaio.
«Su questo non c’è dubbio» ribatte.
«E anche noi ci siamo, uniti, contro la corruzione che ha sbriciolato questo Paese: poche briciole per tanti e tante per pochi. Barche a vela, ville, vacanze da milionari e i piccoli imprenditori, gli artigiani, tutti strozzati. I giovani che se ne vanno lontano con una laurea in tasca e vaffanculo. E ora tutto questo casino e tutti questi soldi dati a chi? Ai soliti e basta» mi sgolo facendo crollare un pugno sul bordo di una panca.
«Alvaro non usare quel linguaggio in chiesa. Non sono questi i problemi da affrontare ora, non ti pare?»
«Certo, certo, e la Chiesa cosa fa? Dimmelo. Siete vecchi ecco cosa siete» latro additandolo. «Ma noi no, noi siamo nuovi, sappiamo quali sono i veri bisogni delle persone».
La sua voce mi sperona verso l’uscita: «Ora, come al solito, andrai a dire la tua di Messa, Alvaro?»
Non rispondo. È un prete comunista, dove sono finiti manganello e aspersorio? Attraverso il portone e il sole mi bacia la fronte. Sono pronto. Guardo l’orologio: le dieci. La scalinata la volo. I rintocchi che scendono dalla torre del municipio mi chiamano. Affretto il passo verso l’edificio ma all’entrata il solito orso mi blocca.
«Alvaro, fai il bravo, levati dai piedi» grugnisce, pigiato nella sua divisa blu, la pistola nella fondina e una mascherina nera che sottolinea due occhi nemici. Ce l’hanno tutti con me, penso, e gli giro le spalle. Guadagno il centro svuotato della piazza. La mia piazza. Inspiro forte. Alzo le mani al cielo.
«Ascoltate tutti la voce del deputato» urlo più che posso. «Noi siamo qui per voi, saremo all’altezza del compito che ci avete affidato, noi siamo voi, voi siete noi e vaffanculo a quei maledetti figli di puttana, di quella troia di una cagna in calore, bastardi comunisti, fascisti, pezzi di merda, che vi vogliono asservire sfruttando questo momento: non esiste il virus, non c’è niente imbecilli, non c’è un» poi rapido calo i pantaloni, le mutande e faccio fare una panoramica di trecentosessanta gradi al mio membro.
Due bambini e un uomo, con una macchina fotografica, si voltano mentre sento la stretta di un orso agguantarmi da dietro.

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Un commento su “Il deputato, un racconto di P. Ranicchi || Street Stories

  1. L’ho trovato convincente. In poche righe ha reso interessante un personaggio emblematico della realtà urbana. Mi piace lo stile, semplice che cala nell’azione. Spero di leggerne altri.

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