Il principio di Archimede, un racconto di C. Francioni || Street Stories ||Three Faces

Il principio di Archimede, un racconto di C. Francioni || Street Stories

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Il principio di Archimede

di Chiara Francioni

Illustrazione di Dubhe

«Sei una puttana» ringhiò la ragazza con la bocca piena di saliva.
Milena tenne la testa bassa, lo sguardo fisso sui jeans strappati e sporchi d’erba: le ginocchia, ormai in bella vista, erano livide e sbucciate. Non distante, la ruota della mountain-bike abbandonata sull’asfalto girava a vuoto. «Hai capito, brutta scema?» continuò la ragazza caricando ancora di più la voce. «E guardami quando ti parlo!» urlò afferrandole il mento. Milena fu costretta a voltarsi, trovandosi faccia a faccia con la sua aguzzina. Vittoria era grande e imponente mentre la guardava dall’alto verso il basso. Le dita rabbiose premevano con veemenza contro la giovane carne di Milena che si lasciò sfuggire un misero lamento di dolore. «Vieni a scuola come se niente fosse. Non ti vergogni?» continuò Vittoria, trovando nuova forza nella sofferenza della vittima.
Milena, di contro, non aprì bocca. Si concesse un unico gesto di ribellione e lanciò lo sguardo dietro le spalle di Vittoria che continuò inesorabile: «Tuo padre è un assassino». Quindi serrò i denti e spinse la testa di Milena indietro, facendola finire carponi. «Dovresti raggiungerlo in galera!» chiosò e, tirando su col naso, si allontanò senza voltarsi.
Milena restò stesa per un tempo indefinito, con la guancia premuta contro il terreno umido. Se avesse potuto, avrebbe messo le radici, penetrando il suolo con la forza di un germoglio: fresco, assetato di linfa e bisognoso di evolvere. Il tanfo di marcio della sua esistenza era invece asfissiante. Finalmente sola, permise alle lacrime di scendere libere. Poi arrivarono i singhiozzi: violenti come le parole di Vittoria. Si tirò su con braccia tremanti e premette i palmi contro le ginocchia ossute. Avrebbe raccontato a sua madre una bugia. “Sono caduta di bicicletta” e la donna avrebbe finto di crederle, guardando con rassegnazione la ruota storta e i fili dei freni tagliati.
Ormai la scena si ripeteva con costanza da quando suo padre, un anno prima, era stato arrestato per frode. Essere la figlia di un broker di successo, in passato, aveva avuto i suoi vantaggi: vita facile, casa più grande, giocattoli più belli, vacanze di lusso, vestiti di marca, amici, feste, popolarità. Poi quel poveraccio a cui suo padre aveva portato via tutto con un affare avvelenato si era suicidato e, in un batter d’occhio tutti i privilegi di cui aveva goduto erano scomparsi mentre, come funghi, erano spuntati i nemici. Fu doloroso scoprire quanto velocemente l’invidia celata da sorrisi compiacenti possa degenerare in fervido astio. Sua madre aveva cercato di farle cambiare scuola, visto che non potevano permettersi di cambiare città, ma Milena si era rifiutata. Così, ogni giorno, varcava la soglia di quell’istituto, dove tutti sembravano odiarla e le vessazioni l’aspettavano con agghiacciante puntualità. Lo stesso istituto frequentato da Vittoria, la figlia dell’uomo che suo padre aveva condotto alla morte.
Si rimise in piedi spolverandosi i jeans malridotti e afferrò la mountain-bike mutilata. Sopra di lei il sole primaverile splendeva con vigore. Pensò che la costante penombra intrappolata tra le pareti di casa, dove si nascondeva il sorriso spezzato di sua madre, poteva attendere. Assicurò quel che restava della bicicletta a un palo della luce e s’incamminò lungo il viale che portava al mare.
Il paesaggio era rimasto immutato negli anni: le villette dai giardini curati, le palme che spuntavano qua e là, i locali in cui la sera si riunivano i ragazzi del quartiere. Non era ancora arrivata la stagione dei bagnanti e il traffico, a quell’ora del pomeriggio, era pressoché inesistente. Milena ricordò i bei tempi, quando sua madre camminava ancora a testa alta per le vie della città e suo padre non era altro che un genitore premuroso. Frequentavano un bagno privato, con posti assegnati e lettini ergonomici. Milena però evadeva spesso per raggiungere gli amici nella spiaggia pubblica, dove ad aspettarla c’era anche Veronica. Giocavano sul bagnasciuga, rincorrendosi e lanciandosi palle di sabbia bagnata. Dal litorale, l’occhio vigile del padre di Veronica le osservava, agognando la vita che il destino aveva regalato a coloro che potevano varcare i cancelli di quel bagno privato.
Giunta al termine del viale, Milena scelse di non scendere in spiaggia. Costeggiò invece la via panoramica fino al promontorio. Si arrampicò sui sassi scaldati dal sole, mentre una brezza leggera le spettinava i capelli. Raggiunse il bordo della scogliera, fermandosi solo quando le punte delle sneakers ne sfiorarono il perimetro: davanti a lei lo strapiombo e, infine, il mare.
«Salta, Nena. Salta!!» le tornarono in mente le grida di Vittoria, quando qualche anno prima l’aveva sfidata in quell’assurda prova di coraggio. La ragazza aveva preso la rincorsa, balzando con prodezza da una pietra all’altra, e si era tuffata. Il mare l’aveva restituita alla superficie una manciata di secondi più tardi: sembrava davvero piccola e insignificante, mentre guardava l’amica dal basso verso l’alto e la esortava sbracciandosi: «Salta Nena!»
Milena si era rifiutata; le gambe improvvisamente trasformate in pietra dal terrore.
Tornata al presente, guardò giù, quasi sperando di scorgere la sagoma di Vittoria che nuotava verso la costa. Invece si trovò a fissare una placida distesa d’acqua. Timide onde s’infrangevano qua e là contro la scogliera, rigurgitando schiuma sfrigolante. Milena inspirò profondamente e chiuse gli occhi: l’odore della salsedine era intenso e sembrava capace di fronteggiare i miasmi della routine angosciante. Fece appello alla forza che sapeva di avere e indietreggiò di qualche metro, quindi, scattò in avanti e spiccò il volo. In men che non si dica non ci fu che acqua. Trattenne il respiro mentre la potenza della pressione modellava il suo corpo, improvvisamente mutato di peso. Il mare, che l’aveva risucchiata con tanta avidità, la sputò fuori, poco dopo, in un’esplosione di schizzi salati.
Una volta in superficie, si tolse i capelli dalla fronte e guardò il cielo azzurro sopra di lei, sorridendo. Quindi, senza esitare, si tappò il naso e tornò giù, spingendosi con le braccia sempre più in profondità. Aprì gli occhi e, prima che cominciassero a bruciarle, si lasciò pervadere dalla bellezza di quella vista: il fondale sembrava un campo di battaglia, dove le ombre degli abissi lottavano contro la luce che filtrava dal mondo soprastante.
Si ricordò di quando, in classe, l’insegnante di scienze aveva spiegato il principio di Archimede: «Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del fluido spostato».
All’epoca le era sembrata una nozione noiosa e inutile. Ora era diventata la sua speranza.
Tornò al tepore del sole, ripulita dal fetore del marciume in cui aveva continuato a sprofondare per troppo tempo, ormai certa di una verità: lei non era come suo padre, corrotta, né come sua madre, codarda. Lei era come un germoglio: fresco, assetato di linfa e bisognoso di evolvere.

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