Il fischio del vento, un racconto di C. Francioni || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

Il fischio del vento, un racconto di C. Francioni || Street Stories – INEDITO

Il fischio del vento

Dalla mente di Chiara Francioni

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Cover by Brucio

Fu il fischio del vento, ispido e tagliente, a destarmi dal torpore della riluttanza. All’improvviso mi ritrovai in piedi, con un coltello tra le dita e del sangue sui vestiti. Quel vento, indomito e inarrestabile, mi parlava con la stessa voce della mia piccola Ester.

Tutto cominciò con un lieto evento, quando ero poco più che una ragazzina: il secondo matrimonio di mia madre. La ricordo, raggiante e compiaciuta, avvolta in un abito di organza mentre convolava a nozze in un giorno di fine estate. Lui, placido e contenuto, sembrava l’uomo giusto per riempire il vuoto lasciato, anni prima, da mio padre. Così gli consentimmo di entrare, con un certo entusiasmo, nella nostra vita. Ancora oggi cerco di giustificare me stessa, mi ripeto che ero immatura e non potevo cogliere le avvisaglie della tragedia imminente, ma la verità è che quando quell’uomo si rivelò essere una bestia, non fui in grado di difendermi. Ogni giorno ero testimone di scene cruente e pietose: lui che se ne andava, lasciando mia madre a piangere tra ciuffi di capelli e lividi, lei che lo accudiva come un bambino nonostante i ceffoni. Ricordo il puzzo di alcol, le grida, i piatti rotti, gli occhi neri. Imploravo mia madre di reagire, di salvarci da quella maledizione, ma lei, ogni volta, si limitava a sfoggiare il suo miglior sorriso e a dirmi: «Martina, non ti preoccupare. Andrà tutto bene». La odiavo perché continuava a credere nella farsa che aveva scelto come favola, costringendo anche me a subirne le orribili conseguenze.
Il giorno in cui il bastardo perse il lavoro fu il peggiore di tutti. Avevo diciassette anni e imparai che sapore avesse la paura. Scoprimmo cosa fosse successo durante la cena, quando lui interruppe le chiacchiere di mia madre sbattendo i pugni sul tavolo.
«E stai un po’ zitta!» le urlò con disprezzo.
Lei sobbalzò ma non emise un fiato. Io sollevai la testa e lo fissai dritto negli occhi. Quindi, con l’incoscienza tipica degli adolescenti, lo sfidai: «Almeno a cena stai calmo!»
La bestia scattò in piedi ringhiando e mi divorò con lo sguardo. Mia madre restò in silenzio, come se fosse già morta.
«Piccola stronza ingrata» tuonò lui dall’alto del suo metro e novanta. «Se stasera puoi ficcarti del cibo in quello schifo di bocca è solo grazie a me e al mio lavoro» deglutì e poi sbatté nuovamente i pugni. I piatti tremarono e anche io, nel profondo, ma non ero intenzionata a cedere.
«Da domani non avrai più questa fortuna» chiosò.
Al tempo ero fermamente convinta che mia madre sbagliasse a restare inerme e che reagire fosse l’unica via per liberarsi da quella prigione di terrore e omertà. Quindi, reagii. Non lo feci solo per tenere testa a lui, in realtà volevo dare una lezione di coraggio alla donna che mi aveva messa al mondo.
«Pensi di potermi trattare come tratti lei?» lo provocai. «Beh, ti sbagli. Per me sei solo una merda e non vedo l’ora che schiatti!»
Mia madre trasecolò e, quando lui si scagliò contro di me, lo afferrò per la camicia nel vano tentativo di trattenerlo, ottenendo come unico risultato quello di essere sbattuta con violenza contro la parete. Il primo pugno mi colpì allo stomaco, lasciandomi senza fiato. Non ebbi il tempo di formulare pensieri, vacillai per poi cadere a terra, così la bestia si avventò sulle mie spoglie con la veemenza di un branco di lupi. Scalciai e graffiai finché ne ebbi la forza, spinta dall’istinto di sopravvivenza. Infine persi i sensi. L’ultima immagine che ricordo erano le sue ginocchia piegate dietro le quali spuntava il corpo inerme di mia madre, pietrificata dalla paura e traboccante di lacrime e muco. Patetica, pensai mentre la coscienza spariva.
Il giorno dopo lui se ne andò e mia madre mi impedì di denunciarlo. Non lo disse mai, ma ero certa che sperasse in un suo ritorno e che desse la colpa a me per l’abbandono subito. Nei mesi che seguirono la sorpresi più volte a piangere, smise quasi di mangiare e non si curò più di me. Per quanto mi riguarda, da quel giorno non mi sentii più sicura davanti a un uomo, né all’interno di casa mia. La bestia sarebbe potuta tornare in qualunque momento, decisa a riprendere possesso del suo dominio.
Fu allora che conobbi Emanuele. Piombò nella mia vita come un fulmine a ciel sereno. Mi innamorai perdutamente del calore che emanava, della dolcezza dei gesti che mi riservava e della sicurezza che mi infondevano le sue braccia mature. Emanuele rappresentava la via per un mondo in pieno contrasto con l’inferno in cui ero relegata e afferrare la sua mano tesa fu facile.

A diciotto anni me ne andai, lasciando mia madre a sé stessa. Non provai alcun dispiacere nel disfarmi di lei, così come lei non si era dispiaciuta quando suo marito mi aveva quasi ammazzata.

La casa di Emanuele era in collina, la mattina il sole filtrava dalle tende e ci svegliava con una carezza. Lui – che si alzava presto per andare a lavoro – mi portava il caffè caldo con i biscotti, accompagnandoli con un bacio sulla fronte. Mi aiutò a studiare per l’esame di maturità. Ricordo che passavamo le serate tra sigarette fumate contro il cielo stellato e domande a trabocchetto su Pascoli e sulla Grande Guerra. Dopo la promozione, mi portò al mare e per la prima volta da che avevo memoria ebbi la certezza di essere importante per qualcuno.
Dunque giunse settembre e cominciarono le prove per la mia vita da adulta. Trovai lavoro come barista nel circolo di paese e per me fu un nuovo inizio, carico di speranze. Scoprì di apprezzare il contatto con le persone ed ero felice di poter rendere Emanuele fiero di me. Alle otto di sera, quando staccavo, lo trovavo ad aspettarmi e, insieme, ce ne tornavamo a casa nostra, ridendo e scherzando come se non ci fossero ombre ad attenderci. Andò avanti così per il tempo necessario a farmi dare per scontata quella realtà appagante.
«Allora Martina» mi disse una sera Giovanni, avventore abituale del circolo «davvero una come te si accontenta di Ema?». Non riuscivo a capire cosa intendesse. «Sei una ragazza sveglia, dovresti aprire gli occhi».
Quelle parole restarono un mistero che non sentii il bisogno di decifrare. Pensai che Giovanni avesse bevuto troppo, come al solito.
«Dai Giova, è tardi» dissi per smorzare la strana atmosfera che si era creata. Lui, senza preavviso, si sporse oltre il bancone e io mi allontanai di scatto.
«Andiamo su, ti metto il Fernet sul conto e chiudo tutto» mi affrettai a dire. Giovanni scosse la testa sconsolato e mi salutò con un cenno della mano mentre si dirigeva verso la porta a vetri. Emanuele era fuori ad aspettarmi, come ogni sera.
«Giovanni è proprio messo male» esordì lui mentre mi cingeva le spalle. Mi chiesi se avesse assistito alla scena.
«Semplicemente si scola troppi amari, come tutti quelli che frequentano il circolo!» ridacchiai.
«Infatti non mi fa piacere che tu ci lavori» disse lui lapidario con un tono di voce che non avevo mai udito prima.
Non seppi trovare una risposta, travolta, com’ero, dallo stupore. Col tempo Emanuele cominciò a passare sempre più di frequente dal circolo, ma non socializzava mai con i clienti. Semplicemente ordinava un caffè, si sedeva a un tavolo e, dopo averlo consumato, mi salutava con un bacio.
Un giorno, erano passati circa sei mesi dalla mia assunzione, il capo mi chiese di presentarmi fuori orario.
«Senti Martina» mi disse offrendomi una birra «non posso più permettermi il tuo stipendio. Ti devo mandare via, mi dispiace».
Mi mancò il terreno sotto ai piedi, ma lavoravo a nero e sapevo di non avere tutele, così non protestai. Tuttavia i conti non tornavano, conoscevo bene la situazione economica del circolo e sapevo che il mio misero stipendio potevano permetterselo. Emanuele non sembrò scosso quanto me dalla notizia, anzi fu felice di asciugare le mie lacrime.
«Non importa che lavori, Martina, ci penso io a te» disse mentre mi abbracciava.
E così andò. Non trovai un altro impiego, né lo cercai, a dire il vero. Trascorrevo le giornate in quella grande casa, che curavo con zelo. Lui tornava la sera e mi portava fiori o pasticcini. Senza rendermene conto non ero più la ragazzina spaurita che aveva salvato, ero diventata una donna, la sua donna. Avevo messo su chili, portavo i capelli sempre legati e non mi importava di niente che non fosse lui. Cucinavo, pulivo, stiravo e facevo l’amore anche se non mi andava, tutto per dimostrargli quanto lo amassi quanto gli fossi riconoscente. Poi arrivò la gravidanza e, infine, Ester. La gioia che mi aveva riservato la vita mi sembrava infinita, tuttavia, per quanto cercassi di negarlo, sentivo di non meritarla davvero.
Con la nascita di Ester si resero necessari dei cambiamenti. Non riuscivo più a fare tutti i lavoretti domestici di un tempo e sovente ero costretta a uscire di casa. Un giorno, mentre spingevo la carrozzina diretta verso lo studio del pediatra, incontrai Giovanni. Non lo avevo più visto da quella sera al circolo, così mi fermai volentieri a conversare. Festeggiò la piccola e poi passò a me: «Ma che fine hai fatto?». Gli raccontai del mio licenziamento e sulla vita migliore che ne era seguita.
«Sono sorpreso che tu non lo sappia» disse a un certo punto con voce greve. «Glielo ha chiesto Emanuele di mandarti via, lo sanno tutti».
Sul momento cercai di sviare il discorso. Mi dissi che Giovanni era invidioso della nostra vita, che vedere la bambina lo aveva fatto sentire un fallito, eppure, in qualche modo, quelle sue parole erano riuscite a lasciare un segno. La sera, a casa, non ero ancora riuscita a liberarmi dall’angoscia che, nel corso della giornata, era cresciuta come una pianta avida di sole e acqua. Così, dopo aver messo a letto la bambina, decisi di rivolgere a Emanuele la scomoda domanda.
Lui mi guardò sgranando gli occhi, poi parlò con una voce che non sembrava la sua: «Come puoi pensare che quell’idiota alcolizzato abbia ragione!? Non ti fidi di me?».
Mi sentii improvvisamente stupida e profondamente in colpa.
«Se è così, sei un’ingrata! Piccola stronza ingrata».
Parole antiche risuonarono nella mia testa e mi ritrovai, per un attimo, persa in una nuvola di nebbia. Il mio silenzio non fu d’aiuto, vidi Emanuele gonfiare le spalle e guardare con astio la tavola non ancora imbandita. Poi esplose: «Ti ho dato tutto quello che volevi, ti ho portato via da tua madre, ti mantengo, ti apprezzo anche se non ti curi più. E tu? Dubiti di me!»
La nebbia si diradò all’improvviso e mi ritrovai a raccogliere i pezzi di un vaso che avevo mandato in frantumi in modo avventato.
«Poi da quando c’è lei» continuò Emanuele inferocito, indicando la culla dove Ester giaceva addormentata «io non conto più niente. La casa è sempre in disordine e non facciamo neanche più sesso!»
Ero attonita, pietrificata, rammaricata. Seppi solo piagnucolare, ormai conscia di aver commesso un imperdonabile errore: «Ema io ce la metto tutta, ma oggi dovevo portarla dal pediatra, poi ho dovuto lavare le tutine, ha vomitato, non riuscivo a farla mangiare… scusa».
Lui si voltò e, senza dire niente, mi tirò uno schiaffo. Colpì con forza, tanto da farmi cadere. Non replicai pensai semplicemente di essermelo meritato. Quella notte facemmo l’amore e il giorno dopo cominciò un nuovo periodo di caffè a letto e baci affettuosi.
L’incantesimo, tuttavia, svanì in fretta. Emanuele si mise in testa che, fuori, gli altri uomini mi guardavano e che a me facesse piacere. A niente servivano le mie rassicurazioni, così mi impegnai a fondo per riuscire a convincerlo dell’infondatezza dei suoi timori. Durante la giornata cercavo di fare tutto ciò che la cura della casa e di nostra figlia richiedevano e la sera mi facevo trovare ben vestita e con la tavola apparecchiata. Ma non bastava mai: riusciva a trovare qualche mia mancanza da recriminare e io restavo inerme, mentre urlava e alzava le mani. I caffè a letto diventarono presto un lontano ricordo.

Quando Ester compì sei anni demmo una piccola festa alla quale invitammo alcuni compagni di scuola con i rispettivi genitori. Avevo preparato tartine e dolci e i bambini mangiarono e giocarono felici. Ebbi l’occasione di parlare con un po’ di persone tra cui Mauro, il padre di uno degli amichetti di Ester, che si complimentò per le mie doti di padrona di casa. Fu un pomeriggio piacevole, come non ne vivevo da un po’. Poi giunse la sera e, dopo aver fatto addormentare mia figlia, mi ritrovai sola con Emanuele.
«Ti è piaciuto eh!?» mi chiese, avvicinandosi mentre rigovernavo le stoviglie.
«Cosa?» domandai confusa.
«Flirtare con quello».
«Veramente io…» non riuscii a finire la frase, lui mi aveva già tappato la bocca e aveva infilato una mano sotto la gonna.
«Lo capisci che sei mia» ringhiò e, con forza, mi trascinò verso il divano dove fece di me il suo campo da gioco, vanificando ogni mio istinto di resistenza. Piansi e urlai, ma lui continuò. Alla fine, dopo i grugniti che accompagnarono l’amplesso, mi tirò su: «Rivestiti e finisci quello che stavi facendo».
Mi diressi tremante verso il lavabo e immersi le mani nell’acqua ormai gelida. Poi la sentii.
«Mamma».
Ester. L’avevamo svegliata. In un attimo comparve sulla soglia della cucina, con il suo pigiamino giallo, e con occhi assonati mi guardò perplessa.
«Perché urlavi?» piagnucolò. Prima ancora che potessi aprire bocca, Emanuele le si parò davanti.
«Torna a letto» le disse senza un briciolo di tenerezza. Guardai le piccole dita di mia figlia che si intrecciavano e sapevo che avrebbe continuato a chiedere.
«Ti ho detto di andare a letto!» gridò Emanuele afferrando la bambina per le minuscole spalle come aveva fatto con me, fin troppe volte.
«Cos’è che non capisci?» continuò a inveire, mentre scuoteva il corpicino con forza. Le urla di Ester mi risuonarono acute nel cervello, per poi penetrare nelle viscere e infine raggiunsero i centri motori. Un calore mai avvertito prima esplose al centro del torace, irradiando con veemenza ogni fibra del mio corpo. Percepii con estrema chiarezza i muscoli flettersi, uno ad uno. Dunque, il vento fischiò, ispido e tagliente, spazzando via ogni resistenza. Non esistevano più i caffè a letto, non esistevano più braccia forti che mi cingevano, non esistevano più attenzioni che non avevo mai veramente chiesto. Esistevo io ed esisteva mia figlia, nient’altro.
Afferrai uno dei coltelli nascosti dall’acqua insaponata e non esitai. Mi lanciai su Emanuele, riuscendo a liberare Ester che, subito, scappò via. Lui mi guardò con espressione divertita: «Che vorresti fare eh?».
Mi ero dimenticata della potenza che spinge alla reazione, della sensazione appagante che si prova a dare forma alla propria insofferenza.
«Spostati!» dissi con freddezza, brandendo il coltello. «Lasciami passare, vado su a fare le valigie». Avevo maturato quell’idea in una frazione di secondo, eppure mi sembrava la più saggia e ponderata decisione che avessi mai preso in vita mia.
«Sì, e dove pensi di andare?» mi schernì «Non hai nessuno, nemmeno un lavoro. Hai solo me».
Mentre lo diceva mi balzò addosso, certo che, come al solito, non avrei reagito. Travolta dal suo peso, rovinai a terra, ritrovandomi con la faccia contro il pavimento. A causa del contraccolpo, persi la presa sul coltello e dunque il mio vantaggio su di lui. Mi afferrò per i capelli, tirandoli fino a farmi sanguinare la cute. Ero in procinto di svenire, come quando avevo diciassette anni e la bestia mi riempiva di cazzotti; stavolta, però, le grida strazianti di Ester risuonavano nella mia testa come un potente elisir di forza. Divincolandomi, riuscii a guadagnare terreno. Raggiunsi il coltello con la punta delle dita e, con un ultimo sforzo, lo trascinai verso di me, lo impugnai e gli piantai la lama nella coscia. Sentire la punta che squarciava i tessuti fu inaspettatamente piacevole. Scavai la sua carne come lui aveva scavato e prosciugato la mia dignità. Mi lasciò andare, straziato dal dolore.
«Puttana» gridò «sei un’inutile puttana!».
Strappai via il coltello dai brandelli di pelle insanguinata e glielo puntai contro, mentre mi rimettevo in piedi. «Ora mi lasci passare» ringhiai.
Lui rimase steso, contorcendosi per il dolore e mugolando parole pesanti che ormai non avevano alcun effetto su di me. Lo guardai per alcuni istanti, inerme come la viscida larva d’uomo che era sempre stato. Zoppicando, gli girai introno e salii in camera. Cercai Ester, la trovai nascosta sotto al suo lettino. Quando mi vide i suoi occhi divennero giganti e seppi di aver agito bene. Quella grandezza era il simbolo della rinascita che avrei donato a me stessa e del futuro che stavo assicurando a mia figlia.
Buttai l’essenziale in un borsone, facendo più in fretta che potevo, afferrai le chiavi dell’auto che Emanuele mi aveva regalato senza mai permettermi di guidarla, presi Ester in braccio e le sussurrai con dolcezza: «Non ti preoccupare, andrà tutto bene». La favola che mi ero scelta si era rivelata una farsa e di certo non avrei permesso che lei ne pagasse le conseguenze.
Dieci minuti dopo eravamo sulla statale e la casa di Emanuele era sempre più lontana, così come il mio passato.

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Chiara Francioni
Non sa bene quale sia la sua età e le va bene. Si aggira per il mondo sperimentando cose e tentando di trovare una soluzione a quel complesso rompicapo che i saggi chiamano ‘vita’. Scrive di questo e di altre assurdità, talvolta immaginando mondi, altre lasciando che siano i mondi a immaginare lei.

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